Il “caporale” e il lavoro minorile nelle campagne della provincia di Napoli fino agli anni sessanta

di Antonio Cacciapuoti

 

Quella del “caporale” è, ancora oggi, una figura che continua ad esercitare la funzione di procacciatore di manodopera nei lavori a basso costo e in nero delle campagne meridionali e dell’edilizia. E sulla manodopera egli percepisce una percentuale che va dal 50 al 60/%. Oggi egli pesca a piene mani, soprattutto per lavori stagionali, nella manodopera femminile e in quella degli extracomunitari. Ma per il passato, quella del caporale era una figura che, anche per una distorta funzione educativa che esercitava nei riguardi dei ragazzi alle sue dipendenze, si inseriva, perfettamente, nel contesto socio-politico soprattutto del periodo che va dal 1920 al 1960. Era un uomo manesco e autoritario ed esigeva la più assoluta ubbidienza. Dalla campagna alla fabbrica, dalla scuola alla famiglia, tutto doveva concorrere, dalla base della piramide fino alla sua cima, al consolidamento e all’affermazione del principio di autorità. Tutti allineati e coperti per “credere, ubbidire e combattere”.

Dopo l’Unificazione Italiana, l’obbligatorietà della leva, prima inesistente, per i giovani che avevano compiuto il ventunesimo anno di età, fu una delle cause che generò, nel Mezzogiorno d’Italia, il triste e dilagante fenomeno del brigantaggio. Per avere l’appoggio delle popolazioni nella cacciata dei Borboni, Garibaldi e la cricca di politicanti meridionali che lo appoggiava, tutti borghesi e avidi di mettere le mani sul latifondo baronale, avevano promesso ai contadini nullatenenti la distribuzione delle terre sulle quali essi, da generazioni, avevano sempre lavorato ma avevano fatto sempre e solo la fame. Il solito trucco al quale la classe politica ricorre, ancora oggi, prima di una competizione elettorale. Forse Garibaldi ne era convinto ma non quelli che brigavano dietro le sue spalle. “Morte ai Borboni! Evviva Calibardo!” Gridavano contadini, delinquenti comuni e stracciafacenti, correndo a mettersi sotto la sua bandiera. Lo gridarono anche i Napoletani al suo ingresso in Città e durante il suo discorso tenuto dal balcone del Palazzo Angri-Doria, in Piazza dello Spirito Santo, il 20 settembre 1860. Formatosi il nuovo Stato e dichiarata l’Unità d’Italia (1861), i soldati originari del Sud furono spediti, per ragioni di ordine pubblico, nelle Regioni del Nord e quelli originari del Nord in quelle del Sud. Fu un disastro per le famiglie meridionali che sfruttavano le braccia dei propri figli nella pesca e nell’agricoltura, uniche attività che contribuivano a mandarle avanti. Nacque, così, il procacciatore di manodopera minorile pagata il meno possibile: ‘o capurale che pescava a piene mani tra i numerosi figli delle famiglie povere. Per di più, fino agli anni Cinquanta e oltre, ai figli, ribelli alle direttive familiari o recalcitranti alla disciplina scolastica, i genitori gridavano: “O mitt’ ‘a capa a ffà bene, o ti manno appriesso ‘o capurale!” Lo consigliavano anche i maestri: “Vostro figlio è na’ rapesta! Nun perdit’ ‘o tiempo! Mannàtelo appriess’ ‘o capurale che è meglio!” L’orco! Questo era il caporale per molti ragazzi. Verso le sette del mattino, coperti alla men peggio e con i pantaloni corti, si radunavano nella piazza del paese. Di febbraio! Con la merenda avvolta nella mappatella sospesa al braccio o, per chi ne era in possesso, all’estremità dello zappiello, intirizziti dal freddo, venivano spinti, a mo’ di pecore, a “nèttere ‘o grano”. Dopo aver ripulito il primo campo dalla gramigna e da altre erbacce, erano spinti verso un altro e così via. Fino al tramonto del sole. Per un’intera giornata sotto l’arcigna vigilanza di un uomo che, per un nonnulla, menava le mani. Muti e con la schiena ricurva, venivano abituati a lavorare e a ringraziare. “Il lavoro nobilita l’uomo”. Non lo era, certamente, per quei ragazzi che ne assaporavano, invece, la pesantezza e ai quali ‘o capurale, giorno dopo giorno, rubava la fanciullezza che sarebbe dovuta essere giocosa e spensierata e, negli incubi notturni, continuava a terrorizzarli come l’orco delle antiche favole.