Campo Romano: la cupidigia di Neapolis e Nola e la riprovevole astuzia del console Labeone

 

Anno 183 avanti Cristo, versante nord-vesuviano: le città di Neapolis e Nola, entrambe alleate di Roma, hanno ampiamente esteso il proprio dominio sull’agro circostante al punto da essere giunte quasi a confinare l’una con l’altra. Rimane soltanto un territorio cuscinetto che corrisponde grosso modo a quello in cui oggi si trovano i comuni di Somma Vesuviana, Ottaviano, Pomigliano d’Arco, Sant’Anastasia, Pollena Trocchia, Massa di Somma, Cercola, Castello di Cisterna, Marigliano e San Sebastiano al Vesuvio. Le due città, per evitare che il clima di tensione possa degenerare in un vero e proprio scontro armato, preferiscono rimettere pacificamente la questione al giudizio di Roma.

Il Senato romano manda sul posto nelle vesti di arbitro il console Quinto Fabio Labeone. Il legato romano come prima cosa invita i due contendenti a rientrare nei propri confini e, quindi, assegna in maniera del tutto arbitraria il territorio contestato al popolo romano. L’intera vicenda è descritta e commentata persino da Marco Tullio Cicerone nel suo trattato “Sui doveri”: «Esistono spesso anche ingiustizie che traggono origine da qualche cavillo e da un’interpretazione assai astuta ma ingannevole della legge. Di qui il proverbio, ormai sulla bocca di tutti, “summum ius summa iniuria” (somma giustizia, ingiustizia somma). In questo modo si commettono molti errori anche a livello di stato, come quel tale che, dopo aver stipulato un armistizio di trenta giorni, di notte devastava le campagne perché, secondo lui, la tregua si applicava al giorno, non alla notte. Né da parte nostra si può elogiare, se è vero quel che si dice, quel Quinto Fabio Labeone o chi per lui — ne parlo solo per sentito dire — a cui il senato aveva affidato un arbitrato per una disputa di confine tra le città di Nola e di Napoli e che, dopo essere giunto sul luogo e aver parlato separatamente con le parti, aveva raccomandato loro di agire imparzialmente e senza avidità e di fare un passo indietro piuttosto che avanti. E quando entrambi i contendenti così fecero, rimase tra di loro nel mezzo una certa porzione di terreno. E così egli fissò i loro confini come essi avevano detto; ma lo spazio in mezzo lo assegnò al popolo romano. Ma questo è imbrogliare, non fare giustizia. In ogni circostanza, quindi, bisogna evitare astuzie di questo genere».

Comunque, al di là delle disquisizioni puramente teorico- filosofiche del giurista di Arpino, per rimarcare ancora di più il concetto, l’Urbe spedisce immediatamente nell’area di nuova acquisizione alcune famiglie di coloni, che finiscono per dare il proprio nome alle varie comunità che si vanno a formare. È così che dalla gens Pomilia sorge Pomigliano d’Arco; dai Marii o Marilii Marigliano; dagli Ottavii Ottaviano; dai Licinii Licignano e così via.

Di questo episodio parla anche la Cronaca di Partenope, un manoscritto del Trecento conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, che aggiunge un’informazione in più: “il territorio per fino al dì de hoggi se chiama lo Campo Romano”.

Cicerone, come abbiamo visto, narra il fatto senza fornire alcuna precisazione toponomastica. Perché? Non la conosceva? O forse lo ha fatto di proposito?

La nascita della dominazione “Campo Romano” è da collegare al primo atto della terrificante rivolta degli schiavi, capeggiati dal gladiatore trace Spartaco, del 73 avanti Cristo e conclusasi due anni più tardi con la sconfitta militare dei ribelli e con la crocifissione di oltre seimila di loro lungo la via Appia. La ribellione scoppia nella famosa scuola di gladiatori di Capua: i rivoltosi scappano e si rifugiano sul Vesuvio, che da seicento anni non dà più segni di vita. Il Senato romano invia il pretore Claudio Pulcro con un esercito di tremila legionari per spegnere la rivolta. Pulcro accampa le truppe all’inizio dell’unica strada che consentiva a quei tempi l’accesso al vulcano, nei pressi degli attuali Cognoli di Pollena Trocchia, per bloccare ogni via di scampo agli schiavi in armi. Ma le cose non vanno secondo i suoi piani. Spartaco è un ottimo stratega oltre che un coraggioso gladiatore: gli insorti costruiscono alcune scale con i tralci di vite selvatica del Vesuvio, riescono ad aggirare l’accampamento romano e massacrano i militari.

La notizia della sconfitta della guarnigione romana arriva come un fulmine a ciel sereno a Roma: un’accozzaglia di schiavi, mal equipaggiata e mal addestrata ha distrutto un’intera legione! Ma la notizia fa anche il giro delle ville rustiche vicine, tra lo stupore generale, al punto che gli abitanti finiscono col chiamare il punto della battaglia col termine di “Campo Romano”, cioè luogo dove hanno combattuto (e perso) i Romani.

Gli scrittori romani hanno sempre scritto nelle loro opere dell’avvenimento parlando genericamente di pendici settentrionali del Vesuvio, contribuendo probabilmente all’allargamento territoriale dell’uso del toponimo a quasi tutta l’area nord-vesuviana, per sminuire l’importanza dell’evento bellico.

Tale denominazione, però, rimane viva nella tradizione orale di quelle contrade e viene registrata per la prima volta in atti legali nell’Alto Medioevo. Vaghe notizie si hanno fino alla fine del Settecento, quando il toponimo scompare definitivamente dalla tradizione orale, legale e cartografica del Regno di Napoli.

 

Francesco Di Rienzo