I “vattienti” della Madonna dell’Arco

di Antonio Cacciapuoti

 

“A chi è devoto d’ ‘a Maronna ‘e ll’Arco, sorè, tenìteci ‘a fede che è nu’ bellu nome… Sorè! ‘A Maronna”. Fino a pochi anni addietro, in prossimità della Pasqua, non vi era vicolo dove non si spandessero le note malinconiche di questa nenia. Era, in un certo senso, la preghiera, o l’invocazione, dei “vattiénti” (perché, una volta, nel chiedere le offerte, saltellavano ininterrottamente) o “fuienti” (perché corrono), talmente orecchiabile che, dopo qualche giorno, la si sentiva cantare, anche, dai bambini. Sorè! ‘A Maronna ‘e ll’Arco. 

Tra i molteplici titoli con i quali i fedeli di Napoli e provincia sono soliti invocare la Vergine, c’è, anche, quello dell’Arco. Tra il popolino si credeva che ad ogni titolo corrispondesse una Madonna diversa dalle altre tutte, però, figlie di Sant’Anna: “Beata quella bella Sant’Anna! Sette figlie, tutt’e sette Madonne!” Se, però, la Madonna delle Grazie, del Buon Consiglio, del Divino Amore e così via, sono conosciute e venerate in tutto il mondo, quella dell’Arco è un’esclusiva del popolo napoletano o meglio, del popolo rurale della provincia a Nord di Napoli: S. Anastasia, Afragola, Giugliano, Villaricca, Qualiano, Melito... Se oggi si chiede ad un “fuiénte” notizie intorno alla nascita del culto, egli vi dirà che, molti secoli fa, un contadino, ubriacone e bestemmiatore, procedendo, un giorno, lungo un sentiero delle campagne di S. Anastasia, s‘imbatté in un‘edicola votiva raffigurante una Madonna con Bambino. Preso dall’ira, le lanciò contro una pietra. Colpita al volto, l’immagine, dietro la quale comparve un arcobaleno, incominciò a sanguinare. Di qui l’accorrere della gente dei dintorni. Il pellegrinaggio, inizialmente spontaneo e individuale, si trasformò, lentamente, in un insieme di pratiche devozionali. In questo caso i “fuiènti” o, i “vattiénti”. In realtà tutto fa capo intorno ad un “miracolo” del 1450 o giù di lì, raccontato attraverso un luogo comune dove molti giocatori lanciano pietre o palle contro immagini poi sanguinanti e i cui luoghi divengono, poi, tappe degli itinerari della devozione dell’età moderna. Il lunedì in albis, da tutti i paesi della periferia a Nord di Napoli, le squadre dei fuiènti, comandate da un “caporale”, corrono verso il Santuario della Madonna dell’Arco per adempiere il voto fatto “per grazia ricevuta”. I vecchi “vattienti” raccontano, con nostalgia, che, nei tempi andati, l’arrivo di ogni squadra era annunciato, da lontano, dai rintocchi festosi della campana del Santuario e le lacrime della commozione per la meta raggiunta, si mescolavano, abbondanti, al sudore che scivolava dalla loro fronte. La tensione, accumulata durante tutto il percorso, lasciava, - e lascia - così, il posto ad una catarsi comune con manifesti fenomeni di tarantolismo. Una manifestazione di religiosità popolare che commuove profondamente ma che, sul piano dell’impegno cristiano, lascia il tempo che trova.