Barra la nascita del casale

di Marco Ferruzzi

Barra sorge nella periferia orientale di Napoli, in una zona che per secoli è stata separata dal resto della città di Napoli dalla presenza di una zona paludosa. Ci sono voluti grossi interventi di bonifica sul territorio e anni di lavoro per eliminare questa barriera. Il lungo periodo di bonifica è giustificato non tanto dalla difficoltà degli interventi, ma dalla mancanza di una continuità di potere nel Regno di Napoli che avesse potuto garantire un intervento efficace e risolutivo. I lavori si sono protratti sotto le varie dinastie che si sono susseguite nel governo del Regno e si sono idealmente conclusi con il Decreto Regio del 15 Novembre del 1952 con cui il regime fascista aboliva le autonomie dei Casali accorpandoli alla città di Napoli.

L’ingegnere Pasquale Cozzolino, tecnico di origini barresi che si spese per la bonifica del quartiere, ipotizza origini greco romane di questo Casale e racconta di alcuni ritrovamenti nel fondo dei signori Mastellone nel 1840 e di altri lungo l’attuale Corso Sirena, a seguito dei lavori per la realizzazione della rete fognaria; ci parla inoltre del ritrovamento di un antico cimitero romano lungo l’attuale Via Mastellone.

La storia di questo Casale è indissolubilmente legata alle vicende storiche del vicino capoluogo, per questo motivo è bene tener sempre presente l’evolversi delle vicende partenopee e l’avvicendarsi delle diverse dinastie.

Da un inventario datato 1336, rinvenuto nella chiesa della SS.Annunziata e di cui ci danno testimonianza sia l’ing. Cozzolino sia il Lapegna nel suo libro “Origini e Storia di Barra”  si evince che la chiesa della SS.Annunziata era presente nel villaggio di Serino, all’interno di un territorio detto “Tresano”.

Il Tresano era quel luogo che sorgeva subito dopo l’area paludosa a est di Napoli, il suo nome sottolineava  la straordinaria salubrità della zona “tre volte sana” testimoniata anche dalla presenza delle numerose ville gentilizie sorte qui nei secoli,  in cui la nobiltà trovava sollievo dallo stress della vita cittadina.

Il Tresano comprendeva l’area che va dal “Crematum” a sud-est, l’attuale San Giorgio a Cremano, così chiamato perché bruciato dalla lava del Vesuvio; all’area del Padulanum a nord-ovest che rappresenta la zona paludosa attraversata dal fiume Sebeto a est di Napoli. In questo territorio, fino alla casata Sveva, non è attestata la presenza di alcun “Università” se non quella di Serino.

Questo insediamento compare tra i primi 33 Casali sotto Federico II per il pagamento di “X tari e XVIII grani” una somma assai modesta dovuta certamente alle sue dimensioni esigue. Con il tramonto della casata Sveva, gran parte degli insediamenti napoletani fuori le mura persero l’autonomia e la libertà di cui godevano.

Gli Angioini, infatti, per ripagare i debiti contratti nella battaglia contro gli Svevi furono costretti a cedere parte di quei territori appena conquistati. Tale destino toccò anche al Tresano che fu ceduto ad una borghese famiglia napoletana, i De Coctis, a testimonianza del fatto che sino a quel momento il Tresano era un demanio reale a tutti gli effetti.

Nel  diploma di Carlo Duca di Calabria si legge “ Petia terrae posta in Civitate Neapolis floris fluvium, in loco ubi Gignorum et Villa de Coctia dicitur”. Questa Villa sarebbe la stessa citata in un altro diploma del 1304 di Carlo II d’Angiò con il quale si concedevano ad un certo Giovanni De Blasio molti poderi, tra cui quello che viene identificato con il nome “Barra de Coczi” del territorio Tresano. Scompare, dunque il nome di Villa e compare quello di Barra de li Coczi.

Cosa significhi questo nome è qualcosa su cui molti si sono interrogati non trovando una soluzione comune. In ogni modo, inizialmente, Barra indica un piccolo agglomerato urbano che seguendo la tendenza dei molti agglomerati fuori le mura di Napoli, ha subito una graduale crescita, tanto che nel  1301, in un altro diploma, Carlo II d’Angiò concede ai Padri Predicatori di S. Maria della Sanità un podere per la costruzione dell’attuale convento di San Domenico. Testimonianza appunto della crescita dell’agglomerato.

