L'ISOLA VERDE NELLE PAGINE DI ERRI DE LUCA

di Francesco D'Agostino

 

Leggevo Il torto del soldato di Erri De Luca quando mi sono imbattuto in uno dei luoghi della mia infanzia. Il libro dello scrittore napoletano ha due voci narranti, come due rette che corrono nello spazio delle infinite storie possibili; dovrebbero essere sghembe e invece si curvano per sfiorarsi. Accade in una locanda sulle Dolomiti: lui scrittore, lei figlia di un gerarca nazista in fuga da più di mezzo secolo.

Meta delle vacanze estive di lei bambina era stata Ischia, dove aveva imparato a nuotare grazie a un ragazzo sordomuto, figlio di un pescatore: “Dicono: fare il morto, ma per me quello era sdraiarsi sopra il mare … Imparai da lui il nuoto a dorso che fa guardare il cielo in mezzo alle bracciate.” Il ragazzo non parla ma sorride, le insegna a mangiare i ricci crudi, ad ascoltare il vento sulla pelle bagnata. A lei piacevano “le strillate delle madri del Sud ai loro figli” che “pure nelle collere avevano una melodia”.

Il senso grave del libro di De Luca – il titolo fa riferimento alla ferma convinzione di un soldato nazista di avere quale unica colpa quella della sconfitta: “Sono un soldato vinto. I mio reato è questo, pura verità”, proverà a spiegare a una figlia che ha scoperto di avere un padre ricercato per crimini di guerra – mi aveva distratto dall’Isola Verde. Me ne sono ricordato rileggendo il commento che avevo scritto un paio di anni fa ad un altro libro di Erri De Luca, I pesci non chiudono gli occhi, nel quale lo scrittore ripercorre le vicende di un’estate nell’isola vissuta all’età di dieci anni, quando da bambino diventa ragazzo. Così ho collegato le due cose.

L’Isola dello scrittore è quanto mai vicina a quella che io ricordo negli anni ’80, solo meno inquinata e pirotecnica, forse. Me li ricordo i pescatori, avevano storie scritte sulla pelle di rughe. Leggere mi aiuta a impadronirmi di un napoletano che in fondo non conosco: “ ’O facimmo sulo p’a ncannarienzia” scrive lo scrittore, cioè “lo facciamo solo per il desiderio ostinato. Una cernia valeva una nottata a mare”.

Di Ischia ricordo gli alberi di fichi. Invidiavo quei ragazzi che osavano rubare i frutti più belli e mangiarli in strada. “Da noi si dice che quando il frutto è pronto deve avere il collo di un impiccato, la veste lacerata e una lacrima di malafemmina” spiega il piccolo Erri alla ragazzina, che gli fa scoprire cos’è l’amore tenendole la mano: “Non avevo toccato niente di così liscio fino allora”.

L’addio di fine estate tra i due ragazzini ha il peso della nostalgia di un adulto: “Non ci trasciniamo dietro una promessa che poi tradiremo. Lo sappiamo che non ci rivedremo.” E’ la parte che in assoluto mi è piaciuta meno del libro, sulle bocche dei ragazzini ho bisogno di leggere speranza e non disillusione. Ciononostante, mi ha regalato il tiepido ricordo, ormai più che ventennale, di un piccolo grande addio. Ischia è il luogo peggiore per dirsi addio, puoi guardare il traghetto che va via lento e poi scappare lungo la costa lasciandoti schiaffeggiare dal vento che ti asciuga le lacrime.

La mia ultima volta a Ischia risale ai tempi in cui di mestiere facevo lo studente. Allora capitava che mi trasferissi per una settimana o due a Lacco Ameno per una full immersion da cui uscivo pronto per affrontare l’esame. Il metodo era efficace da settembre a giugno. L’ultima volta, dicevo, misurai la lunghezza della spiaggia di San Montano, dall’oscena piattaforma in cemento al mare, contando non più di qualche metro di sabbia. Della distesa su cui da bambino avevo costruito castelli di sabbia era rimasta una stretta striscia.

Un giorno di quell’ultima volta, in compagnia di colleghi universitari, andammo a dormire dopo avere studiato sino all’una di notte. Al risveglio, non più tardi delle 7, trovammo l’edificio di fronte più alto di un piano.

Avevamo preso l’abitudine di fare una pausa al pomeriggio per girare l’Isola. Quella che chiamavamo “circumnavigazione” era una folle corsa con il motorino lungo i 40 km che servivano a tornare al punto di partenza. Durante questi viaggi scoprivamo scorci nuovi e viuzze che si arrampicavano sul cielo, tra vigne grandi quanto piccole terrazze e cementificazioni selvagge. Allora ci fermavamo per godere il panorama o riposare, mentre i paesani ci guardavano con sospetto.

Una volta De Luca ha dichiarato che è stato l’Epomeo a mettergli le montagne dentro i sogni.

Leggere De Luca mi ha riportato a quando c’era ancora la mia nonna materna, originaria dell’Isola. Quando vi tornava le brillavano gli occhi, penso che solo in quei giorni si sentisse veramente a casa. Durante il giorno trascorreva tempo fuori con i parenti, faceva i fanghi, tornava con il pesce fresco pescato che gli regalava un nipote pescatore. La Festa di Santa Restituta, invece, la perdevamo sempre per via della scuola.

Con gli anni ho scoperto Sant’Angelo, i luoghi del mistero, il Castello Aragonese. La leggenda vuole che il famoso fungo di Lacco Ameno, nato forse da un’eruzione lavica del vicino Monte Rotaro, sia sorto laddove perirono in mare due innamorati in fuga. Dell’Ischia segreta ha scritto Massimiliano Campo in un excursus che va dalla Grotta della Sibilla alla Fonte del Gurgitiello, dal Cimitero delle Monache al raggio verde citato da Jules Verne.

Per concludere una curiosità sullo scrittore Erri De Luca, che dal 2002 è cittadino onorario del Comune di Ischia: il nome dell’isola non viene esplicitamente indicato ne I pesci non chiudono gli occhi, sebbene lo scrittore vi abbia fatto riferimento in diverse pubblicazioni tra cui L’isola è una conchiglia e Tu, mio.


Condividi su Facebook