Donne e Repubblica Napoletana del 1799: la duchessa Mariangela Rosa de Riso

 

«Ho ricevuto da Paribelli franchi quarantacinque in anticipazione d’una quindicina. Parigi 28 fiorile an 8. Capracotta Riso». È la ricevuta del sussidio accordato dalla Commissione per l’organizzazione dei soccorsi ai patrioti italiani, rifugiati in Francia dopo il fallimento dell’esperienza giacobina nella nostra Penisola (1792- 1799), a Mariangela Rosa de Riso, coniugata Capece Piscicelli, duchessa di Capracotta. Il documento, scritto quasi per intero in lingua italiana e datato secondo il nuovo calendario rivoluzionario francese (il 28 fiorile dell’anno 8 corrisponde al 17 maggio del 1800 di quello gregoriano), è molto importante perché contiene l’unica firma autografa finora conosciuta della nobildonna. È conservato presso l’archivio della Società Napoletana di Storia Patria nel capoluogo partenopeo.

Mariangela Rosa de Riso nasce poco dopo la metà del diciottesimo secolo in una illustre famiglia della nobiltà provinciale che, da poco, si era trasformata in aristocrazia feudale. I baroni de Riso, infatti, erano una delle famiglie più antiche e importanti del patriziato della città di Bari. Alcuni autori la dicono di origini normanne; altri d’Inghilterra. Si era trasferita nel capoluogo pugliese con il re Carlo I d’Angiò. Nel 1274, un membro della famiglia aveva svolto l’incarico di viceré a Bari. Nel 1282, sempre a Bari, i de Riso erano presenti nelle liste dei nobili atti alle armi. Infine, nel 1748 Gennaro de Riso aveva acquistato il feudo di Carpinone dal marchese Giuseppe Ceva- Grimaldi.

L’8 dicembre del 1778 la nobildonna sposa il discendente di una delle famiglie della nobiltà napoletana più potenti dell’intero Regno di Napoli: don Carlo Capece Piscicelli, sesto duca di Capracotta, figlio di don Giacomo e di donna Maria Anna Capece Zurlo. Noti fin dal tempo dei Normanni, i Capece Piscicelli si erano distinti nel tempo come valenti uomini d’arme al servizio dei re e delle regine di Napoli. Dante Alighieri, volendo nominare alcune delle più autorevoli famiglie d’Italia, aveva scritto: «E questa è l’una questione, l’altra è che potrebbe dire dè Sannazzari di Pavia e quella dè Piscicelli di Napoli che sono, e gli uni e gli altri, nobilissimi nelle loro patrie». Il matrimonio è combinato dalle famiglie degli sposi. Don Carlo, al momento delle nozze, ha compiuto vent’anni da quindici giorni. Mariangela ha grosso modo la stessa età. Dopo il rito religioso, saluta i suoi cari e si trasferisce nello splendido palazzo dei duchi di Capracotta sulla collina di Pizzofalcone a Napoli, nell’attuale via Monte di Dio, di fronte al Palazzo Reale.

La vita familiare scorre serena tra la residenza napoletana e la villa rustica di Massa di Somma, alle falde del Vesuvio, destinata alla produzione agricola. La duchessa è subito incinta. Don Carlo attende impazientemente la nascita dell’erede maschio. Il 27 agosto del 1779 la moglie partorisce: nasce donna Marianna. Come da tradizione familiare, prende i voti religiosi. Nel giro di undici anni, vengono alla luce altri nove figli: quattro maschi e cinque femmine. Ma il Duca non ha fortuna con i figli maschi: il secondogenito don Giuseppe  muore all’età di quattro anni; don Giacomo dopo appena nove mesi; don Giovanni Battista dopo poco più di un anno. Soltanto don Antonio (1785- 1839) riuscirà a diventare adulto e a succedere al padre nel titolo di duca di Capracotta nel 1799.

