La storia delle donne nella canzone napoletana

 raccontata da Anita Pesce

di Fiorella Franchini

 

Chi è Anita Pesce? Magari lo sapessi. – risponde con semplicità -Quel che è certo è che sono nata a Napoli, ho vissuto in Libia da bambina e poi – dopo quattro anni passati a Bologna ai tempi dell’Università - a Torre del Greco, dove risiedo tuttora; ho tre figli meravigliosi e un marito straordinario. Ho amiche e amici di grande qualità e cerco di svolgere il mio lavoro a Napoli, uno dei luoghi più belli, assurdi e faticosi al mondo.

Un ritratto femminile dai colori pastello ma, sullo sfondo, pennellate intense. Anita Pesce si occupa di produzione discografica antica e di fonti sonore documentarie, soprattutto napoletane, svolge una costante opera di divulgazione attraverso pubblicazioni, convegni, formazione. Una grande passione ereditata dalla famiglia che si è trasformata nella sua professione.

Lo studio della canzone napoletana è cosa da uomini, tanti i saggi: L’Enciclopedia della canzone napoletana di Ettore De Mura del 1968, la recentissima Nuova Enciclopedia illustrata della Canzone Napoletana di Pietro Gargano, la Storia della canzone napoletana di Vittorio Paliotti, Napoli… Serenata Calibro 9: Storia e immagini della camorra tra cinema, sceneggiata e neomelodici del 2007 di Marcello Ravveduto,  Malafemmena! Donne perfide nella canzone classica napoletana (Napoli, Intra Moenia, 2008) di Antonio Grano, unica eccezione Canta Napoli illustrata: paradigmi iconografici dell'industria culturale partenopea tra Otto e Novecento di Rosa Viscardi.

Anita, quando è cominciato il suo interesse per la canzone napoletana? Mi sono laureata in Etnomusicologia al DAMS Musica di Bologna con Roberto Leydi; grazie a lui ho iniziato a frequentare – attraverso lo studio della prima industria discografica a 78 giri – la canzone napoletana.

Secondo Vittorio Paliotti «Napoli deve la sua fama anche e soprattutto alla canzone».La canzone napoletana ci mostra solo una Napoli da cartolina o ci dice di più?

Beh, a chi sa leggere tra le righe dice molto di più. Però, secondo me, c’è una sorta di "automatismo culturale"che spinge ad inquadrare la città, i suoi dettagli, le sue caratteristiche, entro una cornice inevitabilmente oleografica. Insomma, raccontare Napoli e non cadere nella trappola della cartolina mi sembra quasi impossibile. Almeno nella Napoli delle canzoni classiche. Altro sono i fenomeni più recenti, in cui ci sono autori e interpreti portentosi e fortemente anticonvenzionali (mi viene in mente Gragnaniello, giusto per fare un esempio).

Bella, sensuale, a volte drammatica, spesso divertente, riesce sempre a far emozionare, come una femmina ammaliatrice. A questo proposito, la donna che ruolo ha avuto nella canzone napoletana? Come personaggio dei testi, sicuramente un ruolo fondamentale: d’altro canto la musica leggera e popolare si basa in gran parte su canzoni d’amore. E’ dunque una convenzione culturale, uno stereotipo collaudatissimo e vincente. Di autrici, almeno nel periodo cosiddetto ‘classico’ della canzone napoletana (fine Ottocento-primi anni Quaranta del Novecento), praticamente non ce ne sono: la donna si riscattava solo come interprete. In questa veste si trovano (fin dall’inizio della storia dell’industria culturale legata al prodotto/canzone) cantanti dalla personalità debordante, donne che affrontavano la vita con determinazione, rabbia e nessun falso pudore: tutto ciò traspariva nelle loro esecuzioni, che sono state modello anche per le interpreti dei giorni nostri.

Nei primi del Novecento molte furono le interpreti femminili. Elvira Donnarumma, passionale, forte nella dizione e negli accenti; Gilda Mignonette, al secolo Gilda Andreatini, che debuttò come ballerina, partecipò alla compagnia di Raffaele Viviani, poi, “convertita alla melodia tradizionale napoletana, nel 1924, partì per l'America, dove diventò la regina degli emigranti con la sua Cartulina 'e Napule, ma tornò periodicamente nella sua città natale, da perfetta sciantosa ingioiellata, impelliciata e con la sua Rolls-Royce”. Lina Resal, che cominciò giovanissima, ed ebbe un successo travolgente poi morì prematuramente a soli treant’anni per una bronchite malcurata, per rispettare gli impegni di registrazione presi con la casa editrice Phonotype. Ria Rosa, Maria Rosaria Liberti, approdata al successo a 16 anni, nel 1915. Da allora partecipò a tutte le Piedigrotte fino al 1922 quando anche lei salpò per l'America. I suoi brani hanno un carattere acceso, quasi femminista. Sullo sfondo delle sue canzoni c'è Napoli, con le sue donne coraggiose fino alla protervia, aggressive e malandrine: quella caratterizzazione della figura femminile tipicamente napoletana che, all'interno della famiglia, hanno spesso fatto parlare della famiglia napoletana come un regime "patriarcale.

Le interpreti della canzone napoletana hanno ricevuto gli stessi consensi degli uomini? Beh, forse addirittura maggiori. Se si pensa a Gilda Mignonette, tanto per citarne una, si arriva al fenomeno mediatico ante litteram, anche sulla scia di un consenso internazionale. La donna, sempre nell’adeguarsi collettivo ad alcuni standard culturali, aveva la ‘marcia in più della bellezza, del fascino, della seduzione. Tutti elementi che – coniugati con la bravura di alcune – la rendevano irresistibile. Ciò non toglie che ci siano state anche donne ‘bruttine’ che hanno riscosso unanimi consensi per la loro qualità espressiva unicamente legata alle capacità interpretative (tra queste è da citare almeno Elvira Donnarumma).

Sono personaggi convenzionali o hanno una carica innovativa?La carica innovativa – al di là dei cliché imposti da una cultura patriarcale e maschilista (che ha sacche di resistenza ancora ai nostri giorni) – è data proprio da questa sorta di rabbioso anticonformismo espressivo, che talvolta si potrebbe essere tentati di definire ‘volgare’ ma che a me spesso sembra una sorta di irridente e salvifico urlo primigenio.

A parte le protagoniste citate, artiste eccentriche e capricciose, la storia della canzone napoletana è fortemente legata ad interpreti maschi, questo  perché anche tutto il repertorio napoletano classico, è soprattutto al maschile, con molti pezzi descrittivi dove l'espressione amorosa è generica. Tuttavia, il più delle volte, il protagonista o le situazioni sono chiaramente maschili e si rivolgono ad un personaggio femminile. In pochi casi questa donna è presentata affettuosa e benevola; più spesso è opportunista, testarda, diabolica.

Anita, la canzone napoletana racconta la storia delle donne? Forse racconta la storia dell’addomesticamento culturale, della restituzione di un’immagine patinata e convenzionale della donna ma è, forse, lo stesso rapporto che c’è tra l’immagine da cartolina che si dà di Napoli nella canzone napoletana e il suo equivalente reale.

Insomma, la malafemmina della canzone partenopea non è altro che un paragrafo della lunga storia della misoginia, con tanti capitoli nella filosofia e nella religione; “un pregiudizio radicato contro le donne”, lo stesso pesante preconcetto che schiaccia la città.

Sapete chi sono i più grandi misogini di questa terra? - si chiedeva Milan Kundera - Le donne”. Sapete quali sono i più acerrimi nemici di Napoli? I napoletani. E allora, vogliamoci bene.

(in DonnaèAnima 2013)

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