Salvator Rosa: cose migliori del silenzio

di Rossana Di Poce

 

Salvator Rosa incarnò il suo complesso secolo, il ‘600, fatto di uomini e ombre. Come del resto uomo ed ombra fu Caravaggio che era passato a Napoli nel 1606 e poi nel 1610, dando impulso propulsivo a pittori decisivi come il Caracciolo e il Ribera. Lo Spagnoletto certamente Rosa ebbe modo di conoscerlo bene, mentre pare si scontrasse col Corenzio che dominava a modo suo la scena delle committenze partenopee. Iniziò la pittura dalle scene di paesaggio napoletano, dopo aver studiato dagli Scolopi e aver anche avuto una crisi religiosa: nel 1630 era entrato in noviziato con il nome di Salvator di San Pietro, e dopo la rinuncia ai voti, decise un primo passaggio a Roma con relativa polemica col Bernini, per ritrovarsi a Firenze con un committente e una corte disposta ad ospitarlo. Nel frattempo, ebbe a Napoli come cognato e amico Francesco Fracanzano, che sposò sua sorella Rosa nel 1632, ed anche Aniello Falcone, il cosiddetto pittore delle battaglie da cui mutò il genere. Conobbe bene gomito a gomito a bottega Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro, con cui collaborerà anche per alcuni lavori. Al trasferimento a Firenze dal 1640, risalgono le sue opere stregonesche: “Scena di stregoneria” (Firenze, Galleria Corsini), “Streghe e incantesimi” (Althorp House, Spencer Collection), “La strega” (Roma, Pinacoteca Capitolina) e “Le tentazioni di Sant’Antonio” (Firenze, Palazzo Pitti). Da Napoli portò con sè il gusto chiaroscurale e pigiato dei corpi tipico dell’epoca, tra un terremoto del 1631 e una rivolta che sedimentava dal basso, ed anche una certa influenza tematica dei pittori fiamminghi che non mancavano affatto in città e nè mai erano mancati. Tutte tracce che risalgono infatti al periodo più scuro della caccia alle streghe tra Napoli e Roma, consumatosi nella prima metà del secolo (basti pensare all’episodio di “Carità Carnale” di Suor Giulia de Marco) e che il Rosa riversò sulle “pitture da camerino” commissionategli dall’orbita della corte medicea. Erano del resto pitture da mostrarsi solo in privato, ad amici, e dunque al riparo da qualsiasi ritorsione, e così Salvatore potè lasciarsi andare a temi tra magherie e incantesimi piuttosto cupi. Nascono così i 4 tondi oggi a Cleveland, originariamente del marchese Filippo Niccolini; mentre al marchese Corsini va la cosiddetta Stregoneria Corsini e infine, al suo mentore-mercante, il banchiere Carlo de Rossi, quella più famosa e complessa oggi al National Gallery. Di ritorno a Napoli, dopo ancora un soggiorno romano, non volle più accettare commissioni per nessuno, riuscendo ancora a contare sull’appoggio economico di Carlo de Rossi, e continuò a vendere e vivere di battaglie e paesaggi ancora, ma anche incisioni più facilmente smerciabili. La prima e tardiva fama storico-artistica di Salvator Rosa, come tarda fu per gran parte dei pittori del Seicento napoletano, si deve allo studio del 1963 di Luigi Salerno, intorno a quelli che conosciamo come pittori del dissenso; ben più celebrità ebbero invece le sue vicende biografiche. Poeta e musico di animo inquieto e burrascoso, Salvatore non scelse mai un genere d’arte solo, e prima della sua fama d’arte, ne venne fama di pittore romantico: è del 1824 la biografia romanzata pubblicata in inglese da Lady Sidney Morgan che fece gran scalpore all’estero; mentre al 1789 risale il saggio poetico-musicale dello storico della musica e viaggiatore inglese Charles Burney. Ai tempi del soggiorno fiorentino cominciò a scrivere le sue Satire, pubblicate postume ma circolanti, che gli costarono non poche maldicenze e molti sospetti e, per quanto ne sappiamo, partecipò a Napoli anche alla rivolta di Masaniello. Col Falcone, Paolo Porpora e Domenico Antonio Vaccaro partecipò alla "Compagnia della Morte" che si dava all’omicidio degli Spagnoli; ma quando questi ripresero il controllo della città, il Rosa dovette nuovamente scappare a Roma, dove morì nel 1673. Nella mostra del 2008 dedicatagli a Napoli, la sua prima: “Salvator Rosa apre la strada a Goya, che sicuramente vide le sue incisioni di streghe. Per il napoletano come per il genio spagnolo quei corpi laidi di vecchie dai seni penduli, che trafficano con pentolini, ossa, teschi, mani di cadavere, bimbi morti, sono mostri, i mostri partoriti dal sonno della ragione” (Spinosa). Solo che Goya cadaveri e morti li vide davvero nella crudeltà reale memoriale dell’Inquisizione spagnola e nelle coeve stragi francesi, e Salvator Rosa li pensò ed agì poco prima degli anni della rivolta di piazza Mercato e delle sue atrocità, che pur non mancarono. “Se potesse aver corso nella grammatica degli studi, l'epiteto di antipatico; Salvator Rosa, nato a Napoli nel 1615, morto a Roma nel '73, è uno degli artisti più antipatici che esista. Egli è tante cose: disegnatore e incisore; pittore di paesi e di storie, lettore di testi rari, poeta e poligrafo accigliato, nato sotto Saturno; guitto d'occasione e gran viaggiatore. Il ricco carteggio che si è conservato lo qualifica come un ingegno plurimo, a rischio di dissipazione. In breve: bisogna fare i conti con un personaggio ingombrante. Nell'autoritratto della National Gallery di Londra, egli si presenta come un intellettuale antico: barba incolta, capelli lunghi e cappello floscio, sagomato contro uno sfondo di cielo, fosco come la sua espressione. Nulla rivela il mestiere principale di pittore; le sole informazioni, volutamente spiazzanti, provengono dalle scritta in latino sulla cartella su cui si appoggia: “aut tace aut loquere meliora silentio”. O taci o dici cose migliori del silenzio." (Stefano Causa) Insomma, fu un personaggio piuttosto irrequieto, scomodo e antipatico, difficile da decifrare e catalogare in una sola corrente, e certamente non solamente pittore: di qui la fama di esser fin troppo moderno. irregolare. E moderno lo fu certo, essendo anche poeta, musicista, e politico di parte; anch’egli di cappa e spada, con più lettere e ombre, più cose, del suo immenso predecessore.

 

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