La salvezza inaspettata della matrona Rectina

«Caio Salvio Eutico, ai Lari domestici, per il ritorno della nostra Rectina, sciolse questo voto». Potrebbe essere scolpita sulla base di un altare dedicato agli dei lari, ritrovato nell’Ottocento durante gli scavi di una villa rustica nell’agro di Casalpiano nel Comune di Morrone del Sannio in Molise, la soluzione a uno dei misteri più affascinanti tramandatici dalla storiografia romana: la sorte di Rectina, la matrona che, durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. manda uno schiavo a Miseno per implorare Plinio il Vecchio di salvarla dalla lava del vulcano. L’evento è descritto in maniera molto sommaria nella prima epistola di Plinio il Giovane a Tacito, al punto tale da indurre qualche critico a considerarlo soltanto un artificio letterario per dare una connotazione “umanitaria” all’azione del comandante della flotta imperiale romana in quel pomeriggio del 24 agosto.

«Stava giusto uscendo di casa- scrive lo scrittore latino- quando riceve un messaggio di Rectina, moglie di Tasco, atterrita dal pericolo che vedeva sovrastarla: la sua villa era, infatti, ai piedi del monte e nessuna possibile via di scampo v’era tranne che con le navi. Supplicava d’esser sottratta a tale pericolo. Egli, allora, mutò consiglio e quello che intendeva compiere per amor di scienza, fece per dovere. Dette ordine di porre in mare le quadriremi e si imbarcò egli stesso, per portare aiuto non alla sola Rectina ma a molti: infatti, per l’amenità dei siti la zona era molto abitata. S’affretta proprio là onde gli altri fuggono, va diritto, il timone volto verso il pericolo, così privo di paura da dettare e descrivere tutti i fenomeni della tragedia che si compiva esattamente come si presentava ai suoi occhi». Il racconto continua senza fornire alcuna indicazione sul destino della nobildonna.

Passano circa 18 secoli e, nell’area di Casalpiano, durante alcuni scavi, spunta l’ara votiva innalzata dal liberto Eutico. Mommsen la legge ma non la collega ad alcun fatto particolare. Nel 1939, lo studioso americano Van Buren passa per Casalpiano e ha un’intuizione: la donna dell’epigrafe potrebbe corrispondere a quella del racconto pliniano. In pratica, i servi di Rectina, appena avrebbero visto ritornare nella villa di Casalpiano la propria padrona sana e salva, avrebbero dedicato agli dei della famiglia la lapide per ringraziarli per l’avvenuto salvataggio.

La notizia resta circoscritta nell’ambito accademico fino a quando, tre anni fa, l’architetto molisano Franco Valente la pubblica sul suo popolarissimo blog, fornendo altre informazioni sugli ultimi anni di vita della donna. «Rectina torna a Casalpiano- spiega Valente-. Poco dopo, rimane vedova. Perciò, lascia la sua villa e si trasferisce a Sagunto dove sposa un certo Popilio. Da questa unione, nasce una bambina, Popilia Rectina, che muore ad appena 18 anni. Augusto Giammatteo, studioso di lapidi, ha scoperto nella città spagnola una epigrafe nella quale i genitori piangono la morte della ragazza, andata in sposa a un amico di Plinio il Giovane. Il cerchio si chiude: due epigrafi e il racconto sull’eruzione del Vesuvio sembrano ricostruire per intero la vicenda umana di Rectina».

 

Francesco Di Rienzo

 

 

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