Dunque nel Tresano erano presenti tre modesti insediamenti, quello di Villa Serino, che occupava la zona che va dall’attuale Chiesa della SS. Annunziata sino a piazzetta Serino; la Barra dei Coczi che occupava la zona immediatamente precedente, compresa tra Villa Spinelli e Villa Bisignano; e in fine il Casale di Casa Valeria, che sorgeva lungo l’asse di Via Gianbattista Vela in posizione eccentrica rispetto all’attuale corso Sirena. I primi due casali erano separati da un cimitero comune come testimonia l’inventario rinvenuto nella Chiesa della SS. Annunziata in cui possiamo leggere “Item habet dictum Hospitale in Casale Serini stargiam terram unam… per mensuram… computata in dicta censura Ecclesia S. Attanasi cum curti ante se usquem ad Viam publicam cimiterio …. Concessa Abbatem dicti Hospitalis de speciali gratia stauritae dicti Ecclesiae”. La Viam publicam citata è senza dubbio l’attuale Corso Sirena e il cimitero doveva sorgere tra l’edificio delle suore della Carità e il Palazzo De Cristofaro, come testimoniano anche i ritrovamenti del 1856 sotto il sindaco Parracuollo durante i lavori per la realizzazione della rete fognaria.

Il terzo insediamento, Casa Valeria, ha avuto una vita autonoma ed indipendente dai primi due, legando le sue vicende ai più vicini insediamenti di S.Martino e S.Giorgio nel Crematum, come testimonia anche la funzione parrocchiale assunta dalla Chiesa di S. Maria del Pozzo.

L’unione dei tre insediamenti fu sancita da una tabella marmorea rinvenuta nella Chiesa della SS.Annunziata in cui si legge

MAYSTRE SVCCESSO

RE DE SANTO ATTEN

ASO DE VILLA SERINI

MCCCCLXXXXV

 

Con questa tabella si può fissare nel 1495 l’unione dei tre insediamenti e l’assunzione della Chiesa della SS.Annunziata, allora dedicata a S. Attanasio, a svolgere funzione parrocchiale. Con la fusione scomparve il cimitero,  al suo posto fu edificata Villa Spinelli dei conti di Acerra e Villa De Cristofaro e Casa Valeria perse l’autonomia di cui aveva goduto fino a quel momento.

Di Villa Serino si conservà l’antico stemma ducale, la Sirena che divenne bicadua a testimoniare l’avvenuta fusione. È solo a partire da questo momento che Barra entra a far parte del novero dei Casali di Napoli e può considerarsi tale a tutti gli effetti. La riforma che favorì l’accorpamento di questi centri fu avviata da Roberto d’Angiò. La riforma conferì  grande importanza alle amministrazioni decentrate ed in particolare a quella dei Casali. La fusione, non solo assicurò la sopravvivenza del casale, ma ne favorì anche lo sviluppo. Molti contadini si spinsero alla conquista delle zone paludose dando vita a nuovi villaggi, quello dello Scassone, di S. Pietro, oggi S. Antonio all’abbeveratoio e dell’Oliva. La presenza di questi villaggi è fissata nella memoria delle persone che ancora oggi individuano con quei nomi le zone dell’attuale quartiere dove sorsero i villaggi.

Alla fusione seguì un rapido adeguamento della struttura fisica dei piccoli centri verso una forma più complessa, simile agli altri casali napoletani. Compaiono forme insediative più articolate e si rafforza la presenza sul territorio del potere ecclesiastico e nobiliare. Sono di questo periodo la maggior parte degli edifici religiosi, la chiesa e il complesso di San Domenico, la chiesa e il complesso dei Frati Riformatori, dedicato oggi a S. Antonio, il Lavacrum della chiesa parrocchiale di S. Anna, la chiesa della SS. Annunziata e una serie di ville gentilizie come Villa Amalia, villa Roomer e Villa Filomena.


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