Inferno Neapolitano ovvero la conoscenza perduta di Neapolis

di Fiorella Franchini

Inferno Neapolitano, lo spettacolo in prosa e musica di Massimo D’Antonio con la regia di Giovanni D’Angelo più che di streghe, maghi o diavoli, rammenta le atmosfere di un periodo difficile e altresì eroico di Napoli. Attraverso la teatralizzazione di attori girovaghi, la Compagnia dei Narratori dell’Arte di MANI E VULCANI composta da Anna D’Auria, Anna Perna, Carlo Liccardo, Fabiana Esca, Vittorio Passaro, con la partecipazione di Simonetta D’Angelo, Paola Matafora, strumenti a fiato di Francesco Paolo Porreca, percussioni Adriano Minichino, chitarre Giovanni D’Angelo, mua and hair Isabel Sanges, costumi Rosaria Riccio, la direzione artistica Antonello Di Martino, interpreta lo spirito atavico della città raccontandone un momento emblematico, quando si cercò di imporre nel Viceregno le regole morali e religiose dell’Inquisizione spagnola.

Lo spettacolo, anche nelle imperfezioni della messa in scena, minimizzate dall’entusiasmo degli interpreti e dalle splendide musiche di Giovanni D’Angelo, nonché dalle suggestioni dei siti scelti per la rappresentazione, ha un evidente progetto culturale. Traspare l’impegno dell’autore, scrittore e saggista, alla tutela dell’identità partenopea che affonda le sue radici nella storia e nella tradizione popolare, quel miscuglio di fatti, eventi, leggende, riti che rispecchia i tratti storici, culturali e spirituali di una comunità etnica, testimonia, nei suoi multiformi aspetti, la secolare cultura di una popolazione recuperandone i valori ancestrali e trasformando il localismo in universalismo.

L’allestimento teatrale privilegia luoghi evocativi, come il Complesso Monumentale di San Domenico Maggior, l’Ospedale della Pace di Via dei Tribunali o il Parco Archeologico Urbano di Nola nell’ambito di Casamarciano Teatro Festival ove i guitti ripropongono con ironia e improvvisazione scenica l’ipocrisia religiosa e l’insofferenza di popolo e nobiltà alle vessazioni del potere, credenze magiche e antichi rimedi naturali, storie di vita quotidiana e favole, in un’alternanza coinvolgente di danze, canti, recitazione di matrice seicentesca.

L’eresia, che l’Inquisizione volle mettere all’indice, non fu altro che un esercizio di potere temporale che nulla aveva a che fare con la religiosità cristiana ma affondava le proprie motivazioni in ragioni politiche ed economiche. A Napoli le pericolose idee ereticali dal cenacolo della nobildonna Giulia Gonzaga si diffusero nel XVI secolo in tutti i ceti sociali. Il 12 maggio del 1547 l’Inquisizione Spagnola affisse alle porte del Duomo le sue regole ecclesiali e morali, tese a debellare dal Viceregno eresie, pratiche magiche e residui culti pagani. All’indignazione dei cittadini seguì la protesta e, alla notizia dei primi arresti, scoppiò l’insurrezione. Seicento morti e più di cento feriti da parte spagnola e duecento morti e cento feriti da parte napoletana, oltre a case e palazzi dati alle fiamme nella zona di Rua Catalana ove stanziavano la milizia spagnola. Il secolo successivo si provò nuovamente a forzare la mano e, ancora una volta, fu ferma l’opposizione partenopea. 

 

Alla lotta parteciparono tutte le forze sociali del Regno: popolo, nobiltà e clero. I motivi di questa dura opposizione nascevano dal terrore che l’Inquisizione spagnola destava ovunque ma soprattutto, dal fatto che essa, rappresentando un utilissimo strumento di progressione dell’assolutismo monarchico, minava alle basi l’autonomia delle organizzazioni politiche locali, imponendo l’ingerenza del sovrano in una materia fino ad allora considerata di esclusiva competenza della Chiesa. Vi si contemplavano la denuncia segreta come avvio del processo, la detenzione preventiva e la confisca dei beni anche a carico degli eredi innocenti dei colpevoli, origine delle rivolte anti inquisitoriali che si susseguirono dal cinquecento al settecento.