La duchessa di Capracotta è una donna colta. Frequenta gli intellettuali napoletani e stranieri. Ritroviamo il suo nome, nel 1785, tra gli «associati forastieri» del dodicesimo tomo delle opere letterarie del marchese Francesco Albergati Capacelli. Il drammaturgo bolognese è un personaggio di grande rilievo nel panorama culturale del Settecento: è amico di Vittorio Alfieri e corrispondente del veneziano Carlo Goldoni e del francese Voltaire. Dal 1779 al 1792, il famoso giureconsulto Baldassarre Imbimbo, proprietario di una delle più importanti biblioteche dell’epoca, le amministra «le scritture delle proprietà non meno che delle rendite, pesi e spese».

La città di Napoli vive in quegli anni un periodo di grande fervore culturale di stampo illuministico. Gaetano Filangieri detta le regole per una buona  legislazione, Antonio Genovesi  dirige all’università la prima cattedra al mondo di economia politica, Ferdinando Galiani compie i suoi studi sulla circolazione della moneta, Domenico Cotugno rivaluta il carattere di “arte pratica” della medicina, Giuseppe Maria Galanti e Lorenzo Giustiniani descrivono lo stato geografico ed economico delle diverse province del Regno. In via Monte di Dio, a pochi metri da Palazzo Capracotta, è attivo un raffinato salotto culturale nella residenza dei duchi Serra di Cassano.

Alle ore 14,30 del 21 gennaio del 1799 appare su Castel  Sant’Elmo  la bandiera gialla, rossa e blu. Si alza un grido: «È nata la Repubblica napoletana». È il segno che le truppe della Repubblica francese, nata dalla Rivoluzione, stanno aspettando per entrare in città. Con l’arrivo dei Francesi a Napoli, la vita della Duchessa prende una direzione del tutto inaspettata. Molti nobili acculturati, formatisi sulle idee illuministiche provenienti d’Oltralpe, si schierano in favore della neonata Repubblica partenopea. La lista è  lunga. Carlo De Nicola, nel suo “Diario napoletano”, ricorda che «la primaria Nobiltà si è trovata infettata da tal peste». Abbiamo scarsissime informazioni sulle vicissitudini personali delle donne che aderiscono alla Repubblica partenopea durante i pochi mesi di vita di quell’esperienza politico- istituzionale. Ne conosciamo, nella maggior parte dei casi, soltanto i nomi (non sempre per intero) e i luoghi d’origine (non  tutti). Mariangela de Riso rinnega il suo status aristocratico e, nella notte del 9 maggio, fugge con un ufficiale dell’Armata francese, che lascia Napoli per dirigersi verso Nord, abbandonando a casa marito e figli.

In realtà, le vicende della duchessa negli ultimi giorni di vita della Repubblica napoletana e nel periodo della successiva repressione borbonica sono alquanto intricate. Alcune fonti riferiscono che, dopo il ritorno del re Ferdinando di Borbone a Napoli, viene arrestata a Castellammare di Stabia insieme ad altri patrioti. La de Riso viene definita «vedova di GioBatta», che probabilmente aveva sposato alla repubblicana, cioè aveva sposato un borghese, pur essendo ancora legata formalmente al marito Capece Piscicelli. Altre raccontano che viene strappata dal proprio palazzo di via Monte di Dio dalla marmaglia inferocita dei lazzari il 16 luglio- e quasi certamente malmenata e incarcerata- insieme alla duchessa di Cassano, Giulia Carafa, alla principessa di Piedimonte, Mariantonia Carafa e alla duchessa di Bagnulo, Giulia Marulli.

