IL MIRACOLO DI SAN GENNARO E I NAPOLETANI

di Antonio Cacciapuoti

 

A riprova che anche San Gennaro mal sopporti lo squallore in cui versa la città di Napoli e volendone dare un segno, non ha liquefatto il sangue, come di consueto, il pomeriggio di sabato antecedente la prima domenica di maggio durante la processione in memoria della traslazione delle sue reliquie dall’Abazia di Montevergine a Napoli.( 13 gennaio 1497) Il cosiddetto miracolo lo ha, però, compiuto nel Duomo il giorno successivo, 1 maggio alle ore 11: 20. In altri tempi, la cosa avrebbe destato, tra il popolo, un certo tremore. Adesso, invece, la cosa è passata sotto silenzio, quasi noncuranza. Segno dei tempi!  

Chi conosce, anche se superficialmente, la storia di Napoli, quella civile e quella religiosa, sa bene che tra San Gennaro e i Napoletani c’è sempre stato un rapporto di amorevole, anche se superstiziosa, complicità legata, soprattutto, allo scioglimento del suo sangue raccolto in una ampolla. E’ una storia antica e, per lo più, avvolta nel buio dei tempi andati. Già nel V secolo dopo Cristo, San Paolino, vescovo di Nola, scriveva: “Il Sangue di Gennaro dà lustro alla città di Napoli”. Ma la prima notizia storica sulla liquefazione del suo sangue risale al 17 agosto 1389. I supposti interventi miracolistici del Santo a difesa di Napoli e dei Napoletani sono innumerevoli così come le chiese, i monumenti e i dipinti voluti da governanti e popolo a testimonianza della loro gratitudine e della loro fede in Lui. Il riconoscimento o la negazione del miracolo diventava, per il popolo, lo spartiacque tra amici e nemici. Si dice che, nella rivolta del 1799, le truppe francesi, guidate dal generale Championnet, non riuscissero ad entrare in Napoli perché tra la gente dei bassi si era sparsa la voce secondo la quale i Francesi non credevano nel miracolo di San Gennaro. Per questa ragione, in tutti i vicoli, la plebe, incitata dai capipopolo, gridava: “Abbasso i Francesi!” Il generale, molto furbescamente, fece venire alla sua presenza i caporioni e promise loro, se lo avessero aiutato a conquistare la Città, non solo, una somma di denaro e l’arruolamento nell’esercito francese con il grado di ufficiale superiore ma, a riprova della sua fede in San Gennaro e nel suo miracolo, di portarsi nel Duomo a venerarne la statua e a fare atto di sottomissione. Come per incanto, le porte della Città si aprirono e al grido di “Viva San Gennaro! Viva i Francesi!”, gli atei e anticlericali della sera precedente, si inoltrarono per i vicoli di Napoli senza incontrare alcuna resistenza. Championnet, seguendo la tradizione inaugurata da Roberto d’Angiò che nel 1305 donò al Santo un busto in oro e argento, mantenne la promessa e, recatosi in forma solenne nella Cattedrale, offrì a San Gennaro una mitria costellata di pietre preziose che, insieme a moltissimi altri ricchissimi doni fatti al Santo lungo il corso dei secoli dal popolo e dai potenti visitatori di turno, compongono il cosiddetto “Tesoro di San Gennaro”. Il Santo mostrò di gradire il dono del generale e per far capire ai Napoletani che per Lui e per loro un governo valeva l’altro, che nulla sarebbe cambiato, che poveri disgraziati erano sotto il governo borbonico e tali sarebbero rimasti sotto quello, tutto sommato, francese, fece anche il miracolo. Con somma gioia e soddisfacimento dei conquistatori.  

