Il viaggio iniziatico del pellegrino che è in noi 

 

di Christian Di Masi

 

 

L’immagine di un uomo logorato nello spirito, abbattuto da obiettivi professionali non raggiunti apre “Ritorno al tempo che non fu” (Edizioni del Leone, pag. 192, € 15.00), esordio di Alessandro Pierfederici, pianista e direttore d’orchestra trevigiano.

Il protagonista è passivo, refrattario, quasi spento, ma per nulla confuso: la sua logica del “limite del gesto estremo” rivela una sinistra e quasi matematica consapevolezza di ciò che gli si muove dentro e che si sta preparando a colpire. Tutto sembra già pronto per la capitale esecuzione: luogo, strumenti, ora approssimativa. Manca solo l'atto materiale.

Il fatto stesso che l’Autore in principio d’opera eviti di chiamarlo per nome potrebbe denotare una presa d’atto dell’idea che il soggetto in questione debba darsi per “spacciato”. Sconfitto dai fallimenti accumulati da un destino che ritiene essergli avverso in tutto e che forse riuscirà a sconfiggere solo attraverso il disperato atto che si prepara a compiere.

Passano i giorni, eppure l’ora dell’esecuzione non arriva. E proprio quando, quasi per caso, il nostro uomo si ritrova nuovamente sul luogo prescelto, accade qualcosa: un incontro, una visione, un gioco di specchi… o forse una botta in testa chi può dirlo? Il bello di questo romanzo risiede, a mio avviso, proprio nel valore dato al concetto di possibilità e alle mille strade che si offrono all’interprete che legge.

Il protagonista inizia un inseguimento, che poi diviene smarrimento, che poi diviene confusione, che poi diviene esplorazione. Cala la notte e dall’oscurità di una boscaglia che ricorda vagamente i primi versi di un ispirato poeta fiorentino del tredicesimo secolo emergono due luoghi: presso il primo il nostro viandante si fermerà a riflettere, presso il secondo troverà riparo dalle insidie di luoghi sconosciuti e disabitati.

Una casa di campagna dove chi vi dimora lo accoglierà come “ospite a lungo atteso”. Una personalità quasi fiabesca, di una bellezza tale da lasciare incerti persino sulla sua reale esistenza. E il dubbio assolve in questo libro una funzione essenziale, perché parte destabilizzando, ma rimescolando le carte conduce e nuove verità. 

Per il nostro eroe sarà una notte strana che sancirà l’inizio di un viaggio proteso alla rivelazione di un’antica storia che progressivamente lo allontanerà dal suo intento originario, mettendolo a contatto con un angolo di mondo sconosciuto e, allo stesso tempo, con una rinnovata dimensione di vita che ormai non sembrava auspicabile.

Strappato alle sue giornate, l’aspirante suicida muove i primi passi lungo un sentiero irto di prove e personalità ambigue, alla ricerca di un significato che possa giustificare il suo vagare e spiegare la presenza sempre più ingombrante di una leggenda che sembra perseguitarlo.

I legami con la vita sembrano assottigliarsi, in un gioco d’immagini eteree e suoni  talvolta distanti, ovattati. L’idea di proseguire senza considerare di ritornare indietro, che da suggestione si trasforma in scelta convinta. La possibilità che i nuovi scenari che si aprono davanti agli occhi possano riguardarlo in prima persona e che nulla di tutto ciò che avviene sia casuale.

La sciarada di suoni, riflessioni, simboli e immagini oniriche tracciata da Pierfederici è un astuto costrutto, perché gli consente di muoversi con disinvoltura nel corso della struttura narrativa; un contesto in cui dimostra capacità di rappresentazione e consapevolezza dei propri mezzi.

Una sensazione di lotta contro qualcosa di inesorabile attraversa ogni istante di questa avventura, un male radicato che chiamerà il viandante ad affrontare nuove e temibili prove; ognuna di esse tesa al raggiungimento di un comune traguardo; perché questa è una storia che parla di uno e di tutti, dove interiorità ed esteriorità si fondono e si confondono, che parla di un viaggio materiale, spirituale, temporale teso a una riconciliazione con la vita, con se stessi, e infine, col mondo intero.        

Una volta chiuso, il romanzo lascia la sensazione non di aver letto un libro, ma di aver vissuto un sogno in cui ognuno di noi è stato almeno una volta partecipe e che sa rendere onore a questa straordinaria, leggiadra, cinica e un po’ assurda avventura che è la vita.

 

 

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