Chiesa del Carmine, missione Corradino: kaputt

I soldati tedeschi frugano dappertutto furiosamente. Ma i frati carmelitani non collaborano. Alla fine, vanno via con un pugno di mosche in mano: le ossa di Corradino di Svevia possono così continuare a riposare in pace nella Chiesa del Carmine.

Siamo nel mese di Settembre del 1943. L’Italia è occupata dalle truppe della Wehrmacht. Improvvisamente, al comando nazista di Napoli arriva dalla cancelleria del Reich a Berlino un ordine perentorio: recuperare le spoglie mortali di Corradino di Hohenstaufen, custodite da circa sette secoli all’interno della Chiesa del Carmine. Adolf Hitler vuole a tutti i costi il “ritorno a casa” dei resti dello sfortunato sovrano svevo.

Corradino di Svevia rappresenta, per il Fuhrer, infatti, un fulgido modello di razza ariana. Non solo per motivi “biologici” ma soprattutto per l’abnegazione e l’attaccamento al senso del dovere dimostrato nella sua sfortunata impresa militare in Italia. Alto, biondo e con occhi chiari, il giovane re di Sicilia e duca di Svevia  era sceso nella nostra Penisola nel mese di settembre del 1268 per tentare riconquistare il Regno di Sicilia, sottratto due anni prima con le armi da Carlo d’Angiò, sostenuto dal Papa e dai suoi alleati guelfi, nella battaglia di Benevento contro suo zio Manfredi.

Corradino aveva appena sedici anni. Era sempre vissuto in Germania, lontano dall’agone politico italiano,  il vero terreno dello scontro tra guelfi e ghibellini, tra papato e impero. Ma la morte dell’avo nella battaglia di Benevento, lo aveva richiamato alle responsabilità della propria stirpe: i ghibellini italiani lo avevano invocato come proprio campione e ne reclamavano un suo intervento armato in Italia. Corradino non se lo era fatto ripetere due volte. Così, era partito dalla Germania alla volta dell’Italia,  il teatro dei trionfi e dei rovesci della straordinaria storia del suo Casato. A Tagliacozzo, però, era stato sconfitto dall’esercito angioino. Era riuscito a fuggire prima a Roma e poi a Torre Astura, sul litorale laziale, dove era stato tradito dal signorotto locale, Giovanni Frangipane, che, anziché farlo partire via mare alla volta della fedelissima Pisa, aveva preferito consegnarlo alla vendetta del re Carlo. Processato e condannato a morte, era stato decapitato al Campo Morocino, l’attuale piazza Mercato, il 29 ottobre del 1268. La madre, Margherita di Baviera, aveva tentato fino all’ultimo di salvare la vita al figlio: era accorsa a Napoli con i suoi averi per pagarne il riscatto. Ma era arrivata tardi, riuscendo soltanto a ottenerne una degna sepoltura e lasciando quanto aveva portato con sé  ai frati carmelitani affinché pregassero per l’anima del figlio.

Il ricordo della sfortunata impresa di Corradino rimane vivo per molto tempo in Germania. Perciò, nel 1943, non sembra vero a Hitler poter ordinare il rimpatrio delle ossa dell’impavido nobile  svevo, vittima dei giochi di potere franco- papalini sul suolo italiano. La direttiva ai militari della Wehrmacht è chiara e perentoria: andare nella chiesa del Carmine, trovare i resti dello Svevo e spedirli immediatamente oltralpe. I soldati tedeschi entrano nell’edificio sacro. Ma inutilmente: i frati non collaborano. I religiosi lasciano che i nazisti frughino inutilmente nel monumento, fatto scolpire da Massimiliano di Baviera nel 1847, ben sapendo che, invece, le ossa del giovane sovrano erano nascoste nel piedistallo della statua stessa.

Alla fine, i tedeschi, esausti, vanno via a mani vuote. Non avranno più il tempo per riprovarci. Il 27 settembre i napoletani prendono le armi contro i tedeschi e, dopo quattro giornate di scontri memorabili, li cacciano dalla città: Napoli è la prima città dItalia a liberarsi da sola dal giogo del nazifascista e a respirare di nuovo l’aria della libertà. Il 1° ottobre, alle ore 9.30, i primi carri armati alleati entrano in città. I tedeschi sono oramai lontani. Corradino, invece, continua a dormire indisturbato il suo sonno eterno nella chiesa del Carmine.

Francesco Di Rienzo

 

 

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