Dall’età Vicereale alla Restaurazione Borbonica, la trasformazione del Casale da Decurionato a Comune tra il XVIII e il IX secolo


di Marco Ferruzzi

Pochi casali come quello di Barra beneficiarono dell’influenza positiva del settecento napoletano.I nobili si stabiliscono a Barra e si fanno costruire sontuose dimore che in lusso e bellezza gareggiano con quelle dei signori napoletani. 

La venuta degli austriaci a Napoli, il 7 luglio del 1707, segna la fine della lunga dominazione spagnola suscitando in molti nuove speranze che furono puntualmente deluse, giacché anche il vicereame austriaco vide nel Regno di Napoli solo una fonte di guadagno, continuando la condotta politica degli spagnoli. È facile intuire che un governo, cosi poco disposto a rispondere alle esigenze del Regno, poco o niente fece per i casali napoletani, compreso quello di Barra. Il viceregno austriaco fu interrotto nel 1734, data di inizio del conflitto che segnò il rientro degli imperiali in Austria. Il conflitto terminò nel 1738 con la pace di Vienna che sanciva il passaggio del Regno di Napoli ai Borbone. La dominazione borbonica, tranne la pausa repubblicana del 1799 e il decennio francese, durò sino al 1860, ovvero sino all’unità d’Italia.

Con Don Carlo di Borbone il Regno di Napoli acquista la sua indipendenza, per un quarto di secolo Carlo dedicò tutte le sue energia alla rinascita di Napoli. Appassionato intenditore d’arte, diede un nuovo impulso alla fioritura delle arti. Fece costruire la Reggia di Capodimonte, di Caserta e di Portici. Quest’ultima ebbe un importanza fondamentale per la crescita e lo sviluppo dei Casali del vesuviano. Qui, infatti, molte famiglie appartenenti alla classe nobiliare, incoraggiate dalla presenza del sito reale, iniziarono a stabilirvi la propria dimora.

Carlo considerava la classe nobiliare la linfa del suo stato e per questo la teneva in gran considerazione; ripagava i suoi collaboratori permettendo loro di farsi costruire dagli architetti di Corte, dimore che, in lusso, gareggiavano con le sue reggie. Molto vivaci erano gli scambi con il nostro Casale. Carlo commissionò al barrese Francesco Solimena importanti opere e mise a disposizione della famiglia Pignatelli di Monteleone il grande architetto di Corte, Ferdinando Sanfelice per il progetto della loro villa. 

Ferdinando IV prosegui sulla scia del padre e mantenne ottimi rapporti con la nobiltà la cui presenza a Barra si faceva sempre più numerosa. Molto probabilmente fu Ferdinando IV a inviare a Barra l’architetto Luigi Vanvitelli, con l’incarico di progettare per il principe Domenico Cattaneo di San Nicandro, precettore del Re, la  Villa De Gregorio, detta anche Villa Giulia in onore della moglie del principe; e sempre per volere del Re Ferdinando IV, fu inviato a Barra Giuseppe Picano scultore, stuccatore e presepiaio, nativo di S.Elia Fiumerapido molto apprezzato presso la corte borbonica; a questi fu commissionata la popolarissima statua lignea di S.Anna con la Vergine (1790), copia esatta della statua di S.Anna da lui scolpita per la grande chiesa della Santissima Annunziata a Napoli.

Questo è dunque un periodo di grande splendore, ma anche di grandi cambiamenti per il casale di Barra, che pian piano vede trasformare la propria economia. Molti contadini, ammaliati dalle comodità di una vita più facile, abbandonano i campi per mettersi a servizio della nobiltà, diventano giardinieri, garzoni di stalla, “mannesi”; rinunciano alla loro libertà e indipendenza e finiscono per essere sfruttati e oppressi dalla classe nobile.

Si crea cosi, con questo cambiamento socio economico, il terreno fertile che favorì l’attecchimento di quegli ideali di libertà e uguaglianza che erano alla base della Rivoluzione Francese  e che vennero accolti anche a Napoli e nel casale di Barra.

Quando il 22 gennaio del 1799, le truppe transalpine, guidate dal generale Championnet, entrarono a Napoli, le nuove idee infiammarono gli animi dei napoletani che diedero vita all’effimera Repubblica Partenopea che terminò nel giugno dello stesso anno con la venuta a Napoli delle truppe sanfediste del Cardinale Ruffo che sbaragliarono la resistenza giacobina. Celebre è l’episodio dell’ esplosione del Fortino di Vigliena nel vicino Comune di San Giovanni a Teduccio. Qui si erano rifugiati un manipolo di uomini costretti ad abbandonare le posizioni di difesa sul Ponte della Maddalena e resisi conto dell’impossibilità di resistere all’attacco del Cardinale Ruffo decisero di dar fuoco alle polveriere facendo saltare l’intero fortino e sacrificando la propria vita pur di non soccombere al nemico.

