STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

7^ puntata  

Le storie e i personaggi

 

di Antonio Tedesco

Ma cosa raccontavano questi film prodotti a Napoli negli anni venti tanto invisi al regime e avversati dalla critica, quanto amati dal pubblico? Il loro merito principale fu, innanzi tutto, quello di farsi espressione di una napoletanità più autentica che recuperava tutte le sue componenti drammatiche e tragiche, al di là delle iconografie di maniera che per secoli si è cercato di contrabbandare.

Ma per meglio capire sarà utile dare uno sguardo alle trame di alcuni dei film che registrarono maggior successo di pubblico (e maggiori ostacoli censori) all’epoca della loro uscita. E ci soffermiamo, non a caso, su a due produzioni di “Casa Notari”, cioè della Dora Film.

Si tratta di A Santa Notte e di E’ piccerella entrambi realizzati nel 1922  per la sceneggiatura e la regia di Elvira Notari,  in collaborazione con suo marito Nicola che si occupava prevalentemente della fotografia.  Nel primo si racconta la storia di una cameriera, Nanninella, contesa tra due spasimanti, Tore e Carluccio. Quest’ultimo, pagandogli da bere, si guadagna le simpatie del padre alcolizzato della ragazza che si rifiuta, così di dare in sposa la propria figlia a Tore. L’amante respinto va a chiedere conto di questo rifiuto e nel corso della discussione il vecchio, come sempre ubriaco, scivola da uno scoglio precipitando nel vuoto e muore. Carluccio accusa Tore di omicidio. Questi viene arrestato e Carluccio ha campo libero per sposare Nanninella. Ma ben presto l’intrigo sarà svelato e la giovane donna è pronta a correre tra le braccia del suo spasimante riabilitato. A questo punto Carluccio, folle di passione e di gelosia la accoltella. La ragazza spirerà tra le braccia del suo amato Tore.

Se il tema della “povera anima” circuita dal perfido amante può definirsi classico, suo ovvio contraltare è quello della donna che usa con calcolo e leggerezza il suo fascino per tenere sulla corda i suoi spasimanti. Prototipo di questa variante è, appunto, l’altro film che abbiamo preso in considerazione, E’ piccerella. Qui ci sono ancora un Tore e un Carluccio che si dividono le grazie di una fanciulla, Margaritella, creatura volubile e capricciosa che dispensa con leggerezza i suoi favori prima all’uno e poi all’altro dei suoi innamorati. La situazione si fa insostenibile finché i due giovani, travolti dalle circostanze, giungono a misurarsi in un cruento duello. E’ interessante sottolineare che Elvira Notari, come abbiamo visto in perenne lotta con la censura, per aggirare l’esplicito divieto della classica “zumpata” (il duello al coltello), fece sfidare i due alla pistola. ma anche così il film ebbe vita difficile. Dopo vari sviluppi della trama la stessa Margaritella finirà accoltellata da Tore, accecato dalla sua violenta passione. Una passione tale che neanche la morte della ragazza servirà a placare nell’uomo il pensiero ossessivo di lei, che continuerà a perseguitarlo anche in galera.

Su questa falsariga si sviluppano gran parte delle storie che hanno nutrito le produzioni di maggior successo della Dora Film. In alcune pellicole, come in Gabriele il lampionaio del porto - un’oscura storia di licantropia basata su di un fatto di cronaca accaduto alla metà dell’ottocento - o Medea di Portamedina, la fosca vicenda tratta dal romanzo di Mastriani,  la mano viene calcata su toni più cupi e raccapriccianti, tipici di certa narrativa popolare molto in voga in quegli anni.  Altre volte basterebbe citare i titoli già abbastanza espliciti da lasciar intuire le trame che racchiudono: N’galera, Miettete l’avvocato, Nfama. Quest’ultimo in particolar modo fu molto tartassato dalla critica “nordista” e la censura ne osteggiò decisamente la circolazione. Il film, comunque, seppur clandestinamente giunse fino in America dove riscosse grande successo.

Al di là dell’eccessiva platealità melodrammatica di certe trame e della prevedibilità dell’intreccio   il punto di forza di questi film era indubbiamente costituito dallo strenuo (e, secondo il regime, impudico) realismo dei personaggi e delle ambientazioni. Che non coincideva necessariamente con la verosimiglianza degli sviluppi narrativi. Per esempio una delle caratteristiche di quasi tutti i film prodotti dai Notari era la presenza di Gennariello, un ragazzetto utilizzato spesso come elemento di coesione per trame che a volta risultavano piuttosto faticose da tenere insieme. Gennariello era una specie di trasfigurazione fiabesca di un classico archetipo popolare, lo scugnizzo dal cuore buono. Un folletto che attraversava i vicoli della città scossi dalle tremende storie di amore, passione e morte che venivano raccontate. Mosso da un sentimento   naturale e spontaneo di giustizia. E dal desiderio di portare soccorso, aiuto e consolazione a chi ne aveva bisogno. Egli rappresentava nel contesto di quei drammoni, spesso cupi e sanguinosi, un messaggio comunque positivo, una speranza, una piccola luce nel baratro buio delle passioni.

