Il lotto come metafora dell'Immortalità

di Silvana D'Andrea

 

“Mo me juoco tre nummere “ si diceva  spesso a Napoli quando capitava  l’ occasione giusta come un avvenimento, un episodio che suscitasse interesse e curiosità,  con il cuore pieno di speranza di poter cambiare il livello di vita..Oggi il gioco del lotto ha tanti altri concorrenti più allettanti: il superenalotto, gratta e vinci,ecc. Pur tuttavia , il gioco del lotto abita ancora in qualche casella del cuore del Napoletano. E’ il più Napoletano dei “non Napoletani”.

Un tempo veniva chiamato “ l’oppio dei poveri” perché per il popolo  è stato   il sogno millenaristico di modificare la propria sorte  con l’ambito  colpo di fortuna, un  signoreggiamento  del destino individuale.

La  perseveranza, poi, tipica  caratteristica del popolo napoletano,  a non darsi per vinto se la settimana è stata infruttuosa e i numeri giocati non sono usciti  e tornare alla carica puntigliosamente in un’attesa pervicace, in una quasi fede dell’avvento della buona sorte finale, ha mantenuto a lungo in buona salute tante banche del lotto a Napoli..

Il lotto propriamente detto, si chiama Lotto di Genova perché ne è ,da alcuni, attribuita l’invenzione a un patrizio genovese, Benedetto Gentile.

Esso fu messo sù’ per le scommesse praticate  nel secolo XVI,  in occasione del rinnovo semestrale di cinque membri dei Serenissimi Collegi di Genova, che avveniva mediante sorteggio tra centoventi nomi, ridotti poi a novanta, e imbussolati con numero d’ordine in un’urna detta "Il Gioco del Seminario" che si diffuse entusiasmando la massa e  sostituendo tutti ,gli altri tipi di lotto già esistenti negli altri stati italiani.

Tutti gli strati  sociali ne furono coinvolti, dal sottoproletariato alla classe nobile,   ed  ogni regione gli attribuì un nome diverso  : A Napoli si chiamava “gioco piccolo”: in Toscana  “gioco delle galline”, in Sicilia “ giocu e’ Napuli”  a Roma “giochetto de cencio er bagherino”.

Nel Settecento lo Stato lo legalizzò anche con leggi che lo  regolamentavano con l’istituzione di ricevitorie(a Napoli bancolotto) e  fu un vero trionfo istituzionale in tutti gli Stati del nostro Stivale..

Nell’Ottocento invece,  ci fu un vero e proprio  trionfo sui mezzi  di comunicazione del tempo libri,poesie romanzi, giornali, parlavano tutti   di questo gioco  nazionale. 

A Napoli,  la piaga dell’alfabetismo,incise notevolmente,   impedendo  alla massa popolare di poter  attingere notizie, elementi utili al gioco  dai  libri, dai giornali che erano invece riservati alle persone istruite.

Il popolo napoletano, però,  non si arrese e   possedendo quella   straordinaria capacità  di costruire ricchezza  ideologica e culturale intorno  alla  sterilità di un’ estrazione casuale  di numeri, si inventò, seppur  in un orizzonte analfabeta, “ l’ars combinatoria”.

 Si scatenò, quindi, la maggiore fantasia popolare, un fenomeno di psicologia di massa,  dove  prevalse la superstizione, la magia e  quel particolare  rapporto  che il popolo aveva (ed ha)  con il mondo dei morti.

Secondo l’immaginario popolare, i morti non sono mai morti definitivamente :non abbandonano amici e parenti, rimangono per aria, nei sogni, nei “segni”, negli speciali riti di affetto e di ricordo. Le anime mantengono pervicacemente i contatti con i corpi e, spesso attraverso i sogni, chiedono ai vivi l’atto semplice di pregare per loro.

Nacquero le prime Smorfie  che furono frutto di lavoro di tanta fantasia del popolo .per rispondere ai bisogni, alle speranze.

