ABBIAM BISOGNO DI PAROLE

Al Teatro Stabile di Napoli

“Prima del silenzio” di Giuseppe Patroni Griffi

di Adriana Dragoni

“PRIMA DEL SILENZIO” DI GIUSEPPE PATRONI GRIFFI- REGIA DI FABIO GROSSI- CON LEO GULLOTTA E EUGENIO FRANCESCHINI E CON LE APPARIZIIONI DI PAOLA GASSMAN, SERGIO MASCHERPA E ANDREA GIULIANO (20 novembre/1 dicembre 20013 al teatro Mercadante)

Ha inaugurato la stagione del Teatro Stabile napoletano “Prima del silenzio”, di Giuseppe Patroni Griffi. L’opera privilegia la parola rispetto all’azione, per cui è riconoscibile quale creazione di uno scrittore già romanziere e autore di racconti. I personaggi principali dell’opera sono due: un vecchio poeta allenato nell’arte della parola e un giovane dal fisico allenato nello sport. Tengono a lungo da soli la scena. L’uno parla, tanto, raccontando le sue fantasie di eroi e di donne, l’altro per un po’ lo segue ma poi, annoiato dalla poesia, dice di preferire le parole concrete e si dà alla lettura di riviste pornografiche.

La scena, linee di luce la definiscono un cubo (figura geometrica generalmente usata quale simbolo della mente razionale), è arredata solo da un semplice divano rosso, che, attraverso le parole  del poeta, assume varie funzioni, fino a diventare una barca in mezzo al mare. Il mare, ora calmo, ora in tempesta, è reso da una stupefacente tecnologia digitale. La quale rende anche l’apparizione degli altri tre personaggi, quelli che rappresentano l’ambiente sociale di cui il poeta faceva parte e dal quale ora risulta emarginato: la sua ex moglie, il suo ex cameriere e infine il suo unico  figlio.

Sarebbe facile considerare argomento principale del testo il frusto tema dello scontro tra generazioni, oppure il tema ottocentesco, molto meno antico ma quasi altrettanto stantio, dell’artista incompreso dalla società borghese.  Sarebbero giudizi  riduttivi per un autore vivo, elegante e originale come Patroni Griffi, che appare invece rifuggire da pregiudizievoli schematizzazioni. E, a suo onore e per nostra fortuna, non ha scritto un’opera a tesi, con una tesi da dimostrare. I suoi personaggi hanno una certa ambiguità, nel senso che non si riesce a dare di loro una definizione o un giudizio netti.

 E’ forse encomiabile il vecchio poeta, dalle belle parole e dalle appassionate fantasie? Forse no, se non ha saputo tradurre poeticamente la realtà, che ora gli appare quale incubo nei tre personaggi suoi familiari che vorrebbe, disperatamente, scacciare dalla memoria del suo passato.

 E’ cattiva la moglie, una ricca signora borghese, che lo umilia considerandolo un parassita? Eppure un tempo è stata sensibile alla sua arte poetica, tanto da innamorarsene, seppure non abbastanza da gradire le di lui voglie notturne, che ora gli rinfaccia come una ignominia.

 E’ forse più cattivo il cameriere, per il quale solo la ricchezza merita rispetto e ora non rispetta più il vecchio poeta perché è diventato povero?  Però dice anche che la poesia non può esistere senza la ricchezza, cioè che i poeti e gli artisti hanno bisogno di mecenati, il che è una realtà storica.

E’ forse cattivo il figlio, un tipo tutto perbenino, perché è geloso del giovane che vive con suo padre? O forse è buono questo giovane con il quale il vecchio poeta è vissuto e che ora, di punto in bianco, l’abbandona, urlandogli con foga rabbiosa di zittire, che non ne può più di  ascoltare le sue parole? Inutili parole. Eppure questo giovane, che aveva affermato di avere stima solo delle parole concrete, ora, nell’andarsene via, si gira e dice, anche lui disperato, che sente tante cose  dentro di sé ma non sa che siano, non ha parole per dirle.

 Noi umani abbiamo bisogno ancora delle parole poetiche, di quella poesia che osserva l’anima, la chiarisce e la forma. Abbiamo bisogno di quelle parole vere, calde, reali che esprimono, che forgiano, che sono la nostra umanità.  

Forse potremmo dire che questo è il tema principale di “Prima del silenzio”, quello che viene annunciato anche nel titolo profetico. Tra poco, sembra dire Patroni Griffi, non avremo più parole per dire della nostra anima, di quello che sentiamo veramente, della realtà profonda del nostro vivere. Queste parole  saranno ridotte al silenzio, non più cercate, non più dette, saranno abolite, perdute.

 Patroni Griffi è molto stimolante. E suggerisce delle osservazioni che forse meritano d’esser riferite. Forse già nel 1979, anno della scrittura di “Prima del silenzio”, si stava preparando la fine della parola, la fine della sua capacità di esprimere la realtà dell’animo umano, quella di suggerire e forgiare  la sua creatività, i sentimenti, le aspirazioni, le idee, le osservazioni, la verità.

Forse il silenzio della parola è iniziato soprattutto da quando si è esaltata la cosiddetta capacità critica e si è trasformato il disprezzo per il nozionismo nella sensazione dell’inutilità della conoscenza della nozione, della realtà dei fatti. E quindi tanti, democraticamente, sono stati portati a esprimere opinioni cosiddette personali su argomenti che non conoscono, non accorgendosi di ripetere disciplinatamente quelle strombazzate dai mass media. La parola ha perduto del tutto, così, nell’opinionismo generale, la capacità di essere parola vera, di dire la verità.

In un certo senso ha sminuito l’importanza e la dignità della parola anche la definizione di “lingue morte” data alle nostre lingue del tempo passato, dalle quali si è formata la nostra lingua attuale. Rinnegando di fatto, con la consapevolezza dell’evoluzione della lingua, la consapevolezza dell’evoluzione del nostro pensiero. Praticamente della nostra stessa umanità. Addirittura si è giunti all’assurda proposta di adottare in tutto il mondo l’esperanto, un linguaggio buono per tutti, un linguaggio senza storia, per uomini senza storia, senza identità, senza umanità, senza vita. Il linguaggio dei robot.

Sarà questa la nostra fine?

 

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