Un patto di pietà

L’Omero-Leone di Marina Lobianco

di Fiorella Franchini

 Parola e materia, un incontro che si fa magia. 
La forma è l’Omero di Giuseppe Antonello Leone. Una pietra trovata in un campo dall’artista che la raccoglie e con pochi colpi di scalpello la “risignifica”, le affida una nuova vita. Scultore di fama internazionale, Leone ama recuperare materiali e trasfigurarli in un personalissimo surrealismo tragico attraversato da un forte senso ironico. 
Anche "Scrivere è scolpire: - sostiene Beppe Severgnini -occorre soprattutto togliere, con un obiettivo in mente e un po' d’ironia nelle dita” e Marina Lobianco ha le mani esperte per farlo, suggerendo all’opera di dialogare con il proprio artefice. L’intervista dell’Omero al proprio autore sviluppa un percorso interiore complesso che è già insito nella prima battuta: “Con tre punti mi hai firmato…una sospensione…”. La perizia tecnica e poetica di Leone offre alla scrittrice un terreno su cui incidere e cavar fuori. La pietra e il maestro raccontano, segnando l’ispirazione, il coro batte come uno scalpello, marcando il pathos. La conversazione ha un’evocazione allucinatoria, non mostra una cosa ma la fa diventare verbo. La scrittura è sobria eppure densa; nessuna parola è immobile, le frasi slittano dal loro senso iniziale, si allargano, si restringono e, cercando le espressioni, si trovano i pensieri. 
Se lo sguardo è catturato dall’essenzialità dell’Omero, le parole recitate hanno uno strano potere: imprigionano, avvolgono gli spettatori come una ragnatela, attraversano la pelle, s’infiltrano nella mente. Anche il luogo si trasforma, sia esso il Museo Archeologico o le Catacombe di San Gennaro, e si arricchisce di altre stratificazioni di sensi e di memoria. 
Numerosi sono gli appuntamenti di Marina Lobianco; Arlecchino e Picasso, Rosa Bianca e O'Keeffe, La Chambre e Balthus. 
Interviste improbabili o, forse, colloqui possibili poiché "l’opera d’arte, - ricorda la scrittrice, citando Umberto Saba – è sempre una confessione”, il ritratto di un’anima. Eppure, come in ogni rivelazione, l’immagine trascende il personale, persino l‘atavico dualismo tra opera e artista, per proporsi come suggeritore di nuovi valori. Nell’Omero-Leone il significato primigenio recupera il sentimento della comunanza, del confronto con le diversità: “Il dubbio è se ti puoi fidare dell’altro, del diverso, e di quanto ti racconta…”. Ciò che abbiamo di fronte cambia espressione e diventa il compagno, l’amico, il vicino, l’estraneo, “…la presenza che cura, un patto di pietà... ”, colui che può alleviare una solitudine che non ci appartiene, un abbandono che non abbiamo mai accettato, “quell’orrore, questo bisogno di dimenticare il proprio io nella carne esteriore,” che secondo Baudelaire, "l'uomo chiama nobilmente bisogno d'amare”. Parole, materia, emozioni….l’incantamento si fa poesia.  
(napoliontheroad 20 febbraio 2014)

  Condividi