La battaglia del Vesuvio: l’eroico valore del re Teia

«Cominciata del mattino la pugna, Teia visibilissimo a tutti, difeso dallo scudo, colla lancia in resta con seco debol mano di armati fa il primo ad appresentarsi alla testa dello schieramento. I Romani socchiatolo si persuasero che di subito avrebbe termine la contesa ov'egli cadesse spento; laonde quanti di essi avean cuore, ed alto erane il numero, tutti avventaronglisi contro, gli uni procacciando ferirlo d'asta, gli altri di frecoia». Con queste parole, nella traduzione ottocentesca di Giuseppe Rossi, lo storico greco Procopio di Cesarea inizia a descrizione l’ultimo slancio guerriero del re ostrogoto Teia durante la battaglia del Vesuvio. Lo scontro armato, avvenuto tra la fine del 552 e gli inizi del 553 sulle sponde del fiume Sarno nella pianura tra il Vesuvio e l’antica città di Nuceria, pone fine al lungo e devastante conflitto tra gli Ostrogoti e i Bizantini per il dominio sull’Italia.

I due eserciti, inizialmente, si erano accampati sui due lati del fiume Sarno. Per circa due mesi, gli scontri erano avvenuti a distanza tra arcieri. La svolta c’era stata quando il generale bizantino Narsete era riuscito a bloccare la flotta ostrogota che, attraverso il corso d’acqua, riforniva di viveri le proprie truppe costringendo gli uomini di Teia a compiere un errore decisivo: arrampicarsi sui Monti Lattari per sfuggire agli attacchi dei nemici. In questo modo, però, si erano subito ritrovati senza cibo per sé e i loro cavalli. Non rimaneva che provare ad aprirsi un varco con le armi. E, così, erano scesi dai monti e avevano attaccato l’esercito imperiale. È in questa battaglia che, secondo la testimonianza di Procopio, si distingue Teia per il suo valore eroico.

«Ma il duce arrossava il terreno di molto nemico sangue schermendosi collo scudo, e quando miravalo coperto di ponte lo combiava tosto con altro approntatogli da suoi scudieri- continua-. Corsa nell'ostinatistimo conflitto la terza parte del giorno ed inutile addivenatogli il riparo, carico di dodici dardi, a schermo della persona, chiama ad alta voce tale degli scudieri, non ritirandosi o divertendo il piede quanto é un dito traverso, né dando agli assalitori mezzo di procedere oltre. Non voltossi tampoco, ne si fe'sostegno dello scudo, ma fermo sulle piante, quasi uom conficcato nel suolo, apportava colla destra morte ad altrui, e colla sinistra ripararane i colpi, forte chiamando a nome lo scudiere, il quale giuntogli al fin da presso lo fornì di nuova difesa. In questa solo un attimo rimasegli scoperto il petto, né più vi volle perché, trafitto da fortuito dardo, tramandasse incontamente l'ultimo fiato. Parecchi Romani allora inalzatone sopra co' l'asta il capo ivano mostrandolo ad ambo gli eserciti, all'uno, il proprio, per animarlo vie meglio in quel cimento, all'altro per indurlo a cessare, uscito d'ogni speranza, dalla pugna».

Gli ostrogoti continuano a combattere per un altro giorno prima di arrendersi. Nel 554 i Bizantini sconfiggono nei pressi del fiume Volturno una lega di franchi e alemanni. Sarà una vittoria effimera. Nel 568, i Longobardi dilagano nella nostra Penisola. Si frantuma definitivamente l’unità politica dell’Italia. Per ricomporla, bisognerà aspettare l’anno 1861: quasi tredici secoli.

 

Francesco Di Rienzo

Aprile 2012

 

 

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