Voci di Napoli

 

di Silvana D'Andrea

 

La strada è stata da sempre il  grande palcoscenico di vita dei venditori ambulanti, loro naturale luogo di lavoro.

Sostavano agli angoli delle strade, nei vicoli affollati storditi dal vociare della folla , questi  personaggi spesso curiosi , teatrali nei  gesti , veri protagonisti di un presepe vivente.

Instancabili girovaghi, dall’alba al tramonto,  nelle stagioni sempre in giro , con  carretti trainati da animali o con  ceste stracolme di prodotti e specie  di primizie delle stagioni imminenti .

 Con la  grande forza  di sopravvivenza che li animava,  con la profonda necessità di smaltire i loro prodotti, con un’ansia comunque che  non sopraffaceva   il festoso entusiasmo  partenopeo.

Voci differenti,  non confondibili le une con le altre, identificative della merce offerta, che era costituita da un unico prodotto. Voci melodiose,  sommesse,  urlate, ironiche musicali, teatrali,  recitate con  spontaneità,  fantasia e inventiva, un giusto miscuglio di intelligenza e arguzia a rappresentare  la parte più profonda e geniale dell’animo Napoletano.

“E pisciavinnole” (pescivendoli: 

                   :Tengo 'argiento 'int' 'a spasella - Mo' steve a mare e 'ancora fricceca e zompa"ed un altro ancora : "Cièfere, alice, spinole, cuocce, merluzze, e raje, ravoste chiene, calamarielle, purpetielli veraci"

Le voci alle prime ore dell’alba rimbalzavano e si incrociavano con tante altre e si sovrapponevano e creavano prolungate e modulate  rapsodie :

Nella bella stagione, di buon mattino, passavano “ e cezevaiuole “, (venditori di gelsi), con panieri stracolmi di "cèveze", gridavano ! Cèveze annevate" o "sòvere pelose"

Questi  infatti, insieme ai gelsi, portavano spesso anche cesti di corbezzoli che poi venivano appese alle logge( balconi) e, una volta mature , consumate piano piano fino ad autunno inoltrato.  E che bel contrasto di colore con il “piennuolo di pomodorini”!

Il  venditore di sorbe, all’inizio dell’autunno:“quanno sentite sòvere chiagnite  ca' isso e' ll'urdemo frutto da staggione".

E il ficaiuolo: "Mò se màgnano 'e fiche!  mo' ca' chiuòppeto!". "Moscia all'albero, secca s'e'!" "Nce vo' 'o poco 'e presutto e iate mparaviso! 

Annunciavano anche la nuova stagione come il venditore di fave che all'inizio della primavera, sull'imbrunire, passava per le vie con la sua bella cesta o trascinando uno sgangherato carretto gridando: " 'E fave fresche!Mo mo l’haggiu cugliute!

Altro prodotto autunnale l'uva,  che trova il suo trionfo nei pergolati e nei cesti:

"E' nu poco d'oro!Sangenella e uva 'o Salierno" "E' oro e nun è uva chesta! Ha pazziato cu 'o  sole  a moscarella!"oppure “Arriecriateve, chest’è uva fravule!

I richiami in maggioranza erano cantati ed avevano un comune scopo:

attrarre, convincere, incuriosire e vendere.

I commenti che ogni venditore faceva a chi comprava, e anche  a chi non comprava , avevano carattere a volte arguto altri erano  licenziosi, altri complimentosi, un vero e proprio  corteggiamento  verso l’avventore..

D’estate poi non era possibile sottrarsi alla festa mobile della vendita dei melloni rossi e non sentirsi intimamente coinvolti  dall’invito ad assaggiarli :

o’ melluno c’a prova so'  ànema d''o ffuoco" ! magne e bive, e te si’ lavate pure ‘a faccia” 

“Teneno ‘o fuoco d’ ‘o Vesuvio ‘  «’Nce sta ‘o diavolo ‘a dinto: vih, che fuoco !

“ I  Mellunari” si suddividevano in due categorie “i mellunari di piazza e gli ambulanti.

. Quelli di piazza, più vivaci, presidiavano grossi banchi. Qualcuno, per invogliare gli acquirenti, teneva una specie di asta al ribasso. Massima garanzia di qualità, la prova: un taglio sicuro e l’offerta, sulla punta del coltellaccio, di un triangolo rosso di mellone per verificarne la maturazione perfetta e la densità del sapore.

Gli ambulanti invece giravano con un carretto trainato da un asino sul quale era riposta la merce e S’è apicciato ‘o ciuccio cu tutta ‘a carretta, oh anema d’ ‘o ffuoco!

La spicaiola,( la venditrice di spighe) girava per le strade con la sua caldaia piena di spighe bollenti dando la voce, ad estate piena “ E’ nu bignè, è na poesia sta spiga

vullente.

Il cibo da strada sovvertiva le regole di casa, non limitandolo al solo gruppo familiare ma   diventando un evento pubblico.

Mangiando sotto gli sguardi di tutti, accumunava gli uni agli altri, un vero filo conduttore che portava alla confidenza, alla conversazione alla complicità della

situazione.

I venditori di cibo cotto stabilivano il loro posto fisso  nei vicoli angusti della città, dove i mangiatori abituali di strada era  il popolino che ha sempre amato la convivialità..
O’zeppilaiuolo che scolava dal padellone di olio bollente con la votapescia di alluminio  fumanti zeppole,scagliuzzoli,  e panzarotti, crucchè, paste cresciute e pizze d’alicelle de  cicinielle servite in coppetielli ( involucri di cartone  ruvido assorbente).

A’zuppa e’ cozze co e’freselle”

“A’ pignatta  c’o brore e purpo” e ranfetelle d’o brore e purpo”

La vera morte del  polipo è nell’acqua bollente nella “pignatta”(pentola di terracotta) che per acquistare maggior sapore si fa cuocere nella stessa acqua emessa dal polpo, il brodo di polipo.

E gli infreddoliti passanti  richiamati dalla voce: ve faccio vevere o’ brore e’purpetiello verace   gustavano  in   bicchieri di vetro infrangibile la bontà del  brodo di polipo  forte di pepe.     

O’ carnacuttaro” o calle e trippa o ‘ pere e’ puorco e o’ musso,”Dat e’ cane o piere e puorco”

 carne di maiale piedini di maiale ,pezzi di testina di vitello che venivano  conditi con olio e limone e alla fine salati.

Il carnacottaro possedeva  un corno di bue cavo ripieno di sale, che al momento della salatura  lo faceva scendere   sulla carne che veniva poi  servita su pezzi di carta oleata.  

Anche il cibo in strada è stato, dunque  decorativo,teatrale un fatto  estetico esibito dai venditori ambulanti veri attori sociali, impegnati nella  messa in scena in una cucina  senza regole, che si contrapponeva alla cucina familiare ,alla civiltà delle buone maniere, al sistema tradizionale ordinato in luoghi, in orari. 

Con la modernità quel mondo fatto di figure, volti ,voci, è  definitivamente scomparso.

Rimangono  i mercati all’aperto, le bancarelle, qualche venditore ambulante….

ma manca quella musicalità di voci, quella disarmonia – armonia di suoni, di caos, di vita…

   

 

 

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