Un vero e proprio linguaggio alla portata della massa analfabeta che cercava una chiave per tradurre in numeri i segni che i cari estinti di famiglia  si degnavano di mandare ,  un codice di lettura della realtà quotidiana o dei sogni, che trasformasse  in numeri, gli oggetti,gli animali, le persone, le  azioni reali o soltanto sognate.    

Tra la popolazione napoletana c’erano molti individui che  vivevano sull’incertezza della vincita, studiando il futuro, fidandosi di pratiche divinatorie, di magia, di astrologia, d’intuito.

Personaggi a volte   inquietanti a cui venivano attribuiti poteri occulti  e che il  popolo chiamava  assistiti “.

Per il  popolo  queste figure erano  prescelte   da numi tutelari o da santi  che donano loro  particolari facoltà di mettersi in contatto con il mondo dei morti.

Con un minimo compenso, gli assistiti si mettevano a disposizione e, comunicavano con il mondo dell’aldilà,I  morti i apparivano in sogno dando i numeri” vincenti, che sarebbero usciti nell’ultimo giorno della settimana sulla ruota di Napoli.

Spesso era un contatto diretto con il defunto che spingeva il popolano, una volta sveglio ad interpretare il sogno e a tradurlo in numeri.

Il Libro dei sogni” chiamato successivamente “Smorfia” (dal nome mitologico di Morfeo dio del sonno e dei sogni e  dal verbo smorfiare che è la traduzione di eventi onirici )

Una Smorfia  era già esistente  circa duemila anni avanti Cristo,gli assiri, possedevano già all’epoca della loro egemonia .nella loro biblioteca,    libri per l’interpretazione dei sogni .

E nel secondo secolo dopo Cristo uno scrittore greco, Artemidoro  Daldiano   scrisse una   raccolta di regole per l’interpretazione dei sogni, naturalmente senza tradurla in numeri, come avrebbero fatto i Napoletani.

Questa raccolta passò dagli arabi ai Latini i quali la tradussero e la chiamarono “Oneirocritica”.. un’ opera in cinque volumi che  in Europa ebbe grande diffusione.

Il sistema pretendeva di fondare sulla logica matematica che, secondo i Pitagorici ,era  considerata  la sostanza delle cose,  per leggere e penetrare il mistero dell’uomo. dove l’elemento logico empirico si mescolava a quello magico religioso.

Il popolo napoletano ha sempre provato una particolare  sensibilità e  pietà per  gli estinti e per esempio con la presenza di  edicole votive, disseminate ad ogni angolo dei vicoli più popolari della città:all’interno immagini di anime sofferenti avvolte dalle fiamme del Purgatorio che popolano il sottosuolo della città, richiamano la pietà e l’elemosina del passante..

Le chiese napoletane sono, disseminate di ipogei e di antiche grotte- ossari, come il  Cimitero delle Fontanelle.dove  sono raccolti i resti di morti del colera del  1836.

E’ una pietà popolare sentita , vissuta dal popolo. Le capuzzelle”(teschi), corrispondono, ,nell’immaginario popolare, ad anime in pena che non trovano pace, se non fosse per le preghiere e le cure della gente che ne ha pietà di esse e spinge, con preghiere, dal Purgatorio al Paradiso queste anime “pezzentelle” che non hanno potuto usufruire di messe e preghiere da parte del clero.

In contropartita, la gente si aspetta che queste  anime vangano in sogno ad esaudire

 Le loro richieste di aiuto, e dare i numeri vincenti al  Lotto,.

. L’annullamento dell’assoluto come la morte, la sua riduzione ad un evento negoziabile, in quanto nemico non invincibile, è un concetto così diffuso tanto che a Napoli  sembra  normale  avere contatto con chi è passato e che continua ad avere sentimenti i umani..

Il Napoletano vuole la sopravvivenza esattamente nell’Al di qua e adesso, vuole sopravvivere nel corpo degli altri non solo nello spirito,e non vuole  morire mai.

Bisogna vivere e convivere con  la teatralità, la farsa, l’ironia di sdrammatizzare l’evento, la fantasia e la creatività .

Veramente la vita reale diventa più leggera e il passato e il futuro si confondono con il presente.

   

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