L’umanità vitale dei Pulcinella di Giandomenico Tiepolo

Che cosa hanno in comune Pulcinella, la classica maschera napoletana, e la serenissima città di Venezia? A prima vista niente. Venezia ha un repertorio di maschere molto ricco e colorito. Pulcinella, invece, incarna inequivocabilmente la più genuina e schietta napoletaneità.

Eppure, Giandomenico Tiepolo, pittore veneziano del Settecento, scelse proprio Pulcinella come soggetto degli affreschi che realizzò per se stesso nella villa di famiglia di Zianigo, un  piccolo centro nella campagna veneta. Attualmente sono esposti presso le sale del Museo del Settecento Veneziano di Cà Rezzonico.

Gli affreschi di Zianigo sono importanti per due motivi: innanzitutto hanno la rarissima caratteristica di non essere stati realizzati dal pittore per un committente ma per se stesso in assoluta libertà di ispirazione; poi, di essere stati prodotti nell’arco di un quarantennio, dal 1759 fino al 1797 almeno. Costituiscono un’occasione per cogliere lo sviluppo della sua arte dalle prove ancora giovanili, legate all’insegnamento paterno, alle espressioni più intense e personali della maturità.

Pur nella diversità dei temi trattati, l’intero complesso è dominato da un’atmosfera sostanzialmente unitaria, capace di rivelare l’atteggiamento culturale e psicologico dell’artista: nel tempo e fuori del tempo, nell’età prima della civiltà fino all’oggi si dipana l’inutile affannarsi dell’uomo a costruire una storia che si rivela fallace, una trama illusoria di gesti e sberleffi, di grandezze e miserie in cui creature ed eroi, al pari di Pulcinella, vivono, muoiono, s’interrogano per cercare una risposta che non c’è: anche la Storia finisce nella vacuità idiota dei bellimbusti alla moda; qualcuno s’aspetta un segnale e scruta nell’altrettanto illusorio orizzonte del “Mondo Novo”.

Giandomenico, cresciuto nell’ottimismo del Secolo dei Lumi, tra le rapinose sinuosità del roccocò e la pittura tutto slancio e vaporosità del padre, negli anni della vecchia assiste allo sfaldarsi di una civiltà. Ne capta gli umori e le ansie di travestimento ricorrendo a uno stratagemma: la maschera duttile. Settantenne, a corto di commissioni e con parecchio tempo libero per dipingere, decora la sua casa di campagna di Zianigo con uno sciame di corrosivi Pulcinella, leggeri e in attitudine di scherno. Insomma, il tutto ha l’aspetto di una commedia che Tiepolo raffigura in un periodo cruciale della storia della Repubblica di Venezia: la decadenza fino alla caduta per opera delle armi napoleoniche davanti allo spettacolo misero di un patriziato esangue snervato, pronto a chinare la testa all’entrata in scena delle truppe francesi e del loro comandante che avrebbe ceduto la Serenissima all’Austria.

Allora, i Pulcinella, tutti uguali, senza fisionomie, sono quella parte dell’umanità popolaresca e vitale, quegli individui indistinguibili sui quali passa la Storia calpestandoli, ma che continuano a giocare, danzare e brindare dando sfogo alla spontaneità goffa, deforme e volgare ma viva che resiste oltre gli eventi disastrosi di una classe politica allo sfacelo.

Tiepolo, che in questo senso si sentiva un po’ Pulcinella, osserva nota e dipinge con sarcasmo e disincanto il simbolo di un’umanità vitale che non ha confini geografici, che subisce la Storia e che, nonostante la differenza del dialetto, del clima, della cucina e delle musiche, è la stessa: a Venezia come a Napoli.

Francesco Di Rienzo