La deflagrazione fu spaventosa, Alexandre Dumas, nel suo saggio sui Borbone di Napoli, descrive l'accaduto:

« In quel punto, s'intese una spaventevole detonazione, ed il molo fu scosso come da un terremoto; nel tempo istesso l'aria si oscurò con una nuvola di polvere, e, come se un cratere si fosse aperto al piede del Vesuvio, pietre, travi, rottami, membra umane in pezzi, ricaddero sopra larga circonferenza. »

A Barra le idee giacobine furono accolte da alcune famiglie borghesi tra cui quella dei Minichino e dei Sannino che rappresentavano il centro culturale del nostro Casale, ma l’atteggiamento generale della maggior parte degli abitanti fu piuttosto prudente, tanto che re Ferdinando, tornato al potere, volle ringraziare il nostro casale per la fedeltà dimostrata sbarcando nella rada di Portici presso la Favorita e procedendo in corteo insieme al Cardinale per i casali di Barra e San Giorgio. Questa fedeltà, in realtà, era dovuta più alla paura della novità che gli ideali giacobini avrebbero apportato, che non alla fiducia nel regno Borbonico. Molti giacobini riuscirono a sottrarsi dalle ire del re, ma il più tenace oppositore Annibale Minichino, fu ucciso dalla polizia.

Non passò molto tempo dal ritorno del regime Borbonico che fu di nuovo crisi e, questa volta i francesi, senza appoggiarsi alla classe intellettuale napoletana, come avvenne nel 1799, prendono in mano il potere. Nel 1806 Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, viene proclamato Re di Napoli e la città viene inglobata nel grande sistema dell’Impero napoleonico. Il regime francese da inizio a una profonda trasformazione amministrativa della macchina organizzativa dello stato che si concluse nel 1808 con Murat, quando la città viene divisa in dodici quartieri che fanno capo al Corpo Municipale presieduto dal Sindaco prima, e dal collegio elettivo del decurionato, poi. Barra cosi da Università autonoma, anche se sempre controllata dalle autorità centrali, diviene un decurionato il cui peso politico era assai limitato.

I primi dell’800 sono caratterizzati da una forte instabilità politica a cui fanno da contraltare le minaccie di eruzione del Vesuvio, creando un clima di terrore. A preannunciare l’eruzione dello sterminator un terremoto del 26 luglio, giorno di Sant’Anna, patrona di Barra, cui seguirono l’eruzione dell’ 11 agosto del 1804 e del 26 gennaio e 31 maggio del 1806.

Sempre in questo periodo Barra perde due presenza d’eccellenza, i Domenicani e i Francescani a cui il regime napoleonico confisca i beni per trasformarli in templi pagani su cui far sventolare il tricolore francese. Scrive lo storico Davide Palomba “Quella rivoluzione del 1789 che sino al 1815 prese ora una forma ora un’altra di vario nome, fu empia, parricida, crudele. Difatti abolì ogni religione, e alla religione sostituì la cosidetta teofilantropia. Contaminò gli altari del Dio vivente ponendovi sopra una femminuccia ignuda che chiamò la dea ragione. La sposa immacolata di Cristo perseguitò nel suo campo e nelle sue menbra : e se talora parve che le facesse buon viso, fu perché ne ebbe bisogno come di puntello in proprio sostegno”

Nel 1815 i Borbone, con l’aiuto dell’Austria, riescono a prendere nuovamente il potere e Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia decide di fondere i due reami assumendo il nome di Re Ferdinando I Re delle Due Sicilie. Con questo nome il Regno sopravvive sino alla conquista di Garibaldi nel 1860.

Al ritorno dei Borbone, tanta ancora era la voglia di libertà, le idee di libertà serpeggiavano tra la borghesia e i militari, ma anche tra la povera gente che auspicava a migliori condizioni di vita. Era il momento dei moti carbonari che giunsero anche a Barra coinvolgendo però solo una piccola parte della borghesia. La povera gente aveva ancora vivida nella mente la terribile soppressione dei moti del 1799; dalle esecuzioni a Piazza del Carmine erano passati solo una ventina d’anni. Le famiglie Minichino e Sannino, stavolta,  si tennero alla larga da qualsiasi moto sovversivo.  Quando poi ci fu lo scoppio dell’epidemia di colera nel 1837 furono spenti anche gli ultimi impeti rivoluzionari.

L’epidemia fu particolarmente grave, tanto che i cinque casali di Barra, Resina, Portici, San Giorgio e San Giovanni a Teduccio, per fronteggiare l’emergenza confiscarono un terreno appartenente a un certo Andrea Ascione per destinarlo alle sepolture dei morti.

Difatti, i morti, a seguito dell’editto di Saint Cloud del 1804, non potevano essere sepolti all’interno della città. Il cimitero denominato “camposanto del colera” ha una notevole importanza storica, in quanto conserva le spoglie del fisico Macedonio Melloni, ideatore dell’Osservatorio Astronomico, primo osservatorio vulcanologico al mondo. Il cimitero tutt’ora esistente in via Cupa Sant’Aniello, ma versa in uno stato di completo abbandono.

L’istituto del decurionato, istituito nel decennio francesi, resistette anche durante la restaurazione borbonica, quando la legge del 23 Ottobre del 1859, venne a regolare l’amministrazione comunale e a proclamare l’elezione del Sindaco. Il Decurionato diventa prima “La Comune e poi , Il Comune e i decurioni diventano consiglieri comunali con a capo il Sindaco.

Il Comune conservò la sua autonomia amministrativa sino all’emanazione del RDL del 15 Novembre del 1925, con il quale Barra e molti altri comuni furono annessi al territorio di Napoli 

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