Il coraggio dimenticato dell’ammiraglio Cesario

Papa Leone IV rivolge lo sguardo al cielo e ringrazia il Signore per la vittoria. Un gruppo di prigionieri musulmani si inginocchia davanti al pontefice in segno di sottomissione. Sullo sfondo, le navi delle repubbliche marinare di Amalfi, Gaeta e Napoli annientano davanti al porto di Ostia la flotta saracena, salvando Roma dalla minaccia islamica.

Questa scena è stata immortalata dal celebre pittore Raffaello Sanzio e dai suoi allievi nella Stanza dell’Incendio di Borgo in Vaticano e si riferisce a un fatto storico realmente accaduto: il tentativo di saccheggio della Città Eterna da parte di «assaissimi legni» musulmani avvenuto nell’849 d.C. e sventato grazie al provvidenziale soccorso della flotta della cosiddetta “Lega Campana” davanti alla foce del fiume Tevere.

Dall’VIII secolo in poi, gli arabi, dopo aver sottomesso i territori africani dell’Impero Romano, avevano iniziato la conquista di quelli europei: dapprima il regno visigoto di Spagna e, successivamente, la Sicilia. Proprio dai porti siciliani, a partire dal IX secolo, lanciavano incursioni ferocissime in un’Italia Meridionale dilaniata da continue guerre tra i piccoli potentati locali facendosi assoldare, a volte, anche come mercenari. Nell’836, le truppe islamiche avevano aiutato i Napoletani a spezzare l’assedio dei Beneventani alla loro città. Nell’845, avevano provato a conquistare l’isola di Ponza ma erano stati sconfitti dalle flotte congiunte di Amalfi, Gaeta, Napoli e Salerno, comandate dal duca partenopeo Sergio I. L’anno successivo, erano riusciti a saccheggiare il contado di Roma per essere poi ricacciati in mare da una coalizione composta da Napoletani e Amalfitani agli ordini del figlio del duca di Napoli, Cesario.

Ma la tentazione di conquistare la capitale del Cristianesimo è troppo forte. E così, nella primavera dell’849, una imponente flotta saracena salpa dalle coste della Sardegna alla volta della foce del Tevere. La notizia raggiunge immediatamente il pontefice e il Ducato di Napoli. Cesario organizza nuovamente la flotta della Lega Campana e si dirige immediatamente alla volta di Ostia. Lì ad attenderlo c’è Leone IV con le sue milizie. Il Papa benedice il contingente cristiano, prega Dio affinché garantisca la vittoria ai suoi militi e torna a Roma a predisporre le difese della Città. Le navi nemiche non si fanno attendere: compaiono all’orizzonte il giorno successivo. La scontro è durissimo e va avanti per ore. L’esito è incerto fino all’ultimo. A un certo punto, il tempo peggiora: il cielo si fa sempre più cupo e il libeccio inizia a tirare sempre più forte. Cesario sposta le sue navi verso la costa esponendo quelle avversarie, più leggere, ai pericoli della tempesta. Una mossa azzeccata: i legni islamici vengono interamente distrutti. I marinai arabi muoiono annegati o vengono fatti prigionieri.

La battaglia di Ostia è la più grande battaglia navale combattuta tra cristiani e musulmani prima di quella di Lepanto (1571) e rappresenta la prima alleanza tra Stati italiani contro un nemico straniero. Tuttavia, i suoi effetti risultano piuttosto effimeri. Negli anni successivi, infatti, i Duchi di Napoli si riavvicinano diplomaticamente agli Arabi in chiave anti-longobarda. Nell’870, il prode ammiraglio Cesario cerca di opporsi a questo indirizzo di politica estera filoislamica ma il nipote, Sergio II, lo fa imprigionare. Cesario, così, per trent’anni comandante della flotta del Ducato di Napoli sotto il regno del padre Sergio I e del fratello Gregorio III, trascorre gli ultimi giorni della sua gloriosa esistenza in una cella buia e angusta e, alla sua morte, viene sepolto nelle catacombe di san Gennaro.

La battaglia di Ostia non viene, invece, dimenticata dalla Chiesa, che la farà propria qualche secolo più tardi per motivi politico- religiosi. Nel 1514, Raffaello e i suoi allievi rappresentano l’evento in un grande affresco (circa 670 x 500 cm) situato nella Stanza dell’Incendio di Borgo in Vaticano con chiari riferimenti a fatti e personaggi del loro tempo: il papa ha i tratti di Leone X, i due cardinali alle sue spalle sono il cardinal Bibbiena e il cardinale Giulio de Medici, futuro Papa Clemente VII. L’intera raffigurazione, infine, sembra alludere a una crociata vanamente invocata dallo stesso Leone X contro l’Impero Ottomano.

Francesco Di Rienzo

 

 

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