L’esame napoletano del “laureando” Francesco Petrarca

Una cerimonia sfarzosa in Campidoglio. Un titolo importante e ambizioso (poeta laureatus) e l’ultimo “esame” con un docente d’eccezione: il re di Napoli, Roberto d’Angiò. Una vicenda iniziata nel settembre del 1340 ad Avignone e terminata a Roma, in Campidoglio, nella giornata dell’8 aprile dell’anno successivo con un intermezzo napoletano di circa un mese.

Nel 1340, ad Avignone, Francesco Petrarca riceve contemporaneamente due proposte di laurea “honoris causa”, diremmo oggi, dall’Università di Parigi e dal Senato di Roma per la sua fama di poeta in latino e in volgare. Il letterato aretino è lusingato della doppia offerta. In realtà, è consapevole che, fino a quel momento, la sua produzione artistica giustifica poco o nulla quell’importante riconoscimento. Petrarca, infatti, negli anni precedenti aveva iniziato la composizione del De viribus illustribus, seguito dall’Africa e dalla ideazione dei Triumphi. Niente di più. Però, è anche compiaciuto. Il conferimento della laurea poetica, infatti, oltre all’importanza stessa dell’onorificenza, gli consente di riesumare una importante cerimonia culturale dell’antico mondo romano e, quindi, di atteggiarsi agli occhi dei suoi contemporanei come erede ufficiale della poesia classica.

Petrarca, tra le due offerte, sceglie quella del Senato di Roma. Ma, anche per spegnere le critiche dei suoi detrattori, decide di sottoporsi prima al giudizio del re di Napoli, Roberto d’Angiò detto il Saggio. Così, il 16 febbraio del 1341 parte dalla sede papale in terra francese alla volta della città partenopea. Trascorre circa un mese alle falde del Vesuvio. L’esame vero e proprio con il re dura tre giorni. Nella sfarzosa e raffinata corte del Maschio Angioino, il poeta toscano legge al sovrano alcuni brani dell’Africa, un poema in esametri latini che canta la gloria del generale romano Scipione l’Africano, ricevendone un giudizio ampiamente favorevole.

Petrarca, a questo punto, forte del parere positivo del re, si trasferisce a Roma per cingersi la testa con la corona d’alloro. La cerimonia si svolge in Campidoglio. Petrarca, nel suo discorso, esalta la funzione della poesia e la qualità dell’alloro, simbolo stesso della laurea. Il senatore Orso dell’Anguillara legge, a sua volta, il Privilegium laureationis con il quale lo dichiara storico e poeta, gli concede il titolo di maestro, il beneficio di insegnare e la cittadinanza romana.

Nel 1343, Francesco Petrarca torna a Napoli per una delicata missione diplomatica. Ha l’incarico di preparare la corte napoletana all’arrivo del legato pontificio, il cardinale Aimery, e intercedere presso la corte angioina per la sorte di tre feudatari pugliesi ribelli, i fratelli Pipino, imprigionati a Castel Capuano per ordine di re Roberto.

Il secondo soggiorno a Napoli, però, è completamente differente dal primo. L’impatto con la città è angosciante. Roberto il Saggio non c’è più. È deceduto da poco. Ora sul trono siede la nipote, Giovanna I. Il saggio e illuminato regno di Roberto è soltanto un pallido ricordo. La corte, adesso, è avvelenata da intrighi politici e lotte di potere. La stessa città di Partenope offre ora una immagine miserabile e brutale. Nel suo girovagare per la Capitale, Petrarca assiste incredulo all’esibizione di una forzuta popolana, capace di sollevare da sola un grosso masso, tra le urla del volgo e all’accorrere in massa del popolo, della milizia e finanche dei sovrani a un «infame gioco gladiatorio» nella periferia della città. La degenerazione sociale e morale è oramai tale che, scrive, «se un tempo Virgilio chiamò Napoli la più dolce di tutte, ora, così com’è, la direbbe infame».

A queste delusioni si aggiungono le difficoltà che incontra nella sua missione diplomatica: la situazione politica internazionale ostacola al momento la liberazione dei tre nobili ribelli pugliesi. Giovanni, Pietro e Luigi Pipino lasciano il carcere soltanto nel 1344 in seguito alla grazia accordata loro dal principe consorte, Andrea d’Ungheria. Petrarca non assiste all’evento. Ha lasciato Napoli da un pezzo. Nella notte del 25 novembre del 1343 un violento maremoto aveva devastato la città partenopea. Petrarca, impaurito, abbandonava subito dopo la capitale angioina giurando a se stesso che non avrebbe mai più sostato in una città di mare.

Nonostante tutto, non dimentica la saggezza e le virtù di re Roberto, dedicandogli quello che considera il suo capolavoro, l’Africa. Questo poema, infatti, dopo i versi sul ritorno trionfale a Roma di Scipione l’Africano, si chiude proprio con il lamento per la morte del sovrano angioino.

Francesco Di Rienzo

Napoliontheroad 14 settembre 2012

 

 

 

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