Matricidio nei Campi Flegrei

Nel "Ventre dell'Impero" e in "Processo a Nerone" in scena il 21 settembre alle Terme di Agnano, Massimo D'Antonio racconta uno dei più efferati delitti della Storia

Baia. Uccisa la sera del 18 marzo, nella sua lussuosa villa, l’Augusta Agrippina, madre dell’Imperatore Nerone. Tra gli indagati il figlio che, secondo alcuni testimoni, nutriva forti rancori nei confronti della madre.

di Fiorella Franchini    

Il feroce crimine si consuma nell’anno 59 d.C., nel cuore dei Campi Flegrei e la vicenda è narrata in termini molto simili da diversi storici. La riprende, con un taglio narrativo e uno stile avvincente Massimo D’Antonio, saggista e scrittore napoletano, appassionato di ricerca archeologica, che nel suo libro “Il ventre dell’Impero” (Valtrend Editore), imbastisce un vero e proprio processo nei confronti del presunto mandante, durante il quale  fa riemergere tutti i dubbi legati all’efferato delitto.

D’Antonio, fedele alle fonti, riporta il lettore nei luoghi ove si consumò il più celebre matricidio della Storia, racconta, attraverso testimoni dell’epoca, le trame di Agrippina e le possibili ragioni di Nerone, il clima politico e sociale in cui maturarono gli eventi.

Parlano le vittime delle congiure dell’Augusta  flaminica del Divo Claudio e della Casa Giulia, ovvero massima sacerdotessa dello Stato, l’ultimo marito  l’imperatore Claudio e suo figlio Britannico, la rivale Lollia Paolina; contro Nerone, la moglie Ottavia e il precettore Seneca, Acerronia, ancella di Agrippina e il liberto Epafrodito.

L’accusa e la difesa si confrontano sulle prove rintracciate negli scritti di Tacito (Annales XIV) e di Svetonio (Vita di Nerone), ma anche nella Storia Romana di Dione Cassio, nel Libro dei Cesari di Aurelio Vittore, nei Libri Sibillini e ne viene fuori un affresco sconcertante del mondo romano, contrassegnato da una spietata lotta per il potere e dal decadimento dei costumi e della moralità. Tradimenti, omicidi e lascivie sessuali, soprattutto in ambito familiare, erano strumenti comuni per il raggiungimento ed il mantenimento dei privilegi.

Diversi testi tendono ad attribuire ad Agrippina una relazione incestuosa con il figlio che appare tutt'altro che insensibile a queste attenzioni "particolari", ugualmente deplorevoli sia che si voglia considerare la donna veramente "innamorata" del figlio, come lascia intendere Tacito quando riporta la laconica risposta di Agrippina ad alcuni indovini Caldei che le predicevano che Nerone l'avrebbe assassinata: "Occidat, dum imperet", "Mi uccida pure, purché regni"; sia che la si ritenga responsabile di aver cinicamente "usato" suo figlio, plagiandolo sessualmente, per impadronirsi del potere.

In ogni caso, nonostante subisse il fascino della madre o, forse, proprio per questo, Nerone era sempre più insofferente dei condizionamenti che gliene derivavano; senza contare che mal sopportava il matrimonio con Ottavia. La crisi definitiva arrivò quando s'innamorò di Poppea, Nel 59 Nerone, ormai ventiduenne, decise di prendere in pugno la situazione e di sbarazzarsi degli ingombranti tutori: organizzò anzitutto il matricidio, dapprima mediante un finto naufragio che fallì miseramente, poi mediante un agguato di sicari che penetrarono nella villa della madre e la uccisero. Quindi, nel 62, ripudiò la moglie relegandola a Ventotene e sposò l’amante che non contenta, chiese la testa di Ottavia che, solo diciannovenne, venne brutalmente assassinata dai sicari del marito. Lo stesso anno fu ucciso il prefetto Burro mentre al precettore Seneca  fu ordinato il suicidio.

Nonostante i numerosi precedenti mitologici disseminati in tutte le civiltà, l’uccisione della madre ha da sempre rappresentato una delle azioni più gravi commesse dall’uomo poiché si vede nella figura materna uno dei  pilastri principali dell’umanità.  Storie  interpretate dagli studiosi come simbolizzanti il tentativo del figlio di superare l’autorità e il dominio da parte dei genitori, poiché il matricidio sarebbe collegato con una lotta contro la figura matriarcale, il momento di passaggio “alla fase dove il baricentro del modello famigliare si sposta sulle necessità di socializzazione e di espansione derivate dalla figura paterna” o, come suggerisce Fingarette a proposito del matricidio di Oreste, nelle Eumenidi di Eschilo, come tentativo estremo di rescindere i legami di dipendenza dalla madre al fine di distruggere l’aspetto passivo e femminile di se stesso.

