Un incontro al Madre 

di Adriana Dragoni

Le iniziative di vario genere prese dal direttore Andrea Valiani per vivacizzare il Madre (Museo d’Arte Donna Regina) di Napoli  hanno spesso avuto un certo successo. E se nessuna rivelazione trascendentale sul significato dell’arte contemporanea è venuta fuori dall’incontro (del 20.10.14) tra  Charles Guarino, publisher della nota rivista mensile d’arte contemporanea Artforum, e il direttore del Madre Andrea Valiani, non sono mancati spunti per qualche osservazione interessante.  Il dialogo si è svolto in base ad alcune copertine della rivista, che, in diapositive, venivano mostrate all’attentissimo pubblico degli intervenuti.

Su una copertina, c’era la fotografia di una modella che indossava un vestito del sarto giapponese Essey Miyake: una fotografia di moda. A sproposito uno del pubblico osservava che questa copertina non esprimeva niente di nuovo: anche artisti del primo Novecento, come ad esempio Balla, avevano disegnato modelli di vestiti. Ma l’importanza di questa copertina, chiariva pazientemente il direttore Valiani, non consisteva nel fatto che un pittore avesse dipinto, al di fuori della sua attività principale, un figurino di moda, ma consisteva nel fatto che per la prima volta su una rivista d’arte veniva accolta, e in primo piano, un esempio della moda femminile. Si affermava, in questo modo, implicitamente e chiaramente, che la moda femminile doveva essere  considerata tra le arti. Interessante il fatto che il vestito in questione disegnava una donna con poco seno e larghe spalle: realizzava, così, l’immagine di una persona  energica e volitiva, esprimendo la temperie nella quale simile donna veniva immaginata e vista.

La diapositiva di una copertina con la fotografia di un dipinto dello scultore e pittore  statunitense Charles Ray rappresentante un manichino simile al modello di Miyake evidenziava il rapporto tra l’opera di uno stilista di moda e le altre arti figurative.

  Tutte le copertine, pur diverse tra loro, erano graficamente molto belle ed eleganti e spesso più belle ed eleganti delle opere artistiche che riportavano in fotografia. Come un’opera di Damien Hirst, in fotografia su una copertina del 2007 della rivista: un teschio fatto di brillanti, che nella realtà magari non diceva molto, tranne che, parlando in modo dissacrante di morte e di morti, come fa lui, si diventa molto ricchi.

 Nell’ambiente artistico newyorchese, in questo mondo elegante e sofisticato, del quale Artforum vuole essere espressione, venivano bene accolte, e avevano un certo successo, anche le opere della cosiddetta arte povera, come affermava, rispondendo a una domanda di Andrea Valiani, Charles Guarino.

 Parecchie copertine riportavano opere di artisti italiani, come Francesco Clemente, Giuseppe Pennone e Gino De Maria. Ma questi artisti non sono stati scelti perché italiani ma in quanto artisti, chiariva Guarino, che continuava affermando che l’arte  è universale. D’accordo. E in questo mondo globalizzato- osserviamo- non c’è posto per un’arte prettamente  locale, certo. Ma vien da pensare che, a volte, non si è capaci di comprendere il background, le radici di una cultura artistica, e si considerano, o si vuole considerare, che anche gli artisti, o cosiddetti tali, vivano nella brodaglia indifferenziata del conformismo egualitario.  La quale, dicono alcuni storici dell’arte (ma i critici d’arte spesso non sono storici dell’arte), è molto sciacqua, una sorta di niente confusionario, insipido o maleodorante.

( napoliontheroad 20. 10. 14)

 

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