 

 A fronte, la monarchia napoletana aveva la necessità di liberare lo Stato dalla soggezione alla curia romana limitando la potenza del clero, e iniziare la trasformazione del Regno riordinando l’amministrazione della giustizia. A questo bisogna aggiungere che già verso la fine del cinquecento la posizione geografica e i traffici commerciali favorirono, più che altrove, un’espansione preoccupante delle idee religiose eterodosse che non toccarono soltanto i ceti colti, ma penetrarono nei più diversi strati sociali e furono agevolate dalla rivoluzione culturale che Napoli visse nella seconda metà del secolo. La circolazione degli scritti di Cartesio, Gassendi, Bacone, Hobbes, Galileo cadde in un ambiente culturale vivo, eccitato dalle idee di filosofi e letterati come il Caloprese, il Valletta, il Doria e di giuristi come il D’Andrea, l’Ausilio, l’Argento, il Caravita. Napoli si arricchì di letterati, la produzione letteraria crebbe, dall’estero molti libri prima considerati proibiti, per vie legali e illegali, entrarono nel Regno e s’intensificarono gli scambi culturali tra studiosi italiani ed europei.

 

 Tutto ciò avvenne a sostegno di una libertà di pensiero prima del tutto sconosciuta. La nuova filosofia mirava a una laicizzazione della cultura, portava al suo affrancamento dalla religione nella convinzione che il progresso del genere umano non potesse essere ostacolato da pregiudizi religiosi. Il rinnovamento culturale fu capeggiato da giuristi e letterati e diretto essenzialmente verso una lotta anticuriale che, attraverso una fitta opera di propaganda, coinvolse anche il popolo. La Chiesa a questo punto, sentì la necessita di frenare filosofie che delegittimavano il suo operato estendendo l’etichetta di eretico a ogni novatore che se ne facesse portavoce. Ma il sentimento popolare cominciava ormai a mutare recuperando il suo substrato multiculturale amalgamato da secoli di convivenza di popoli diversi, campani, greci, etruschi, egizi, romani. Napoli, città multietnica fin dalle sue origini, ritrova libertà di pensiero e punti di riferimento. Tra questi, Massimo D’Antonio rivendica il ruolo di Virgilio, patrono della città prima dell’avvento dei santi cristiani, una devozione che attraversa come un filo rosso la tradizione popolare napoletana collegando passato e presente.

Virgilio assommò in sé una gamma di poteri anticamente attribuiti ad esseri soprannaturali, operò magie e prodigi sempre a beneficio della città, e fu profeta della buona novella. Le sue opere letterarie nel tempo, lungi dall’essere eclissate come pagane, vennero tramandate e interpretate cristianamente, e così il Virgilio oracolare assunse una veste profetica: in particolare, nell’annuncio della nascita di un ''divino puer'' con caratteri celesti e solari, fatto dal poeta nella IV egloga delle 'Bucoliche', si volle leggere la venuta del Messia Gesù.

Questo Virgilio sacralizzato è divenuto per i napoletani un’espressione simbolica della propria identità, e della forza e libertà della Napoli altomedievale contro il tentativo perpetrato dai normanni, con il consenso interessato della Chiesa, di indebolire e sottomettere la città al proprio volere e all’ortodossia cattolica, distruggendo l’oggetto di culto che era la base simbolica della sua autonomia; dall’altro, l’imperterrita resistenza dei napoletani che vollero proteggere le reliquie virgiliane nel tentativo di salvaguardare l’integrità sia del mito, sia propria. Il sepolcro si svuotò, ma la memoria non si disgregò mai completamente; finì piuttosto, come suggerisce D’Antonio nel suo libro “In nome di Virgilio”, per fondersi in una sintesi sincretica che, con le altre espressioni mitico-rituali che, prima pagane e dopo cristiane, connotarono i luoghi legati alle leggende napoletane di Virgilio. Si pensi alla Grotta di Posillipo che, con la festa di Piedigrotta, continuò ad essere oggetto di devozione 'popolare' fino agli anni Sessanta del secolo scorso e a tanti altri posti in città, dove, dietro la collocazione di un tempio cristiano dedicato alla Madonna o ad un Santo, si può rintracciare un segno virgiliano e la reminiscenza di un antico pensiero pagano. Una sorta di coscienza arcana, nascosta nei vicoli e nel sottosuolo, nei panorami, nei racconti, nelle melodie per ritrovare i frammenti dispersi dell’anima partenopea. Un Inferno neapolitano che assomiglia, piuttosto, a un paradiso perduto di conoscenza.

(napoliontheroad 1 settembre 2015)

 

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