LUIGI BARTALINI

Intervista all’autore di Sono nato nel mese dei morti  

di Fiorella Franchini

     Nel romanzo di Luigi Bartalini, scrittore e appassionato studioso di sistemi sociali, la limpidezza dell’immaginazione riporta indietro nel tempo a ricercare le sensazioni della prima età, a sentirle nel cuore. Il ricordo scivola lungo le proprie tracce amarognole e rimbomba come se intorno ci fosse il vuoto. Nel silenzio della coscienza i pensieri hanno il rumore delle foglie secche che, in autunno, cadono dagli alberi.

     

       Nel romanzo Sono nato nel mese dei morti ci sono spunti autobiografici?

Di autobiografico c’è tanto, nella misura in cui ascoltare, sedimentare, e ricordare quanto si è ascoltato, dagli adulti da bambino, letto e approfondito negli studi o assorbito attraverso il neorealismo cinematografico dei De Sica, Germi, Visconti, aiuta a comporre un testo che con il sottofondo dell’epoca consenta alla storia di prendere la forma voluta.

Da dove nasce il titolo?

         In fondo a novembre si associa una certa malinconia, per la ricorrenza, l’Autunno e l’Inverno alle porte, Natale è ancora lontano………….

            Il richiamo alla stagione autunnale si contrappone all’illusione dell’infanzia, suggerisce una dimensione intimistica e malinconica che fa da sfondo alla realtà dolorosa dell’abbandono, della delusione.

  Perché hai ambientato il racconto nella Napoli  ante-guerra?

Un po’ per passione per la storia, dei fatti accaduti, ma anche per le atmosfere, per i colori che attribuisco a quel periodo, marcato nei ricordi dalle fotografie dell’epoca, sfumature di grigio o seppia, giallo ocra; per il senso di umanità che permeava l’agire quotidiana, per i ritmi, più lenti.

        L’autore, apparentemente impegnato a descrivere il percorso di vita del protagonista, l’esperienza del distacco dalla madre, il periodo in collegio, le difficoltà del mondo esterno, cerca di penetrare il senso segreto di emozioni e sentimenti, osservandole, sino alla fine, con lo stupore e lo sbigottimento di un’anima fanciulla.

 

        Quale è l’esigenza della tua scrittura?

               Non è una vera e propria esigenza, laddove non consideri io stesso la scrittura una forma di terapia, bensì un  modo di lasciare che lo spiraglio che mi ha consentito di sbirciare nella storia e nelle vite trovi una sua dignità nella scrittura, se vogliamo dare un senso alla memoria e lasciare traccia sopportabili, in linea con il battito del cuore. E poi perché bisogna non dimenticare, lasciare tracce sugli orrori della guerra e sulle atrocità commesse sul filo della follia.

            Quale funzione attribuisci a questo romanzo, pedagogica, moralistica, e alla scrittura in generale?

              E’ un libro di amore, di sentimenti inespressi, in questo senso è un inno all’importanza di vivere le proprie emozioni quando si presentano e non aspettare che invecchino e si disperdano. Lo scrivere, soprattutto leggere, rappresenta per me una parte imprescindibile nella vita di ognuno e senza retorica e banalità, una ricerca di libertà, è un percorso non da intraprendere ma lasciare che si tracci dentro di sé.

        Un romanzo di formazione, erede del Bildungsroman,  genere letterario dell’Ottocento con una grande tradizione letteraria che da Goethe a Stendhal passa per Flaubert e Dickens fino a Joyce e Thomas Mann, ma con nessuna  funzione pedagogica e moralistica. Le pagine scorrono l'evoluzione del personaggio principale verso la maturazione e l'età adulta, per raccontarne impressioni progetti, azioni viste nel loro nascere dall'interno, senza dimenticare le atmosfere che lo circondano.

 

 

         Quali sono gli spunti di attualità?

        

        In primis il ruolo delle donne nella società, la difficoltà che hanno nel conciliare i molti impegni della vita, lavoro, casa, famiglia, le proprie esigenze, tutto scandito e condizionato da una ruolizzazione stereotipata dei sessi che fatica ad essere smontata; le diversità, gli ebrei di ieri i migranti di oggi, l’infanzia negata.

         Vicende narrate che rimandano  alla consapevolezza di una metafora esistenziale. La scrittura di Luigi Bartalini non inventa nulla; dietro l’angoscia del tempo che passa, delle occasioni perdute, dello smarrimento, svela il senso delle cose quotidiane e familiari, la solitudine e gli affetti, le inquietudini e la tenerezza, in un dualismo che è moderno e antico. La primavera dell’anima è dietro l’angolo, basta guardare avanti.

 

 

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