Pizzeria Inferno di Michele Serio

 

di Francesco D'Agostino  

Dimenticare Napoli e i suoi simboli: il Lungomare da Mergellina, il panorama su cui si affaccia Posillipo, i De Filippo, secoli di un’arte e di una storia impresse nelle mura di palazzi chiese e castelli, la magnificenza di Piazza Plebiscito; i colori dei vicoli, un tempo vivi e ora sbiaditi, misti a schiamazzi di scugnizzi e grida di mamme coraggio. Per apprezzare il romanzo di Michele Serio occorre lasciare tutto questo: abbandonare l’immagine romantica, barocca, nobile, popolare, voluttuosa, teatrale della città, e rinnegare il pregiudizio d’amore che a essa ci lega. È necessario. Per leggere Pizzeria Inferno bisogna scendere nel sottosuolo e prepararsi a fare i conti con l’anima nera di Napoli. Non sarà facile.

È un inferno popolato da creature orrende: boss della mala che stuprano bambine, piccoli che aspirano a diventare boss della mala, uomini che di umano non hanno più nulla, demoni e scheletri dei morti, palle di carne rotolanti che macellano corpi con unghia giganti. Mentre è chiaro fin dalle prime pagine che i veri mostri sono dentro i personaggi che Serio tratteggia con abilità e distacco, incedendo sulle perversioni disumane, talvolta con un’estetica crudele e orripilante che mette a dura prova gli stessi pregiudizi a cui il lettore si è ripromesso di rinunciare.

I mostri di Serio sono materializzazioni dell’anima nera della città: massacrano e si accoppiano con eguale violenza e si fecondano, come fanno i camorristi quando si ammazzano tra di loro, come facciamo noi napoletani quando alimentiamo dissesto, povertà, inquinamento, corruzione e mille altri mali buoni soltanto a concepire nuovi mali. In questo l’Autore è bravo a restare estraneo: narra con distacco, senza farsi giudice né porre al lettore la necessità di esserlo. Nella sua splendida prefazione, Valerio Evangelisti ha parlato di scelta di campo dal lato dell’amoralità (che non è immoralità): mi trova perfettamente d’accordo.

Del testo di Evangelisti ho altresì apprezzato i riferimenti al legame tra arte, religione/misticismo e “l’anima nera di una città” (questo il titolo della prefazione). Per primo il culto “del sangue, forse, che ha in San Gennaro la sua espressione più palese e clamorosa, ma che rappresenta anche la più sconvolgente rottura con la spiritualità del cristianesimo”. Senza dimenticare la Napoli sotterranea di misteri e catacombe “con le pareti bucherellate da tacche su cui si inerpicavano, con l’agilità di scimmie, gli addetti alla manutenzione delle fognature. Talora le gallerie sfociavano in qualche convento, cui queste creature del buio, che immagino smilze e nere di sporcizia, accedevano per avere fugaci contatti sessuali con giovani suore. Probabilmente i feti finivano nelle catacombe stesse”.

Nel romanzo si susseguono molteplici personaggi invischiati in storie che, seppure connesse, hanno vita propria. Tutto gira intorno a un ordine che viene inaspettatamente sovvertito dai non-nati, i feti che nel corso dei secoli furono gettati nel budello della città e che adesso si ribellano squarciando il ventre delle madri: questo è il nesso, e la prima a dichiararlo è la Maga, una imbonitrice della TV che viene posseduta dai defunti che parlano attraverso le sue labbra. Confiderà al questore Martucci, prima di trasformarsi nella vendetta del fratello Raffaele e massacrarlo, che è “il Reato Supremo, quello che spinge le cose a uccidere”.

Nella finzione letteraria – che non è fantasy né horror ma pura metafora – i fatti precipitano, fino a quella storica data del ventitré novembre millenovecentottanta, foriera di lutti per il popolo partenopeo, ma anche simbolo di disastro e corruzione. Il romanzo termina qui, con il Terremoto dell’Irpinia che colpì anche Napoli. Ed è soltanto un caso che questa recensione venga pubblicata nel trentatreesimo anniversario di quella tragedia.

Anche il mio commento finisce qui. Per non essere tacciato di verbosità ho taciuto le gesta e i misteri che avvolgono la figura di Raimondo di Sangro, Principe di San Severo. I maligni potrebbero sospettare che l’abbia fatto per risparmiare una cartuccia: costoro pensano male, dunque sono peccatori e indovini.

Plaudo infine alla casa editrice Homo Scrivens che ha ripubblicato Pizzeria Inferno dopo diciotto anni (prima edizione di Baldini Castoldi Dalai, 1994), sia per la particolarità del romanzo sia per la pregevole fattura della prefazione.

 

23 novembre 2013

 

 

 

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