Le periferie dello spirito

 

“Spirito: principio immateriale attivo, spesso considerato immortale o di origine divina, che si manifesta come vita e coscienza”. “Anima: parte spirituale e immortale dell’uomo”. (Zingarelli) Nella letteratura biblica, soprattutto del Vecchio Testamento, la parola che meglio esprime, con molteplici sfaccettature, il concetto di “spirito” e “anima” è nèpesc ma non sempre con lo stesso significato. In quella del Nuovo Testamento - ma soprattutto negli scritti patristici - sotto l’influenza della filosofia greca, si tende, invece, ad unificare il concetto di “spirito” e “anima”. Ambedue assumono il senso di una realtà sussistente che informa il corpo ed è in uno stretto rapporto con esso. Lo spirito si nutre di ideali che o vengono praticati o rimangono cose campate in aria: la conoscenza di se stessi; la ricerca e la messa in pratica delle cose essenziali; il rispetto della propria vita, di quella degli altri e della natura; la bellezza, la solidarietà, il piacere non disgiunto dall’amore... Lo spirito ha le sue necessità e le sue funzioni che se non vengono alimentate e messe in atto, si atrofizzano con ripercussioni negative anche sullo stile di vita. Diventano periferiche. 

Aristotele definiva l’uomo un animale politico. S. Tommaso D’Aquino, invece, un animale razionale. Per i Greci e per i Latini, ogni organismo vivente capace di vita sensitiva e di movimenti spontanei, è un animale. Lo è, perciò, anche l’uomo. Per Aristotele, però, l’uomo si distingue da tutti gli altri esseri animati perché è il solo ad avere la capacità e la necessità di mettersi in relazione con gli altri e stabilire leggi che regolino la reciproca convivenza. Per S. Tommaso D’Aquino, invece, e per la filosofia scolastica, l’essenza dell’uomo risiede nella sua capacità ragionativa, la facoltà, cioè, di pensare stabilendo rapporti e legami tra i concetti, di giudicare bene discernendo il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto.    

“Periferia: parte o zona più estrema rispetto a un centro”. (Zingarelli) Le periferie non sono solo dei luoghi distanti dalle città. Come tali essi sono sempre esistiti. Tuttavia, nonostante i limiti e le contraddizioni, gli abitanti di questi luoghi vivevano secondo valori universalmente riconosciuti come tali: il sentire e il vivere l’appartenenza alla propria comunità locale; la conoscenza reciproca facilitata dal numero ristretto delle persone con la conseguente solidarietà; la condivisione dei valori tramandati di padre in figlio; la sacralità della vita; il rispetto della Legge e dell’autorità costituita; l’accettazione, senza alcun problema, dell’appartenenza ad una determinata classe sociale. Tutto ciò faceva sì che le periferie fossero degli spazi dove, lo spirito, anche se inconsapevolmente, si confrontasse quotidianamente ai suddetti valori che, checché se ne dica, sono i capisaldi di ogni vivere civile. A tutto ciò, i dieci Comandamenti davano una sorta di consacrazione divina: onora il padre e la madre, non ammazzare, non rubare, non testimoniare il falso, non commettere adulterio, non desiderare la donna e la roba degli altri. La condivisione di tali valori anche da parte degli esponenti dell’autorità civile, a volte non credente, e il tacito accordo con quella religiosa nell’affermarli e farli rispettare, comportava, da parte degli abitanti delle periferie, un sereno adeguamento ad essi. Le periferie erano solo dei luoghi materiali distanti da un centro. Certo! Non era il paradiso terreste! Ma neanche l’inferno! In tale contesto, fatti, a dir poco, impensabili, come morire per denutrizione o per violenze, non si sarebbero mai verificati. Per quanto si potesse vivere poveramente, la condivisione di quel poco che si aveva e il sacro rispetto per l’infanzia, faceva sì che nessuno morisse, letteralmente, per fame o per percosse. Cosa sono, al contrario, oggi, le periferie? Intendo non solo quelle delle grandi metropoli, ma anche quelle all’interno di esse. Perché ci sono anche queste. Soprattutto al Sud! Provate a passare, più di una volta, in alcuni Quartieri di Napoli sbirciando di qua e di là. La terza volta sarete circondati e rapinati. Sono le periferie dello spirito. Eppure ci sono scuole all’avanguardia, ci sono chiese, ci sono maestri di strada, preti anticamorra, sociologi, psicologi, assistenti sociali e chi più ne ha più ne metta. E allora? Il problema è che, per i tempi che viviamo, la periferia non è più soltanto uno spazio materiale lontano dal centro, quanto piuttosto uno spazio interiore nel quale lo spirito è, del tutto, assente o quanto meno atrofizzato. E dove non c’è lo spirito con i suoi ideali, c’è la strumentalizzazione, la sopraffazione e l’illegalità. Qual è, allora, il nocciolo del problema? La corsa sfrenata, con ogni mezzo e ad ogni livello, alla ricchezza e al potere in un delirio di onnipotenza! E al diavolo la centralità dello spirito e i suoi valori. Questa è la cultura dominante che i mass-media ci propinano quotidianamente inducendoci a pensare di poter conciliare lo spirito attivo con la sua negazione. “Non potete servire a Dio e a Mammona!” Ammonisce il Vangelo. Dove sono i valori dello Spirito? Se ognuno di noi si guarda dentro, potrebbe scoprire che, anche per lui, il confine tra il lecito e l’illecito, tra ciò che è morale e ciò che non lo è, è diventato estremamente labile, periferico o, addirittura, inesistente. A tutto ciò, né la famiglia, né la scuola, né, soprattutto, la classe politica, tutte, a loro modo, coinvolte in questo processo di degrado spirituale, sono, perciò, in grado di farvi fronte. E, infine, non lo può neanche la religione che, con i suoi valori morali, spirituali e ultraterreni, a parole condivisi ma non praticati, sparge un seme che cade in terreni completamente aridi.

 

Antonio Cacciapuoti  

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