IL  TARALLO :  dalla sporta all’esportazione

di Laura Bufano

 

Da dove nasca la parola tarallo non si sa con certezza, per cui si sprecano le ipotesi. La tesi più attendibile vuole che tarallo discenda dall’etimo greco “ daratos “  “ sorta di pane “. Dove non c’è quasi nulla, nulla si distrugge e tutto si crea : siamo verso la fine del 700 quando nasce l’ennesimo figlio della poliedrica creatività partenopea: il “ tarallo “ . I panettieri napoletani dell’epoca, allo “ sfriddo “ ( ritagli di pasta di pane pronto da infornare ) aggiunsero “ ‘nzogna e pepe “ e con questo impasto, formarono due striscioline che dopo essere state intrecciate tra di loro vennero chiuse a ciambella e poi infornate insieme al pane. Era un periodo in cui il popolo napoletano era ridotto alla fame  e  come raccontano Matilde Serao , ne “ Il Ventre di Napoli “ , e il poeta Salvatore Di Giacomo, la prima diffusione parte nei fittissimi caseggiati intorno al porto, luoghi chiamati  “ Fondaci “ , cioè agglomerati urbani dove vivevano migliaia di persone a stretto contatto, e lì i taralli risultarono, per i bassi costi di produzione, accessibili a tutti.  Verso i primi dell’800 agli ingredienti base del tarallo, vennero aggiunte le mandorle tostate, si avrà così un sapore agro-dolce che stimolerà ancora di più il palato dei napoletani.  La vendita dei taralli, in seguito, venne affidata agli ambulanti,  “ i tarallari “, i quali provvedevano a  portarli in tutta la città .Uno dei più noti è stato Fortunato, al secolo Fortunato Bisaccia, il quale portava i taralli in un cesto di vimini montato su un carrozzino per neonati, egli è stato reso immortale da una canzone inserita nell’album “ Terra mia “ di Pino Daniele :” Furtunato tene ‘ a rrobba bella nzogna nzo “. Oggi il tarallaro è sparito , ma ne rimane traccia nel linguaggio: “ Me pare ‘a sporta d ‘o tarallaro ( persona senza voce in capitolo, sbattuta di qua e di là dagli eventi ). C’è chi racconta che il vero rito per mangiare i taralli  era quello di intingerli nell’acqua di mare …, ma io vi consiglio : un buon Falerno, un Lacrima Christi o una birra. E’ memoria dei nostri giorni la passeggiata a Mergellina mangiando taralli, acquistati nei chioschi del posto, sorseggiando birra. “Leopoldo” è un tarallificio per vocazione, la sua è una storia lunga tre generazioni che nasce con nonno Leopoldo, di mestiere panettiere , egli  con il suo piccolo esercizio ai Gradini di Santa Barbara, nel centro antico di Napoli, all’epoca  riforniva una serie di ambulanti. Oggi  via Foria, di fronte al Real Orto Botanico, vede  a lavoro due generazioni , i figli di Leopoldo Infante, capostipite,( precisamente due dei cinque)  e  i rispettivi figli che distribuiscono i taralli, circa tre quintali al mese,  nelle sedi di : via Epomeo, via Vittorio Colonna, piazza Degli Artisti e via Toledo . Nonostante l’impopolarità degli ingredienti, come a‘nzogna ( sugna , strutto ), il tarallo rimane un fiore all’occhiello dell’esportazione partenopea, e allora Napoli non è solo pizza, è anche tarallo e molto di più!

Per saperne di più: “ Fortunato. Vita, morte e nessun miracolo di un tarallaro napoletano”. Massimo Andrei. Edito da Tullio Pironti. Prefazione dell’attore Biagio Izzo.

 

Napoli, 24 ottobre 2012

 

 

 

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