E, come fa notare Giuliana Bruno nel suo esauriente saggio Rovine con vista – Alla ricerca del cinema perduto di Elvira Notari (La Tartaruga edizioni, 1995), questa figura, che sembra a prima vista così legata ad un’iconografia popolare ingenua e grossolana, sarà ripresa e utilizzata dal cinema neorealista con Sciuscià di Vittorio De Sica e Paisà di Roberto Rossellini.

Nei due film della Notari sopraccitati il ruolo di Gennariello che rimanda ad una primitiva – e perduta? – innocenza popolare, si esprime al meglio. In A SantaNotte Gennariello è un piccolo lustrascarpe che fa da elemento di coesione, in maniera più o meno consapevole, tra gli sviluppi della trama. Una sorta di consigliere sentimentale di Nanninella, che mette in guardia la ragazza dalle macchinazioni di Carluccio e raccoglie le prove dell’innocenza di Tore, aiutato in questo compito dal variopinto gruppo dei suoi amici lustrascarpe.

In E’ piccerella, invece Gennariello è il fratello buono di Tore, che, quando questi verrà risucchiato nel vortice della passione per Margaritella, continuerà a fare da collegamento tra lui e la sua famiglia, anch’essa travolta e ridotta in miseria dalla follia amorosa dello stesso Tore. Il quale verrà ricondotto proprio da Gennariello al capezzale della madre morente, prima di sprofondare definitivamente nel suo inferno di delitti e passioni.

Gennariello, che ritornava sempre con lo stesso nome e, più o meno, le stesse impronte caratteriali di film in film si chiamava in realtà Eduardo Notari, ed era il figlio di Elvira e Nicola e divenne nel tempo la vera star, quasi un marchio di fabbrica, della “scuderia Notari”. Insieme a lui figura molto rappresentativa fu Rosè Angione, interprete femminile molto intensa, non a caso efficacissima nei due ruoli “opposti”  di Nanninella e Margaritella nonché  di molte altre figure femminili della ricca produzione Dora Film.

 

Box – Divi per un giorno

E’ interessante segnalare, nel contesto di questa struttura familiare del “fare cinema” come la Angione fu un esempio classico di “diva per caso” o “diva per un giorno” come ce ne furono molte, anche nella versione maschile di “divi”, in quegli anni di cinema animato dall’entusiasmo della scoperta che, per molti versi, ancora se ne faceva giorno per giorno e da una certa improvvisazione quasi selvaggia che ne era la logica conseguenza. La Angione, infatti, era l’insegnante di matematica e fisica del piccolo Eduardo Notari, Gennariello, appunto, che Elvira coinvolse nelle sue produzioni scoprendone le notevoli qualità di interprete. Ma l’esperienza di attrice cinematografica fu solo una parentesi nella vita di questa donna. La quale, una volta conclusasi la parabola della Dora Film e, insieme ad essa, l’esperienza stessa, intensa e vitale, del cinema muto napoletano, tornò al suo lavoro di insegnante. E chissà, forse con qualche rimpianto per quel momento così intenso e imprevedibile della propria vita.

Ma l’aneddotica sui fenomeni divistici che quell’epoca di scoperta e diffusione del cinema produsse, il più delle volte molto effimeri, non lontani, probabilmente, da quelli che l’odierna TV, nelle sue espressioni più degeneri ci propina quotidianamente, è ricca e colorita. Si va da cloni di Rodolfo Valentino, più o meno attendibili, che facevano impazzire (e spesso sfruttavano) ricche nobildonne, o di guappi vecchio stampo chiamati dalle produzioni per la loro abilità nel maneggiare il coltello che, riconosciuti dai fan per strada, venivano indotti a furor di popolo a mimare lì, sul posto, le loro esibizioni, per il piacere dei presenti.

Tutto questo va inquadrato nel contesto di una produzione cinematografica che in quegli anni fu veramente copiosa, anche se, come detto, le testimonianze che ce ne restano sono scarsissime, e con la quale il pubblico, il popolo napoletano in particolare, si identificava pienamente, sentendosene, in qualche modo, parte.

Ma il fenomeno del divismo, che si è sviluppato parallelamente al cinema stesso, manifestò espressioni molto più intense e significative che meritano sicuramente di essere trattate in maniera più dettagliata e approfondita. Cosa che ci riserviamo di fare in uno dei prossimi numeri di questa rubrica.

 

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