Napoletani di nascita o d’adozione

Domenico Cotugno  

di Elio Barletta

 

Stampa e televisione cittadine, per il primo centenario dell’Ordine dei medici, hanno citato alcune tra le più significative figure di seguaci di Esculapio legati alla nostra città. Avendo già iniziato questa rubrica con il medico Palasciano è quasi automatico ricordare un altro illustre clinico, il Domenico Cotugno che vendette il suolo su cui Palasciano fece eriggere la sua dimora.

Anche Domenico non nacque a Napoli, ma a Ruvo di Puglia, il 29 gennaio 1736. Della sua infanzia si sa poco: figlio di Michele e di Chiara Assalemi – modesti agricoltori – fu accudito da una zia materna ed aiutato da frate Paolo, un cappuccino che lo seguì nei primi anni di formazione, nel Seminario vescovile di Molfetta. Tornato a casa, tentando di colmare le lacune scientifiche di una preparazione umanistica, con grande spirito di volontà si accostò, da autodidatta, allo studio di matematica e fisica. La sorgente passione per le scienze naturali e la medicina lo indusse poi, privo di cadaveri, a studiare l'anatomia sugli animali da lui stesso sezionati.

A 16 anni lasciò definitivamente Ruvo per trasferirsi a Napoli, per gli studi universitari di fisica e medicina. Lo conobbe Antonio Genovesi, che lo lodò per “la bella scoverta degli acquedotti dell'orecchio”. Tra i due fu stima reciproca. Cotugno trasse dal filosofo di Castiglione il principio di tralasciare le “sottigliezze” e la “ciarleria” per cogliere la praticità delle scienze. Dal 1754 divenne prima assistente poi medico dell'Ospedale degli Incurabili, sua autentica palestra di sperimentazione scientifica, grazie anche all’aver dovuto sostituire il titolare di chirurgia, ammalatosi, esperienza in cui verificò lo stretto legame tra anatomia e chirurgia.

Dopo la laurea, conseguita nel 1756 presso la Scuola medica salernitana, impartì lezioni private di medicina prima di tentare i concorsi per l'accesso alla carriera universitaria, che ottenne, nel 1758, nell'ateneo di Napoli, dove fu associato alla cattedra di notomia (anatomia descrittiva e patologica), della quale, nel 1766, appena trentenne, diventò titolare.

L’anno precedente attraversò per circa tre mesi l'Italia, traendo lo spunto per scrivere Iter Italicum Patavinum, non un libro scientifico, ma un diario di descrizioni paesaggistiche e vicende umane toccanti. Erano il diversivo di un viaggio intrapreso invece per conoscere nuove realtà geografiche e culturali, lasciare la capitale del Regno borbonico dopo l'epidemia di febbri putride del 1764 a cui aveva partecipato di persona, incontrare gli scienziati che avevano discusso le sue teorie, acquisire le massime esperienze per costruirsi quella figura ideale di medico professionista che si ingraziasse il Principe, si dedicasse a studi difficili, fosse amico di tutti ma senza legarsi ad alcuno.

A Roma l'anatomista Natale Saliceti gli parlò dei pregi di Giovanni Maria Lancisi  (Roma, 26/10/1654  Roma, 20/01/1720), medico ospedaliero, universitario e del Conclave; a Bologna incontrò gli accademici locali; a Padova conobbe Giovanni Battista Morgagni (Forlì, 25/02/1682  Padova, 5/12/1771), altro celebre medico, anatomista e patologo di cui riportò un’ottima impressione; a Venezia s’imbatté nell'abate Stella, che gli decantò le proprie capacità di affrontare mal di petto, doglie del parto, mancanza delle forze vitali, senza però dissuaderlo dal ritenere le sue cure miracoli di ciarlatani; a Firenze concluse l’indagine.

Nel 1781, fu incluso nella Società Italiana delle scienze detta dei XL (attuale Accademia nazionale delle scienze detta dei XL) fondata nel 1782 dal matematico e ingegnere Anton Mario Lorgna (Cerea, 18/10/1735  Verona, 28/06/1796), ricca si di scienziati quasi tutti settentrionali, fra i quali Alessandro Volta e Lazzaro Spallanzani.

In quegli anni effettuò due viaggi importanti: il primo in Italia e il secondo tra Austria e Germania, da lui descritto nell’Iter Germanicum, altro libro che riscosse vasta risonanza, specialmente a Napoli, perché, durante la permanenza a Vienna, divenne medico di corte del borbonico re Ferdinando IV, ancora una volta in sostituzione di un collega, l’amico Giuseppe Vairo improvvisamente ammalatosi. A Roma ebbe in cura nobili, cardinali, uomini di cultura e ottenne una lunga udienza dal Papa.

Nel 1794 sposò una donna appartenente a una delle più antiche e illustri famiglie napoletane, Ippolita Ruffo, vedova del duca Francesco di Bagnara, “un matrimonio che sembrava però rispondere più a esigenze sociali (il suo ingresso a Corte), che ad altre necessità”. Ma l’equilibrio da lui stabilito nel trattare i suoi parenti di Ruvo fu rotto dall'arrivo della moglie; i rapporti si guastarono al punto che, alla sua morte, si dovette ricorrere al tribunale per l'eredità.

Viaggiando spesso, mostrò sempre interesse per ospedali, biblioteche, musei, prefissandosi di allineare Napoli tra le grandi città europee secondo progetti che si interruppero dopo la Rivoluzione del 1799 per la mancanza di una vera riforma dello Stato che fornisse alla scienza non  rari interventi, ma finanziamenti e riforme in ogni settore della vita pubblica.

