Cosimo Fanzago, decorator di materia

di Rossana Di Poce

Anche Cosimo Fanzago (Clusone 1591-Napoli 1678) fu figlio del suo tempo: un pò architetto, scultore, marmorario e, per sintetizzare in una parola, decoratore. Insomma fu prodotto di quella speciale camera delle idee materiali che era la bottega del ‘600 napoletano.Accanto alle Accademie che nacquero nel secolo d’oro della pittura napoletana, e dove si lambiccavano le idee in vetri troppo spesso in odor d’eresia, le botteghe degli artisti si configurano come laboratori di sperimentazione del linguaggio artistico: qui si verificava l’altro lato delle cose, ovvero, non più la pura speculazione del pensiero, ma la la materia e le sue forme e sostanze. La materia del Fanzago si piega a progetto architettonico parziale: fontane, altari, stemmi, piccoli cimiteri, cortili, statue, cappelle, simboli; insomma, parzialità, e si scompone e ricompone attraverso il genio creativo dell’artista, quasi sempre come tentativo unico e irripetibile, urgente. Cosimo Fanzago non fu affatto una personalità facile: “estroso, geniale, improvvisatore, arruffone, (...)pronto a usare ogni mezzo , ortodosso o non(...)mediatore e imprenditore, funambolico ed estroverso, entusiasta e irruente” (Causa) ma forse, per emergere come artista nel 1600, il pessimo carattere caravaggesco o ancora savator-rosiano, sarà imprescindibile. Trasferitosi a Napoli intorno ai 17 anni nella casa del maestro dei marmi Gerolamo d’Auria, finì poi per sposare la figlia del marmoraro toscano Landi, che da allora in poi lavorò a stretto contatto con lui. Nella sua vita si annovera un’accusa di omicidio del collega Nicola Botti, intentata dai monaci della Certosa, gli stessi che gli faranno vertenza per i lavori più che trentennali e che mai pagheranno fino in fondo il suo esoso compenso -il processo si chiuderà ben venti anni dopo la morte del Fanzago e che non esitarono ad accusarlo anche di furti e ladrocini delle materie prime. Ma Cosimo Fanzago non fu solo protestato dai certosini, ma da tanti contratti che andava stipulando per tutta la città e che non riusciva ad onorare; il Pio Monte della Misericordia ben lo sapeva, e così vincolò il contratto con la clausola che, con o senza Fanzago, l’allievo Andrea Falcone avrebbe dovuto comunque terminare i lavori. E ben fecero, perché finì proprio in questo modo; e, benché fosse un abile imprenditore pronto a prender commesse in ogni luogo, più di qualcuno ha asserito che le imprese di Cosimo Fanzago finirono per rivelarsi anti-economiche. Persino i suoi collaboratori più stretti lo accusarono di non pagare gli stipendi e di trattenersi la paga oltre ogni decenza. Non avendo portato a termine alcun progetto architettonico completo (anche palazzo Donn’Anna è un fantasma appena abbozzato) lasciò nella materia marmorea la sua più completa e innovativa intuizione: forse tra le sue opere più pregevoli c’è da annoverare l’altare di San Domenico Maggiore e l’altro splendido di San Pietro a Majella con le sue sfere nere sospese sulla balaustra, seguiti dai preziosi tappeti della Certosa e dalla guglia di San Gennaro o ancora, il coloratissimo cappellone di Sant’Antonio nella gotica San Lorenzo Maggiore. Forse nel cancello bronzeo del Tesoro di San Gennaro, tutto l’estro sperimentale di questo poliedrico arruffone geniale venne fuori. La sua ostinazione ad utilizzare modelli di legno piuttosto che progetti di carta per le chiese, gli costò una ulteriore vertenza persino con Frà Nuvolo. E’ ertamente ravvisabile la comunanza nel Gesù Vecchio tra le sue sculture e la lezione coloristica di Battistello Caracciolo, come ben ha messo in evidenza Aurora Spinosa. Le sostanze, i materiali che Cosimo Fanzago scolpisce o colla, sono figli di un secolo in cui la materia stessa è al centro della ricerca scientifica, in seno ad una chiesa che manda al rogo Giordano Bruno e inquisisce Galileo. Così il Fanzago è si un decoratore, nel senso più alto di questo termine, perché gira intorno e dentro la materia che tocca, ma è anche un visionario: gli parla direttamente dio (secondo una sua deposizione del 28 gennaio 1628) quando deve pensare l’altare di Montecassino. Quello che in pittura distinguiamo con più facilità, il passaggio tra il Naturalismo e il Barocco, e come l’artista si schiera a favore delle ombre e della luce, in Cosimo Fanzago deve osservarsi nella materia: sembra risolversi in un florilegio di marmi commessi talvolta ossessivi, un colorismo spinto che contagia tutto il Meridione, partendo da una città, Napoli, dove il marmo non esisteva, e forse per questo di massimo impatto e resa visiva.

(napoliontheroad 27 febbraio 2014)

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