Poesie come stelle

La stella ostinata di Paolo  Martino

recensione di Rita Felerico

Considerato  linguaggio ’per pochi, la poesia non ha in genere un folto pubblico di lettori; ma, per converso, la maggior parte di noi si è cimentato -fosse anche solo per una volta- in una scrittura poetica, spinto dall’amore, dal dolore, da un forte sentimento, quasi a dimostrare che la poesia esiste come dimensione intima, come denominatore comune di tutti noi esseri dotati di parole  e sentimenti. Per coloro che la coltivano, diviene messaggio, stile di vita, strumento per affrontare i disagi, mezzo per comunicare e dialogare.  Per  i ‘Poeti’ si trasforma in  una vera ‘rivoluzione’ verso l’interiorità, un tassello per svelare le verità, un suono che avverte dei mutamenti,che percepisce, che si prolunga nel tempo,  perché la poesia abita il mondo e ne coglie ogni dimensione reale o profetica.

Leggere così nuovi versi è sempre una scoperta,un viaggio di conoscenza, una proposta di condivisione, l'inizio di una relazione. E i versi di esordio di Paolo Martino,poeta /ingegnere,hanno da donarci molto nella loro dimensione sonora, cosparsi  come sono di un’ armonia avvolgente e di un ritmo composto e tondo che accoglie e raccoglie il lettore, coccolandolo, trasportandolo su immagini senza tempo e per questo più che mai forti e vissute.

La poesia è ritmo in carne e ossa;sono un patito di metrica,di musicalità,di Petrarca, di Leopardi, di Luzi. Scrivere poesia è un po’ come andare in giro nudi; ci vuole coraggio per scrivere in poesia e un uomo sano arrossisce se scrive poesia. Questo è uno dei motivi per i quali l’ho ‘trattenuta’ per tanto tempo con me. Perché ho deciso di rivelarmi? Perché la parola poetica essendo di nicchia rischia di divenire autoreferenziale,solo poeti che incontrano altri poeti. Desideravo  invece coinvolgere”.

 E nella sala della Feltrinelli di via San Tommaso d’Aquino, a Napoli, il giorno della presentazione, tutti hanno respirato l’atmosfera evocatrice sprigionata dalla poesia di Paolo Martino che, già nel titolo,La stella ostinata, si propone come espressione d’amore, rincorso,conquistato, perduto e nostalgicamente sognato nelle pieghe della natura,nei corpi, nel fluire dei momenti.  Cos’è allora la poesia? “ La vera poesia è quando l’emozione trova il pensiero e il pensiero trova la parola”,confida l’autore.

Voglio credere ancora al desiderio

che sa evocare spettri

vivi solo d’altrove

grido un nome di vento

al vento della foglia

che freme d’ali e della nuova attesa

il grido si fa nenia

e dona al sonno il sogno.  

Placarsi nel dolore in diffusa nostalgia, far tacere la mancanza e la gelosia, riconquistare la parola strappando il senso ai sogni: forse l’amore  è possibile solo così, solo nel ‘custodire il dono e la condanna di dipanare parvenze oltre il prisma dei nomi”. 

Tenero gioco, rimanda alla parte più vera di noi, ci avvicina al nostro io infantile,l’unico capace ancora di meraviglia dinanzi alle trame della vita, all’inaspettato ladro rivelatore di spazi inabitati  che è poi l’amore stesso.  Un’amore ritrovato mille e mille volte,configurato nel viso dell’amata,quasi irriconoscibile se tramutato nelle verità che segnano i limiti dell’esistere.

Ma è proprio quella pulsione d’amore a travalicare oltre, a giustificare il nulla, a trovare la forza per proseguire fino in fondo al mistero racchiuso negli occhi, anche se l'amata è assente

 

Ti accorgi poi

che sei solo passato accanto al tempo

e frughi fra le ceneri d’incanti

cercando ciò che resta delle attese:

non bastano i riflessi d’oro finto

a farti perdonare la tua ombra.  

E seppure deluso, il poeta l’ostinare cercare non abbandona; non sarebbe altrimenti un’ ostinata stella il sidereo richiamo del desiderio, al quale in punta di piedi ma con forza determinata chiede di non sparire, ben sapendo nel fondo del cuore e dei pensieri cosa sia l’uomo:

Teorema:

dati un punto isolato

ed un destino

esiste sempre

una disperazione

che dal punto diverge

all’infinito.

Questa è la condizione

sufficiente

perché si possa definire

l’uomo.

 

Sparsi in cinque capitoli  titolati e pensati da un punto di vista lessicale come una mappa del sentimento,i versi si sventagliano seguendo la traccia labile delle intuizioni, nella certezza di ritrovarsi nei simboli della comprensione.

E nel negare invece un qualsiasi titolo alle composizioni, nell’aggettivare sempre sui toni della dissolvenza, designando crepuscoli,l’autore si confina dandosi nell’infinità, schivando ogni etichetta,ogni ombra di definizione,sfuggendo al certo e al  vero di un conformato logos, ben sapendo -da scienziato- che l’unica possibilità risiede nel porsi da altre prospettive, nel cercare di creare nuove reti di comprensione, lasciando spazio anche alla speranza, come spiega e ci invita a fare nei versi di chiusura , dove si sconvolgono nel rivoluzionario poetico, teso alla realizzazione di un nuovo linguaggio, anche i termini della sensorialità.

  

  Si fa ascolto lo sguardo

  fino al dolore dell’attesa

  sull’orlo dove vacilla

  l’ultima fiaba.

 Un profilo ritaglia

 sensi a un esausto cielo

 le ombre lunghe

 spezzate ai muri

 sono profezie.   

Rita  Felerico  (napoliontheroad – 8 maggio 2014)

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