La nobildonna è condannata all’esilio. Si rifugia a Parigi, dove, come ricorda Benedetto Croce, «priva di mezzi, faceva debiti da per tutto». La capitale transalpina è la destinazione “naturale” dei proscritti italiani: per gli uomini di cultura, di lettere, di scienze e per le personalità più eminenti delle cadute repubbliche italiane, Parigi significa poter partecipare direttamente a quella vita intellettuale che da anni esercitava su di loro un richiamo irresistibile. Inoltre, il governo rivoluzionario li aiuta economicamente. una legge del 15 agosto del 1799 destinava loro, complessivamente, 100 mila franchi. Ma l’arrivo degli esuli dal Regno di Napoli, dalla Liguria e dall’ex Repubblica romana spinge il Direttorio francese a formare una apposita Commissione per provvedere alla distribuzione dei fondi.  Questo organismo assistenziale risulta composto da alcuni vecchi agenti del governo francese in Italia e da vari rappresentanti dei diversi Stati di provenienza dei profughi. Quelli degli ex sudditi napoletani sono Cesare Paribelli e Francescantonio Ciaia.

Il 13 novembre del 1799, la Commissione fissa il sussidio per i rifugiati a Parigi in un franco al giorno. Il 2 dicembre, assegna una serie di contributi individuali, tra cui tre franchi al giorno alla napoletana Riso di Capracotta. Il 21 dicembre, la nobildonna ottiene un assegnamento di 200 franchi mensili sui fondi del ministero dell’Interno oltre a un sussidio di 90 franchi mensili già accordato alla Commissione.

Intanto, il 23 settembre del 1799, le era morto il marito, don Carlo Capece Piscicelli: il titolo ducale passa all’unico figlio maschio sopravvissuto, Antonio. Mariangela contrae un nuovo matrimonio con un chirurgo militare, il napoletano Antonio Curcio. Le carte della polizia borbonica lo descrivono «onesto, tranquillo, proscritto».

Il 14 gennaio del 1806 i Francesi di Giuseppe Bonaparte occupano la città di Napoli: inizia il cosiddetto “Decennio francese”. In quell’anno, Antonio Curcio si annuncia «marito della duchessa di Capracotta» e chiede non di tornare a Napoli ma di recarsi in Italia per affari riguardanti l’amministrazione patrimoniale della moglie. Negli anni successivi, la nobildonna torna nel capoluogo partenopeo. Nel 1804 la figlia Beatrice ha sposato il nobile Giacomo Piromallo. Il 6 luglio del 1808 diventa nonna: nasce a Messina il nipote Giuseppe Piromallo. Sotto i Bonapartisti, la Duchessa, intorno alla cinquantina d’anni, si reca spesso a villeggiare nel suo feudo: Capracotta, un Comune dell’Alto Molise attualmente in provincia di Isernia. «Fu la sola feudataria che ci onorò della sua presenza», annota lo storico locale Luigi Campanelli nel suo libro “Il territorio di Capracotta” del 1931. Arreda di mobili dorati il palazzo ducale, cioè l’odierno municipio. Si circonda di persone colte e trasforma in teatrino l’antico fondaco, facendo venire dei comici per il divertimento della popolazione. Infine, dona alla Chiesa Madre alcuni paramenti sacri intessuti di oro e seta con lo stemma ricamato del suo casato. La caduta di Napoleone e il ritorno dei Borbone la costringono a riparare nuovamente a Parigi. Non farà più ritorno in Italia. Muore il 9 dicembre del 1815. I suoi beni vengono trasmessi agli eredi: i figli, il marito e alcune legatarie.

Per quanto riguarda, invece, il titolo feudale, don Antonio, muore senza eredi nel 1839: l’ottavo duca di Capracotta diventa in quello stesso anno la sorella, donna Beatrice. Il figlio Giuseppe Piromallo aggiunge al suo il cognome della madre, Capece Piscicelli. Giovanni, figlio di Giuseppe e di Luisa d’Andrea eredita dalla nonna il titolo di duca di Capracotta, riconosciuto nel 1889. Arriviamo così ai giorni nostri. L’attuale duca di Capracotta, il tredicesimo, è don Piero Piromallo Capece Piscicelli, 84 anni, marchese e barone di Montebello, cavaliere della Gran Croce d’Obbedienza del Sovrano Militare Ordine di Malta e cancelliere del Gran Priorato di Napoli e Sicilia, Gran Croce al Merito Melitense, cavaliere di Giustizia dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e commendatore dell’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro.

 

Francesco Di Rienzo