Nell’ateneo partenopeo – dove divenne Decano di facoltà e Rettore – introdusse la fisica tra gli esami di medicina e contribuì alla netta separazione tra le professioni del medico e del farmacista. Instaurò misure profilattiche contro la tubercolosi e, da potente Protomedico Generale delle Due Sicilie, fece controllare al meglio tutto il Regno durante la pestilenza scoppiata in Puglia. Fu sostenitore non solo della professionalità ma anche della correttezza degli operatori sanitari. Il Ricettario Farmaceutico napoletano – un codice contenitore di rimedi semplici e composti, nonché dei prezzi dei vari medicamenti, approvato nel 1911 dal ministro Giuseppe Zurlo – fu impostato più di un secolo prima proprio dal Cotugno. Socio di numerose accademie, italiane e straniere, nonché consigliere di Stato, ebbe un ruolo centrale nel miglioramento delle condizioni igieniche della capitale del Regno, ossia Napoli.

Si diceva a Napoli che “nessuno poteva morire senza il suo permesso!”. In realtà fu uno dei principali fondatori della medicina moderna, basata sulla ricerca e analisi clinica. Fece molta attenzione alla cosiddetta “anatomia sottile”, quella dei piccoli e nascosti meccanismi dell’orga-nismo umano. Si dedicò anima e corpo al “suo” Ospedale degli Incurabili, all’epoca uno dei più avanzati d’Italia.

Le sue importanti scoperte neurologiche si possono riassumere nelle sue pubblicazioni: sei in vita – quattro in latino, una in inglese (poi tradotte da altri), una in italiano – più sei postume, a cui vanno aggiunte raccolte di lettere e documenti.

Nel De acquaeductibus auris humanae internae anatomica dissertatio, ex typ. Simoniana, Neapoli 1761 – Vienna 1774 – Bologna 1775 (Dissertazione anatomica degli acquedotti dell'orecchio interno dell'uomo, trad. di V. Mangano, Pozzi, Roma 1932) descrisse per primo il nervo naso–palatino, gli acquedotti del vestibolo e della chiocciola dell'orecchio interno, dimostrando inoltre che il labirinto era pieno del liquido endolabirintico e privo di aria – contrariamente ad una teoria risalente nientemeno ad Aristotele.

Nel De ischiade nervosa commentarius, apud fratres Simonios, Neapoli 1764 nuova ediz. Carpi 1768  (Commentario sulla sciatica nervosa, trad. di F. Morlicchio, Vico S. Girolamo ed., Napoli 1860) e nel A treatise on the nervous sciatica, or nervous hip gout, ed. Londra 1775 descrisse le cause e la sede della sciatica, provocata da un'infiammazione del nervo sciatico per una sostanza acida proveniente dalla cavità cranica o spinale, e il liquido cefalorachidiano (in suo onore, liquor Cotumnii); riconobbe inoltre la presenza di albumina nelle urine dei nefritici dedicando ampio spazio ai rimedi terapeutici, quali incisioni e salassi.

Nel De sedibus variolarum syntagma, apud fratres Simonios 1769, poi Bologna 1775 condusse un'indagine sul vaiolo, sostenendo che la sede fosse nella cute esposta all'aria e caldeggiando  rimedi specifici che non fossero i tradizionali bagni caldi, ma sostenendo invece l'inoculazione premessa alla vaccinazione jenneriana.

Nel De animorum ad optimam disciplinam praeparatione oratio, ex typ. simoniiana, Neapoli 1778, delineò i rapporti tra conoscenza e morale, in un periodo di rivoluzione delle istituzioni dello Stato, tracciando una figura d'intellettuale che non si facesse sopraffare, attraverso la ragione, dalle lusinghe della fantasia e dei piaceri. Dall’osservazione anatomica del cervello arrivava a sostenere per i giovani i valori che, contemporaneamente,  Giambattista Vico proponeva  con lo studio della matematica e della fisica.

Nel Dello spirito della medicina, Tip. Morelli, Napoli 1783 indagò sulle ragioni che avevano portato la medicina a non produrre “buone ed utili conoscenze”, esortando gli studenti a liberarsi dalla soggezione dei maestri e ad affidarsi all’osservazione della natura: «Ecco qual debba essere il vostro studio, la vostra applicazione, la vostra industria; non istancarvi mai di vederla, di conoscerla, d'ascoltarla. Le sue voci son mute, ma efficaci. Chi si familiarizza seco lei, diviene sacerdote suo vero. …La medicina non è una scienza, è solo una cognizione...l'ha prodotta e presentata la sola natura».

Secondo Benedetto Croce, potrebbe essere stato lui il vero autore del celebre trattato Delle virtù e dei premi (il secondo nel suo genere dopo Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria) che, uscito anonimo nel 1766, fu ristampato l'anno seguente, anche in francese, recando definitivamente come autore il giurista aquilano Giacinto Dragonetti.

Colpito da ictus celebrale nel 1818, morì a Napoli il 6 ottobre del 1822, alla allora veneranda età di 86 anni. La città gli ha intitolato l’Ospedale in cui si curano le malattie infettive, mentre l'Ospedale degli Incurabili, a cui Cotugno aveva disposto un lascito, conserva un suo busto. A l'Aquila gli è stato intitolato il liceo classico, mentre a Ruvo di Puglia gli è stata intestata la Scuola secondaria di primo grado ed eretto un monumento in piazza Cavallotti.

 

 

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