I Napoletani credono, fermamente, che lo scioglimento del sangue sia di buon auspicio per la Città e i suoi abitanti; è il segno che, per tutto l’anno, essi possono vivere sonni tranquilli perché c’è Lui a proteggerli e ad allontanare dalla Città “peste, colera e ceneri del Vesuvio”. Così canta l’Inno nella liturgia del giorno della sua festività. Ma, per adesso, il Vesuvio dorme e la peste e il colera non destano più preoccupazioni come per il passato. I pericoli per la salute che possono derivare dai cumoli di immondizia lasciati a marcire per le strade? Non c’è problema! C’è sempre il deus ex machina che ostentatamente interviene dall’alto del suo trono e mette le cose a posto. Può capitare, però, che anche San Gennaro perda la pazienza e decida o di non fare il miracolo - molto improbabile - o di mantenere i Napoletani sulla corda. E sì! Perché per stare pienamente tranquilli, essi devono essere certi che San Gennaro non solo faccia il miracolo e lo faccia “bene”, nel senso che il sangue si disciolga completamente, ma che avvenga, anche, nei tempi stabiliti, cioè non oltre le ore dieci. “Signò!” Si sente, perciò, gridare dai balconi, ad amiche e conoscenti dopo l’ora fatidica. “San Gennaro ha fatto il miracolo?” “Sì! Sì! Lo ha fatto! Lo ha fatto!” “E come?” Si chiede, di rimando. “Bene! Bene! In orario e completamente liquefatto!” “Ah! Meno male va! Tenevo una paura in corpo!” “Avete ragione signò! Se ci abbandona pure Lui, statti buono ai suonatori!”

Ma se tutto questo, disgraziatamente, non si verifica, allora sono tazze amare. I Napoletani, fino a pochi anni addietro, entravano in fibrilazione perché San Gennaro aveva dato loro il segno che le cose si mettevano male; che, all’orizzonte, c’era qualche tempesta in arrivo. Perciò un brivido correva per la schiena della folla assiepata nel Duomo. All’iniziale, incredulo mormorio seguito da preghiere, invocazioni e, se era il caso, da una infuocata predica sul deterioramento dei costumi della Città, si aggiungeva, inaspettata, l’esplosione di una cantilena che martellava la recita, uno dietro l’altro, di sette “Io credo in Dio Padre Onnipotente...” intervallata da invettive nei riguardi del Santo: “E sette credo avimmo appresentato alla SS. Ternità per i sette spargimient’ ‘e sangue di nostro Signore Gesù Cristo per la nostra redenzione e salute. San Gennàaaa! Facci ‘a grazia! Faccia giaaalla fa ‘o miracolo!” Erano “le parenti” di San Gennaro, sette-otto vecchiette, piuttosto malmesse, tenute in grandissima considerazione, oggetto quasi di venerazione in tutto il circondario. Abitavano in vecchie case, a ridosso della Cattedrale che - così sostenevano – faceva tutt’uno con le loro dimore.  

Per una voce che si perdeva nella notte dei tempi e sorta non si sa come, tutto il vicinato - e non solo - le riteneva imparentate con San Gennaro, parentela che, attraverso un albero genealogico e vincoli di sangue mai esistiti, si era trasmessa fino a loro. Erano chiamate “le nipoti di San Gennaro”. Era una sorta di confraternita nata e trasmessa, non si sa né come né quando, per passaparola e sull’onda dell’attaccamento viscerale a San Gennaro. Il vincolo spirituale con il Santo, si era, nella loro fantasia, materializzato a tal punto da assurgere al grado di parentela. E avevano finito per crederci. Ma, soprattutto, ci credeva, anche, il popolo. Stranamente, la parentela non è passata ad altre persone e la confraternita si è estinta. Dalla sua scomparsa in poi, però, anche se San Gennaro qualche volta fa il capriccioso, non si odono più lamenti e imprecazioni. Il brivido non corre più per la schiena dei Napoletani. C’è solo curiosità. Il segno del suo disappunto non è colto più da nessuno. Perciò, ormai, anche San Gennaro si è rassegnato e fa sempre il miracolo, lo fa bene e in orario. Mica, però, le cose vanno bene per la Città. Tutt’altro! Forse San Gennaro, dal momento che neanche a Lui danno più ascolto, non ha più niente da dire ai Napoletani e i Napoletani non hanno più niente da chiedere a Lui ma ad altri e in alto loco.