IL TRAMONTO DELLA LINGUA NAPOLETANA

di Silvana D'Andrea

 

 

Una notizia, che porta tutti noi cittadini napoletani ad essere fieri arriva dall’Unesco: il riconoscimento del dialetto napoletano come lingua napoletana.

Ma che differenza c’è tra lingua e dialetto?

Tra lingua e dialetto non vi sono differenze di tipo linguistico, ma una lingua è riconosciuta da tutti i parlanti di un dato paese, e ha un carattere di ufficialità, che invece viene negato al dialetto, circoscritto ad una certa area geografica.  E infatti il dialetto napoletano parlato, è differente da  zona a zona della città. La realtà urbana di Napoli, in effetti, si è molto modificata nell’arco di un secolo, nonostante una crescita demografica non eccezionale. In un tempo non lontano, abitando all’interno degli stessi quartieri, spesso perfino nello stesso palazzo «microcosmo», popolani e borghesi, artigiani e uomini di cultura, nobili e plebei, condividevano insomma lo stesso universo comunicativo, e interagivano gli uni con gli altri, trovando nel dialetto —semmai usato in modi diversi da ceto a ceto— uno strumento di comunicazione valido e pronto all’uso. Dalla fine dell’Ottocento, nella città che si andava allargando, si sono delineati quartieri con diversificate vocazioni abitative: dal centro antico alcuni abitanti si sono allontanati verso alcuni quartieri, altri si sono diretti verso altre zone, mentre proseguiva, sia pure a rilento, il persistente afflusso di abitanti dalle province, che da sempre è stata una caratteristica costante nella storia urbana: gli irpini, i calabresi, i lucani, i sanniti, i cilentani, gli abruzzesi che giungevano in città. Nel Novecento, come in passato, importavano a Napoli i loro dialetti di origine, ma qui incontravano, sia il dialetto locale, sia l’italiano. Non si dimentichi infatti, che da sempre, l’immigrazione che dalle province si è diretta verso Napoli, è stata in larga misura un’immigrazione intellettualmente qualificata, che veniva a Napoli proprio per intraprendere o proseguire gli studi (si pensi per esempio ai casi celeberrimi di Francesco De Sanctis, Francesco Torraca, Benedetto Croce). Per costoro, dunque, Napoli è stata la città dell’italiano prim,a e più che la città del napoletano: questa precisazione dà forse una prima idea di come possa essere solo parzialmente fondata l’idea che a Napoli tutti conoscano o parlino correntemente il napoletano.. Vale a dire, che se oggi qualcuno non parla il napoletano, è molto probabile che ciò non dipenda da un rifiuto del dialetto, ma semplicemente da oggettive ragioni anagrafiche, risalenti alle famiglie d’origine. D’altra parte, in questa stessa città, il dialetto è tuttora lingua primaria e prevalente di una buona parte della popolazione, che pure da parte sua non intende in alcun modo, marcare un rifiuto o una distanza nei confronti dell’italiano. Si può quindi affermare che una parte della città si è orientata preferibilmente (anche per circostanze legate alla storia di ciascuna famiglia) verso l’italiano, mentre per un’altra parte il dialetto è tuttora lingua. Ma quale napoletano riuscirebbe  a scrivere il dialetto parlato?  

E’ apprezzabile certamente lo sforzo delle Autorità scolastiche d’introdurre nelle materie di studio il dialetto,con la materia " Napolitaneità"i con lo studio della dizione, della storia di Napoli.

E la sintassi, la morfologia, le regole,  gli accenti?E' pur vero che non esiste manuale di grammatica, che provenga da  un'Accademia della Crusca istituzionalmente riconosciuta a Napoli!  Non si può insegnare una lingua, senza regole, eccezioni, declinazioni e coniugazioni, codificate e valide per tutti. Altrimenti che cosa s'insegna?

Per dare norme univoche,si ha necessità di uno studio comparato di testi, la costruzione di una fonetica aderente ai suoni.Il Napoletano è un linguaggio mobile. E' parlato correntemente e quotidianamente da milioni di persone ed è capito, sufficientemente bene, grazie al carattere internazionale della nostra canzone, Quindi che ce ne importa se è un dialetto o una lingua? E' stata soltanto una notizia nominalistica.  L'importante è che il Napoletano è  da sempre aderente al suo tempo,. con una sua sinteticità descrittiva,  espressiva, ironica, come  è il suo popolo.

                                

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