Rivoluzione di prospettiva

Un’indagine culturale di Adriana Dragoni

intervista di Fiorella Franchini

 

“È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva” suggerisce il prof. John Keating in L'attimo fuggente. Lo sa bene Adriana Dragoni, storica dell’arte e saggista, che nel suo nuovo libro, propone una tesi affascinante ed innovativa.

Lo spazio a quattro dimensioni nell’arte napoletana”, edito da Pironti,  a pochi giorni dall’uscita è già un successo. Contiene oltre 120 illustrazioni, anche a colori, delle più belle pitture napoletane ed europee e, soprattutto,  contraddice la valutazione che i critici più affermati danno sull’arte napoletana.

Qual è prof.ssa Dragoni, la posizione ufficiale della critica?

Si continua a parlare di pittura “romana”, “ giottesca”,  “fiamminga”, “caravaggesca” e infine “finalmente europea”, dimenticando la straordinaria continuità storica di questa città, in cui il sapere si è tramandato da una generazione all’altra, generando una sapienza, una mentalità e un’arte tradizionale ben caratterizzata.

Il suo libro, invece, quale ipotesi suggerisce?

Esiste un elemento unificatore dell’arte e della civiltà napoletana, che io definisco la “prospettiva napoletana”, quel fil rouge , che scorre lungo tutta la storia della città e che lo stesso Benedetto Croce confessava di aver cercato e di non essere riuscito a trovare.

Un libro impegnativo che, tuttavia, è scritto senza usare il linguaggio accademico, né vi è illustrata una soluzione già confezionata. L’indagine è raccontata dall’inizio ed ha la forma di un racconto in cui l’autrice invita il lettore a seguirla attraverso le sue ricerche tra l’arte e la storia, gli insegna come guardare le pitture e come, guardandole con attenzione, possa scoprire la verità che esse testimoniano.

In questo modo il lettore stesso scoprirà, rovesciando il giudizio dei critici, che le pitture napoletane, che quelli considerano incapaci di seguire le regole della comune prospettiva, in realtà seguono le regole di una prospettiva diversa, che l’autrice chiama “prospettiva napoletana”, sintesi di più punti di vista.

 

Quali sono le origini della sua tesi?

La formazione di questa prospettiva napoletana è un lungo processo che parte dalla Magna Grecia, dal pitagorico Parmenide da Elea. Se ne trovano esempi anche in quelle pitture pompeiane ed ercolanesi, simili alle contemporanee pitture napoletane quasi del tutto ormai perdute. La prospettiva napoletana raggiunse la sua più chiara definizione nel diciottesimo secolo. Stupefacente, ma spiegabile dalla vivacità  culturale dei napoletani del Settecento, è che questa prospettiva si basa sulla concezione fisica dello spazio-tempo e su una geometria iperbolica. L’arte ha intuito ciò che la scienza teorizzerà secoli dopo.

La prospettiva è, dunque, considerata nel suo significato originario di “guardare attraverso”. Secondo Adriana Dragoni non è soltanto lo schema attraverso il quale un pittore ha pensato e realizzato un dipinto. E’ anche il modello logico attraverso il quale noi pensiamo e, di conseguenza, agiamo. Quindi non riguarda solo l’arte e la geometria ma anche la fisica, la psicologia, la sociologia, l’urbanistica, la politica.

La prospettiva napoletana si contrappone a quella ufficiale, la prospettiva toscana, ma quali sono le differenze?

I critici considerano visione reale quella obbediente alle regole dell’unica prospettiva, secondo loro, veritiera e razionalmente accettabile: la prospettiva toscana. Nonostante quest’ultima, nata a Firenze all’inizio del 1400, all’epoca sia stata definita  (da Leon Battista Alberti che la teorizzò) “artificiale”. Infatti essa si basa sulla concezione di uno spazio fermo e di un unico punto di vista di un uomo singolo, a cui corrisponde, nel dipinto, un punto, il cosiddetto punto di fuga, verso cui concorrono tutte le linee di profondità. Quindi possiamo considerare la struttura della prospettiva toscana come una piramide, di cui la superficie del quadro è la base. Inoltre è fondata su quello spazio a 3 dimensioni, teorizzato da Euclide nel 300 a. C.,  che la scienza da più di un secolo ha dichiarato falso.

La prospettiva “toscana” è stata lo schema di capolavori artistici ammirati in tutto il mondo. E’ ancora il modo di ragionare della maggioranza delle persone: guardare la realtà dal proprio unico, ristretto punto di vista  giudicarla secondo una elementare logica astratta, senza osservare, comprendere e rispettarne la complessità. Una visione individualista, competitiva, opportunistica. La lezione artistica di Adriana Dragoni trascende la tesi tecnica e si trasforma in denuncia sociale e morale.

La struttura piramidale prospettica si è estremizzata e volgarizzata:  - dichiara l’autrice - ognuno va diritto al suo scopo, pensando soltanto al suo personale vantaggio. Dalla visione singola di ciascuno non nasce l’armonia ma la lotta. La competizione, che può essere leale, è diventata generalmente senza regole, spietata. Per fortuna questo sistema prospettico, questa mentalità è in crisi. L’uomo portatore della mentalità astratta rischia di diventare solo un robot e la sua vita completamente automatizzata, massificata, vuota e solitaria. L’imprigionamento nella prospettiva astratta porta le nuove generazioni al rifiuto, ai ritmi folli di musiche a tutto volume, a sbattersi e a contorcersi in balli che vogliono rompere la prigione dello spazio ristretto, non ultimo alla droga.   

Cosa cambierebbe nel concreto con l’accettazione del suo punto di vista, della prospettiva napoletana?                             

L’assunzione della prospettiva napoletana nell’attività urbanistica, sarebbe oltremodo benefica. Non si costruirebbero palazzoni inutili, ma soprattutto funzioni sociali in cui la gente possa armoniosamente muoversi e liberamente agire. L’assunzione di questa prospettiva spazio-temporale sarebbe soprattutto benefica negli interventi nel centro storico di Napoli, da preservare nella sua identità, fatta di pietre ma anche di popolo, di un popolo che ha diritto di essere rispettato nelle sue particolarità ed esigenze, che si adegua naturalmente a questa urbanistica creata dalle generazioni dalle quali discende ma che ha il diritto sacrosanto di vivervi senza che esso sia devitalizzato.

Un’ultima domanda prof.ssa Dragoni: a chi piacerà questo libro?

Il libro piacerà a chi ama veramente Napoli, a chi ama un discorso nuovo e vivo, a chi ha capacità e apertura mentale. Non piacerà a chi parla di cambiamento ma non vuole mutare il proprio modo di pensare.

C’è tanta Napoletanità in Adriana Dragoni quel mix di fantasia, passione, intelligenza, cultura, amore per le proprie tradizioni che Achille della Ragione contrappone alla napoletaneria, all’oleografia, alle banalità, alla volgarità e alla sciatteria, all’esaltazione dell’ignoranza. Una rivoluzione di prospettiva che va oltre la “sistematizzazione del mondo esterno” o della creatività, e punta direttamente allo sviluppo della sfera dell’io.

 

(napoliontheroad 26 marzo 2014)

 

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