Festival Internazionale del design

 

di Adriana Dragoni

Al Plart, lo scorso 11 luglio, è stato inaugurato il “Festival internazionale del design”, le cui manifestazioni si protrarranno fino al 2015. Saranno mostre di vario tipo, performance e spettacoli di danza, a cui ha già promesso la sua partecipazione la ballerina, coreografa e maestra di danza moderna Sonia Bianchi.

 Il Plart, a Napoli in via Martucci 48, è un museo della plastica. Nato sei anni fa, mostra oggetti in plastica di uso comune, telefoni, caffettiere, gioielli, gingilli e tessuti, che narrano l’evoluzione di questo materiale nelle sue varie accezioni: il rayon, che fu creato nel 1855, la celluloide, la bachelite, l’italiano moplen ecc.. Adeguandosi all’evolversi del tempo, questi oggetti testimoniano anche lo sviluppo della tecnica e le modifiche del gusto: la nostra storia umana.

Il Plart, che nel suo nome racchiude le parole plastica e arte, mostra anche opere di famosi artisti e designer contemporanei. E siccome molte delle opere artistiche contemporanee sono di plastica, materiale indistruttibile ma spesso deformabile, vi è annesso un laboratorio di restauro e conservazione.

 Oggi il Plart si è ingrandito nelle attività e negli spazi. E’ un luogo ampio, estremamente elegante, giocato su un bianco che appanna i limiti delle cose e quasi cancella rendendoli rarefatti i muri.

Il Festival internazionale del design è finanziato, con l’apporto della Regione Campania, da Umberto Paliotto, direttore della Fondazione Plart, una istituzione che ha tentato una strada nuova e difficile e ha avuto un meritato successo all’estero più che nella città in cui ha la sede.

Il festival è stato inaugurato da ”The future of plastic”, una mostra delle opere di Maurizio Montalti, un trentaquattrenne di Cesena, che si è laureato in Ingegneria Gestionale presso l’Università di Bologna e ha concluso un corso di perfezionamento presso la Design Academy della Technische Universiteit di Eindhoven, in Olanda, dove si è stabilito fondando, ad Amsterdam, lo studio “Officina Corpuscoli” (con il nome italiano), per studiare nuovi materiali.

 Le opere in mostra sono vari tipi di contenitori dalla forma geometrica semplice, essenziale: sono vasi cilindrici o poligonali di varie misure e altezze, La loro singolarità consiste nel materiale di cui son fatti. Che è il risultato del procedimento con cui un certo tipo di fungo, penetrando in materiali organici, quali scarti agricoli o di falegnameria, sviluppa al loro interno  una intricata rete di filamenti che ne costituisce il collante e li trasforma in materiali plasmabili, ignifughi e idrorepellenti.

Questa scoperta è il risultato di una ricerca in cui, evidentemente, ha avuto molta parte la conoscenza della biologia. Montalti non è un biologo ma un ricercatore autonomo. Tuttavia i risultati della sua ricerca si avvalgono, tra l’altro, della collaborazione degli altri operatori dello studio, di Utrecht Universiteit, di Mediamatic e di Netherlands Organization for Scientific Research. Comunque Montalti, aderendo alla lotta contro le multinazionali, vorrebbe lanciare questo materiale sul grande mercato, senza consentire a queste, se accettasse di essere un semplice loro stipendiato, di procacciarsi un esagerato e immeritato profitto. Eppure, ne ricordavo vagamente qualcosa e su internet ne ho trovato conferma, già la Bayer e altre grandi multinazionali sperimentano materiali ottenuti con l’apporto della micologia.

Gli oggetti della mostra “The future of plastic”, hanno un colore beige, variamente e casualmente modulato, secondo i materiali “coltivati” dai funghi. Una sinfonia di beige più o meno chiari fino al quasi bianco, con delle venature a macchie scure. Che denunciano l’essenzialità della lavorazione. Gli oggetti non hanno subito la colorazione dei colori sintetici e si presentano così, nella loro verità naturale, suggerendo i nuovi scenari di un mondo diverso. In cui non vi saranno i colori luccicanti di una Las Vegas da cartolina né i caldi colori dei soleggiati spazi mediterranei, ma  quelli sabbiosi dei paesaggi olandesi seicenteschi dall’orizzonte basso e poco cielo. Se la storia della plastica, come il Plart testimonia, corrisponde alla storia umana, la mostra “The future of plastic” potrebbe essere realmente il simbolo del nostro futuro. Ma non sappiamo se il futuro che qui viene annunciato è quello di una vita più semplice e povera ma più ricca di operosità, di studio e di rispetto per la natura oppure è quello di un’umiliata, monotona, asettica, egualitaria, depressa vita dei nuovi poveri. adriana dragoni

 

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