La saggezza del vecchio Parmenide e l'ingenuità del giovane Socrate

 

«Sei ancora giovane, o Socrate, e la filosofia non si è ancora impossessata di te come, secondo la mia previsione, si impossesserà in futuro quanto non stimerai più indegna nessuna di quelle cose. ora ti preoccupi ancora di prestare eccessiva attenzione alle opinioni degli uomini, vista l'età».

Intorno alla metà del V secolo a.C. il filosofo Parmenide e il suo allievo prediletto Zenone vanno ad Atene per partecipare alle Grandi Panatenee, le solenni celebrazioni quinquennali in onore della dea Atena. Sono entrambi di Elea, la polis magnogreca localizzata nel territorio di Ascea in provincia di Salerno, dove il primo aveva fondato un'importantissima scuola filosofica, quella Eleatica. In quegli anni Elea, insieme ad altre città italiote di origine calcidica (Reggio, Cuma e Napoli), è alleata di Atene. È, dunque, probabile che Parmenide e Zenone vi si siano recati come capi di un'ambasceria inviata per rappresentare la propria comunità a casa del potente alleato in occasione dello svolgimento di una cerimonia pubblica dai notevoli risvolti religiosi e politici.

I due filosofi, una volta sbarcati al Pireo, alloggiano presso la dimora di un certo Pitodoro, discepolo di Zenone, nel quartiere del Ceramico all'esterno delle mura. Qui, incontrano Socrate e altre persone e discutono di filosofia. Parmenide ha all'incirca sessantacinque anni, i capelli bianchi e un aspetto bello e nobile. Zenone è vicino ai quarant'anni, alto di statura e bello a vedersi. Socrate, infine, assai giovane. La notizia del loro arrivo ad Atene e il contenuto del dibattito ci sono stati tramandati da Platone nel suo dialogo "Parmenide". Quest'opera appartiene ai cosiddetti dialoghi "dialettici" o "della vecchiaia" nei quali l'allievo di Socrate riprende per meglio definirle alcune teorie della propria maturità. In particolare, la figura di Parmenide gli consente di affrontare il tema del problema del rapporto tra l'uno e il molteplice, molto caro all'Eleate, al punto da far mettere in discussione la realtà storica dell'incontro. Il discorso, infatti, ruota intorno ad alcune affermazioni ingenue di Socrate. Parmenide le ascolta e le corregge, rincuorandolo che da grande capirà. Leggendo il testo, si ha l'impressione che Platone si identifichi con entrambi gli interlocutori rappresentando, tramite Socrate, alcune posizioni filosofiche della sua maturità e, tramite Parmenide, la relativa  revisione avvenuta negli anni della sua vecchiaia. Non a caso, Parmenide si limita a render più completi e complessi gli spunti filosofici di Socrate.

Per Parmenide, secondo Platone, Socrate è ancora troppo giovane e poco esercitato nell'indagine filosofica. Per rimediare, gli delinea un metodo di indagine basato su ipotesi tra loro contrarie da verificare attraverso il ragionamento. «Troppo presto- dice Parmenide- prima di esserti esercitato, o Socrate, tenti di determinare un qualcosa di bello, di giusto, di bene e di ciascuna specie. Bello e divino, sappilo, è l'impeto che ti muove verso i discorsi: ma dirigi te stesso ed esercitati piuttosto in ciò che è considerato inutile ed è definito dalla maggior parte delle persone vana loquacità, finché sei ancora giovane. Altrimenti, la verità ti sfuggirà».

 

Francesco Di Rienzo

 

 

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