All'Accademia Pontaniana
"Novant’anni di discussioni sul liberalismo”
Il tema del liberalismo, infatti, veniva, così, affrontato
fin dalle sue fondamenta e la discussione...

 

di Vera De Martino

 

Anche a Napoli pochi la conoscono. E’ l’Accademia Pontaniana, un luogo con grandi sale dagli alti soffitti e le alte pareti tappezzate  di libri, a via Mezzocannone 8. Sembra sia la più antica accademia italiana. Sarebbe nata, nel 1442, nella forma di un  gruppo di amici che si riunivano a casa del re Alfonso d’Aragona, quel re che rese Napoli centro di un’ampia federazione di Stati, (Baleari, Sardegna, Corsica, Sicilia, la stessa Aragona ecc…), i cui rappresentanti convocava nella nostra città. Anche questa notizia è pressoché sconosciuta, tanto che tutti usano l’espressione ”quando Napoli stava sotto l’Aragona”. Altri studiosi posticipano la fondazione dell’Accademia Pontaniana al 1458, quando il luogo di queste riunioni fu la casa del Panormita (il Palermitano), il cui bel palazzo si trova, a Napoli, nei pressi di Sant’Angelo a Nilo. Poi queste riunioni si spostarono in casa di un altro amico, l’umanista e poeta Giovanni Pontano. Cosicché da allora l’Accademia si chiamò Pontaniana.

Venerdì scorso, c’è stata, nella sede attuale dell’Accademia Pontaniana, un  convegno filosofico internazionale, organizzato dal Centro Studi Collingwood. Partecipanti erano personaggi quali Marta Herling, Guglielmo Trupiano, Aldo Trione, Clementina Gily, Rik Peters, Rodrigo Diaz, per dirne alcuni, tutti nomi importanti. Si discutevano i “Novant’anni di discussioni sul liberalismo”, che era il titolo del convegno. 

Evidentemente i convenuti trattavano di filosofia e, partendo dai filosofi Giovanni Gentile e Benedetto Croce, attraversando          Edmund  Husserl, Walter Benjamin e José Ortega y Gasset, si fermavano su Robin George Cllingwood e sul suo Speculum Mentis, targato 1924, da cui il titolo del convegno.

Il sottotitolo di questa opera, osservavano, “The map of Knowledge”, era contraddetto dall’opera stessa. Giacché, per  il  suo autore, non esiste una mappa delle conoscenze, essendo la conoscenza di ogni uomo autonoma. Il tema del liberalismo, infatti, veniva, così, affrontato fin dalle sue fondamenta e la discussione indugiava sulla definizione della conoscenza, del soggetto conoscente, della realtà conosciuta e della sua obiettiva esistenza. E si citava “The principes of art”, in cui Collingwood  considera che l’arte sorge da un’emozione, ed è espressione di un’emozione oggettivata. L’emozione, come la passione, è passiva, oggettivandola autonomamente, si riesce a liberarsi da essa e a sentirsi liberi. La conoscenza, per questo filosofo, infatti, è soggettiva, come già si è detto, ma diventa obiettiva, quando si riesce a razionalizzarla.  L’assemblea concludeva che ciascuno dei filosofi citati apportava un tassello alla soluzione dei vari interrogativi, pur essendo consapevole che nessuna delle loro risposte poteva essere considerata definitiva, perché la filosofia, come la vita, è una sorta  di work in progress.

 Molto interessante è stata un’osservazione di Clementina Gily, che, alla fine del convegno, ha chiamato in causa un libro , “Lo spazio a 4 dimensioni nell’arte napoletana” (Tullio Pironti editore- 2014), la cui autrice, Adriana Dragoni, era presente tra il pubblico. Questo libro,  mi è parso di capire, illustra una scoperta epocale, quella, mai evidenziata, di una prospettiva napoletana. La prospettiva è un modo di guardare le cose. La prospettiva napoletana guarda il mondo da innumerevoli punti di vista, quelli di un’intera società. In questa città, Napoli, vecchia di millenni, la gente sa che quello che guarda è vero, perché anche altri, i suoi vicini, suoi simili, lo guardano e lo vedono, pur se dal proprio punto di vista. Cosicché viene a formarsi una realtà che ha una sua esistenza certa, pur se multiforme, e, al posto del vuoto relativismo, si afferma, nella visione napoletana, il concreto relazionismo. Osservava, la professoressa Gily, come la prospettiva napoletana si accordasse con i loro filosofici ragionamenti. E, per di più, essa –aggiungeva- non aveva bisogno di essere spiegata, né poteva essere confutata, perché ognuno la poteva vedere realizzata nella pittura napoletana della  tradizione. 

Forse si può considerare l’attuale crisi della civiltà occidentale dovuta in parte all’esasperazione della prospettiva toscana, che si fonda su un unico punto di vista (e quindi si accorda con i filosofi solipsisti, con l’egoismo attuale e con l’arroganza umana nei confronti della natura); mentre si basa sulla concezione ormai obsoleta di uno spazio a tre dimensioni, puramente astratto. Diversamente, la prospettiva napoletana, fin dalla Magna Graecia, intuisce, come denuncia il titolo del libro, uno spazio a 4 dimensioni.

 “VI sarà il tramonto dell’Europa, oppure la rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia.” scrisse Edmund Husserl (ne “La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale”). L’arte figurativa, che, in figura, esprime una concezione del mondo, può essere considerata una filosofia. Forse dall’adozione della prospettiva napoletana, cioè da una visione diversa da quella oggi più diffusa, da una visione più ampia e più adatta a comprendere il globalizzato mondo attuale, potrà rinascere l’Europa.

 

 

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