NAPOLI:: GESTUALITÀ E COMUNICAZIONE

 

di Silvana D'Andrea

 

Se accompagni un turista per Napoli, la prima cosa che ti chiederà è di accompagnarlo nei vicoli di Napoli dove si compiacerà di osservare da vicino il popolo  chiassoso e il gesticolare della gente.

Sono note le scene tra persone che nonostante la confusione della gente , il rumore del traffico,

la folla,  si parlano a distanza, metà parole appena accennate con le labbra, metà mimica:

ebbene  quelle persone comunicano e si comprendono pure!    

Non è una pratica quotidiana ma un vero e proprio codice. rappresentato da un’estesa e complessa serie di espressioni del corpo (comunicazione vista-mani) e neanche un prodotto culturale ma una capacità innata affinata poi nei secoli, che arriva financo a trasferire le più sottili sfumature di pensiero.

Anche nella pubblica e paludata oratoria ,  gli occhi e  le mani non stanno mai fermi, accompagnano le parole disegnando nell’aria linee curve o spezzate ora più ampie ora meno profonde.

E il linguaggio si rafforza, diventa , ora più vigoroso, ora più  suadente, caricando il messaggio

di forza persuasiva  ed efficacia.

C’è chi dice che siano stati gli antenati greci a introdurre  questa pratica gestuale ma, sicuramente, anche altri fattori hanno contributo a tenerla viva e ad affinarla.

La vita lavorativa dei Napoletani si è sempre svolta nelle pubbliche strade, nei vicoli, gli artigiani hanno sempre svolto la propria attività negli spazi di tutti, in mezzo alla gente .

Nella vita di tutti i giorni a Napoli, non c’era limite  tra vita pubblica e privata. La gente lavorava nei quartieri con altre persone  o che conosceva  da sempre o che si coinvolgevano senza sforzo. L’uso di espressioni gestuali facilitava poi la con -divisibilità.

L’impossibilità di avere una vita privata data la la microecologia degli spazi:
Vicoli  stretti, a volte bui,  dove  balconi, finestre sembrano combaciarsi, pur appartenendo  a palazzi diversi. Una  vita privata diventava necessariamente semipubblica.

 E, poi, sempre Napoli ha dovuto ospitare  stranieri :dai Bizantini  ai Normanni ai  Francesi, agli Ungheresi, agli Spagnoli fino all’ultima  guerra mondiale con gli Americani gli Inglesi e  i Marrocchini.

Il popolo napoletano non ha mai  brillato troppo per cultura di base e ha solo adattato  il proprio dialetto.

Come vendere  i propri servizi, i propri prodotti, le proprie creazioni se non impegnando l’unica risorsa naturale, innata, espressiva, dell’arte dei gesti?. 

Uno scienziato,  Andrea De Jorio, procidano di nascita , intraprese uno vero e proprio  studio etnografico  vivendo a  diretto contatto con il popolo, spiandone le abitudini, i gesti ,  le tradizioni,  visitando le botteghe degli artigiani,  seguendo perfino  le  lavandaie alle rive dei fiumi,e i vendemmiatori, e i pescatori sui loro luoghi di lavoro.

 Scrisse un libro che nel 1832 ebbe largo successo ed attualmente è ancora considerato un preziosa guida alla gestualità napoletana. ”   la mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano” con allegate 31  tavole illustrative raffiguranti la vita quotidiana degli abitanti di Napoli, presa da scene conversazionali dipinte su vasi greci, nei mosaici, negli affreschi ritrovati negli scavi di Pompei .

Uesta

La napoletaneità  del linguaggio gestuale  ebbe ,poi, ancor più  successo nella commedia dell’arte  dove fu eccitatrice   di emozioni, ironia e beffeggiamenti,  la maschera di Pulcinella “che parlava con le mani” alla maniera di tutti i Napoletani, ma anche in modo diverso, perché assoggettava quel linguaggio alle ragioni dell'efficacia comica, operava scelte e modificazioni, trasformandolo in uno strumento espressivo visivamente abnorme, caricato e spropositato con la libertà che il testo gli consentiva.

Da pulcinella a Totò il passo non è lungo. E Totò riuscì a mescolare scena e realtà un’incarnazione esemplare,  finzione e dura vita quotidiana, palcoscenico e strade della città, storia e contemporaneità.

La strada e la vita, il teatro ambulante delle «guarattelle» , costituito da una baracca di legno e di stoffa, il Pulcinella più antico e verace affascinò il piccolo Antonio Clemente (poi de Curtis).

 Lui mise  in contatto il livello immaginativo con il mistero della comicità, Totò imitò sempre, ricreandoli a suo modo, i gesti rapidi del Pulcinella prima guarattella e poi burattino, che ballava, piroettava e cantava .

 Porta San Gennaro ,ricorda ancora la sua prima esibizione: vestito da   Pinocchio , in una sublime disarticolazione, di braccia e di gambe davanti ad un pubblico di bambini ed  di adulti. .,, .

Totò  si è espresse teatralmente  ,in un Napoletano parassistico ed efficace.“ mobilitando  tutte le  possibilità mimico cinesiche per dare forza e comicità alla parola:così’ riusciva a rendere  percepibili anche ad estranei, significati immediatamente comprensibili  alla gente del vicolo.

Nella Napoli contemporanea la  platealità del popolo ci  invade, ci accompagna nelle strade, nei bar, nei mezzi pubblici,  ll popolo  recita ogni giorno la sua quotidianità,  non accorgendosi di essere  eterno teatrante protagonista di  una commedia dell’arte che è la sua  vita, la nostra vita..

 

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