Non si tratterebbe di una contrapposizione tra i sessi, di una sostituzione o negazione del maschile con il femminile, ma del superamento dalla condizione di figli a quella di uomo o donna adulti. Solitamente è matrimonio a segnare il passaggio da un’età adolescenziale ad una adulta; vi è, da un lato,  la necessità di crescere, di rescindere i legami di dipendenza, dall’altro vi è una forte resistenza affinché il distacco non avvenga, ed è in quest’ambivalenza che si può verificare l’atto disperato, che segna la fine di ogni tipo di sviluppo.

- L’omicidio di Agrippina - evidenzia la criminologa Monique Iandolo - presenta molte caratteristiche comuni ai moderni matricidi: l’assenza della figura paterna, cioè di un simbolo maschile cui poter fare riferimento, che costringe il matricida in una relazione esclusiva e ristretta con la madre, dalla quale si sente dipendente e soffocato, l’uso facilitato delle armi, veleno, falsi incidenti, sicari, l’abuso fisico o psicologico, la patologia mentale, l’efferatezza, la pressione sociale equivalente al ruolo che oggi svolgono molti mass media.-

L’odio-amore di Nerone oscilla tra queste pulsioni di indipendenza psicologica e la lucida ragion di stato che mira all’eliminazione del nemico politico, così come resta controverso il ruolo materno di Agrippina, matriarca e donna, che tuttavia,” sembra sciogliersi - come rileva Martina Decaroli,” nell'ultima immagine di lei che, dopo avere disperatamente negato a se stessa l'evidenza del fatto che il figlio non la ama, anzi la odia, compresa in extremis la verità, trova il coraggio di morire rescindendo il legame uterino con lui: e con l'ultimo fiato che le resta in gola urla di colpirla al ventre, di colpire proprio quell'utero che ha generato il mostro.

Il diritto naturale condanna Nerone senza appello, gettandolo in pasto alle Erinni, lo condanna la parzialità  degli storici che appartenevano alle classi privilegiate, contrarie al suo disprezzo per il Senato romano e alla sua politica assai favorevole al popolo, di cui conquistò i favori con elargizioni e giochi del circo. Una censura parzialmente rivista dalla maggioranza degli studiosi moderni, i quali ritengono che non fosse né pazzo, né particolarmente crudele per l'epoca, ma che i suoi comportamenti autoritari fossero simili a quelli di altri imperatori non ugualmente giudicati.

Riflessioni drammatiche e amare, spesso troppo attuali che il libro di Massimo D’Antonio suggerisce anche con una trasposizione teatrale diretta da Salvatore Totaro, già andata in scena a maggio e che sarà riproposta, sabato 21 settembre 2013, sul palcoscenico della scalinata in stile liberty del parco termale di Agnano. Un viaggio nel tempo all’insegna del teatro, dell'archeologia e dei sapori antichi con degustazione di ricette tratte dall'antica cucina romana nonché l'assaggio di vini di Cantine Grotta del Sole, e l’indomani il percorso narrato “Sulle tracce dell’assassino” che condurrà gli spettatori lungo un bellissimo sentiero naturalistico sulle colline di Baia, negli stessi luoghi dove si consumò il crimine.

Uno spettacolo teatrale con ben quattordici figuranti in scena e tanti personaggi, il gladiatore Aniceto, esecutore materiale del delitto, le meretrici che recitano brani tratti dall'ars amatoria del poeta Ovidio, abituale frequentatore di Baia, tradotti per l'occasione in napoletano per ribadire la diretta filiazione del nostro dialetto dalla lingua greca e da quella latina, il poeta ed il cuoco di corte, interpretati da Rosario Sannino che divertono il pubblico raccontando come si mangiava e come ci si divertiva al tempo di Nerone. Nonostante qualche incertezza intepretativa e rappresentativa la magia del teatro e la forza delle parole di Massimo D’Antonio, anch’egli attore del suo testo, imprigionano gli spettatori ed i lettori, li avvolgono come in una ragnatela, attraversano la loro pelle, s’infiltrano e paralizzano i loro pensieri, dentro l’anima compiono la loro magia

Sullo sfondo i Campi Flegrei, raccontati con gli occhi di un viaggiatore straniero, la geografia, la storia, il mito, la poesia, la vita degli umili e gli ozi dei ricchi, banchetti, musica, spettacoli, amori proibiti, un’umanità cosmopolita, culture che s’incontrano e si mescolano.

Una manifestazione culturale, organizzata dall’Associazione Mani e Vulcani di Antonello Di Martino il cui fine è la riscoperta della nostra Storia, e dell'immenso e straordinario patrimonio artistico-culturale flegreo, un’altra occasione per riappropriarci della nostra identità e speriamo che al fine gli Immortali ci siano benevoli!

 


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