"Caravaggio e l'inedita misericordia napoletana"

di Rossana Di Poce  

Una unione gentile è quella che cʼè da proporre ogni volta che unʼopera dʼarte ci si pone innanzi; dei mille modi che possediamo per percepire le cose, le nostre emozioni dirette, quasi senza mediazione, sono lʼesperienza più difficile da decodificare. Ci arrivano pluriformi messaggi ogni istante: il nostro cervello processa secondo alcuni 400.000 informazioni al secondo, mentre la parte cosciente ne sente solo un migliaio: il nostro corpo e la nostra mente mettono a fuoco selezionando, predisponendoci ad un legame con le cose che abbiamo innanzi e noi possiamo andare a lavorare con quellʼunione, sentendola, arricchendola e ampliandola. Nostra Signora della Misericordia, conosciuta come Le Sette opere di Misericordia di Michelangelo Merisi da Caravaggio vi aspetta nel silenzio della bella chiesa che lʼarchitetto Francesco Antonio Picchiatti pensò in via dei Tribunali. Come e perchè Caravaggio venne a Napoli dopo lʼomicidio romano, resta un mistero: venne già famoso, e venne certamente per una commissione, forse proprio questa del Pio Monte mentre la famiglia Colonna lo aveva protetto nella campagna romana. Venne che era dʼestate, lʼestate del 1606: il 29 maggio aveva ucciso in una rissa nelle sue notturne scorribande, Ranuccio Tomassoni. E nel quadro, come scrive Raffaello Causa, lʼorgasmo della fuga non si è ancora esaurito: la scena è convulsa e rotea di affollamento davanti alla quinta di un vicolo. Più microstorie raccontano il tema della misericordia a Napoli: è una iconografia quasi inedita e lʼartista se la vede assegnare da un istituto di nobili post-riforma tridentina; gli mancano i riferimenti, e manca alla narrazione evangelica, uno statuto come quello della deputazione del Pio Monte che accorpa le sette opere di misericordia corporale e le rielabora in una peculiare interpretazione, inventandosi lʼopera pia corporale del “Peso del Patrimonio”, ossia dellʼamministrazione del beni da destinare proprio alla misericordia dei poveri “vergognosi”. Il tema “quiz-rebus” (Causa) è risolto da Caravaggio di getto, dipingendo senza disegno, con ripensamenti che ai raggi x hanno rivelato lʼassenza della Vergine (!) e modifiche del San Martino, il bel cavaliere dal manto vermiglio. Anche solo a descrivere i partecipanti alla scena ci si accorge del movimento: due angeli “lazzari” (Longhi) vorticanti, la Vergine col bimbo che si affaccia appena,due monatti che tirano un morto per i piedi e si fanno luce,Pero e Cimone tra le sbarre,San Martino e il mendicante infermo,due pellegrini e Sansone che beve alla mascella dʼasino. Sono ben 14 protagonisti tra sacro,otretomba,cittadini,santi,miti e leggende. Tutto quello che poteva essere evocato è lanciato in un vicolo di Napoli: dallʼalto la luce sugli angeli incontra la fiaccola e rimbalza sulla schiena del mendicante infermo; è una V di direzione che spinge lʼocchio a leggere la tela da destra verso sinistra, dallʼalto verso il basso. Chiudere gli occhi difronte a questo quadro, restare per lunghi minuti fermi a sentire il proprio corpo e ciò che si sente; prendersi il tempo interiore e riaprire alla visione, ripensando alle vicende caravaggesche che mi saltano in mente. Ma cosa comunica davvero questa misericordia napoletana? Non certo la salvezza, apparentemente: luce e ombra, temibile fuga, caos e affollamento. Dovʼè e come il Maestro ha risolto in pensieri, parole e omissioni quella che per lui era la sola via dʼuscita: proprio la misericordia, sotto forma di grazia papale, che egli cercava nella sua fuga... singolare che il primo quadro dopo lʼomicidio, sia stato proprio quello napoletano. Nei dieci mesi del primo soggiorno napoletano, Caravaggio dipinse due o tre tele perdute per Monteoliveto ( San Francesco in meditazione, San Francesco che riceve le stimmate ed una Resurrezione) forse il S.Andrea spagnolo, e la Madonna del Rosario oggi a Vienna: altri temi, altri climi che questo. Certo il SantʼAndrea e la Madonna del Rosario sono affollati anchʼessi: la Napoli popolosa dei Seicento vi ha dunque la sua parte. Ma in Nostra Signora della Misericordia quella Napoli, che annuncia profeticamente col monatto lʼimminente peste che la decimerà cinquanta anno dopo, è davvero pigiata: quellʼangelico braccio di cui ignoriamo nella visione frontale il potere attrattivo di calamita -e che è possibile ammirare invece salendo alla pinacoteca nella sala del Coretto- dal basso sembra arrestare e inchiodare lʼosservatore e lʼintera scena alla terra. Una misericordia che manca dopotutto in questo quadro, a meno che non si posseggano chiavi di lettura complesse per le scene e comunque non omogenee tra loro; come potè dimenticare di dipingervi la Vergine cui lʼintera opera è dedicata resta un mistero, o forse il segno più tangibile di quella richiesta che lui stesso, fuggendo dalla sua turbolenta vita dissoluta e angosciante, non riusciva nemmeno a fare. Resta, per tutti coloro che possono ammirare questo capolavoro dal vivo e in silenzio, facendogli spazio nella visione, uno dei dipinti più inquieti della pittura umana, quasi che lo stato dʼanimo del pittore si sia impresso sulla tela. Quasi, sembra di percepirne lʼansia, le pennellate che disegnano vorticosi sentimenti : sette opere di misericordia che si rincorrono e richiamano, nessuna delle quali Caravaggio potè mai godere morendo su una spiaggia, solo senza documenti, il giorno in cui finalmente, il papa gli accordava la grazia.

 

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