Vivere Napoli   

Quel pomeriggio in Sant’Anna dei Lombardi

 

 

di Elio Barletta

È dall’ormai lontano 1994 che il Maggio dei Monumenti rappresenta la manifestazione di primavera inoltrata con la quale si intende additare ai turisti e ricordare ai residenti l’ingente patrimonio monumentale, storico, museale e collezionistico di Napoli – giustamente riproposta come autentica città d’arte – malgrado le tante e gravi carenze di carattere finanziario, sociale e organizzativo che l’affliggono da secoli, protrattesi se non addirittura aggravatesi dopo quell’unità d’Italia di cui quest’anno celebriamo – più che convinti –  il centocinquantesimo anniversario. Proprio l’aspetto economico è stato in questi ultimi anni il condizionatore nella scelta di eventi e manifestazioni varie del Maggio che sono andate via via calando nel numero e nella qualità dei contenuti proposti. Particolarmente questo Maggio 2011, a dimostrazione dello stato di forte depressione generale della città, si presenta del tutto svuotato di quelle iniziative che animarono le prime edizioni. Quando si scrive e si dice “Napoli SiFa Musica, SiFa Danza, SiFa Parole si riveste con uno slogan ad effetto l’assoluta mancanza di passeggiate tematiche nel centro storico, di visite guidate a musei, chiese e palazzi patrizi, di concerti all’aperto ed al chiuso, a cui ci si stava piacevolmente abituando.   

Frugando nella galleria dei freschi ricordi, il mio pensiero va alle 17.30 di quel sabato 24 del Maggio 2008, quando mi inserii nel raduno di persone che si andava accrescendo nei pressi della chiesa di S. Anna dei Lombardi  (o Santa Maria di Monteoliveto), al cospetto di quella singolare facciata – purtroppo ricostruita, come gran parte del  soffitto interno, dopo le distruzioni dei bombardamenti aerei anglo–americani del 1943 – fregiata dal magnifico esempio di tardogotico napoletano dell'arco in piperno “a sesto ribassato”. La chiesa – restituita all’ammi-razione dei visitatori dopo lunghi, necessari lavori di restauro – stava per ospitare il “Concerto per fortepiano” del maestro Francesco Pareti, nell’ambito di 12 rassegne musicali indette dal Conservatorio “Domenico Cimarosa” di Avellino, sponsorizzati dall’UE e dagli Enti Locali.    

Entrammo alla spicciolata per prendere posto alle panche che, pur numerose, non bastarono ad ospitare tutti. In attesa dell’esecuzione, una gradevole esperta dell’organizzazione, microfono alla mano, richiamò subito l’attenzione del pubblico sugli aspetti salienti del patrimonio di storia e di arte racchiuso fra le mura che ci ospitavano. Una serie di flash atti a fornirne almeno un’idea: la fondazione del tempio risalente al  1411 ad opera di un ministro di re Ladislao; la costruzione dell’impianto originario, di piccole dimensioni, con l’affidamento ai padri Olivetani; i lavori di ampliamento voluti da Alfonso I di Aragona; la trasformazione in stile barocco del XVII secolo  grazie all’apporto del marmorario Gaetano Sacco; la cacciata degli olivetani nel 1799 e la concessione dell'arciconfraternita ai Lombardi; il crollo di parte della chiesa a causa del  terremoto del 1805; la conseguente e totale distruzione di tre dipinti (“San Francesco in meditazione”, “San Francesco che riceve le stimmate”, “Resurrezione”) eseguiti appositamente dal Caravaggio.

Per un’osservazione attenta di alcuni particolari, la giovane illustratrice invitò i presenti a seguirla con lo sguardo nel suo spostamento lungo la navata centrale mirante a mostrare, da vicino, la netta suddivisione della struttura in due parti di stile completamente diverse:

·         le tre grandi cappelle rinascimentali a pianta centrale Correale, Tolosa e Piccolomini che – con richiami o interventi diretti dei due fratelli architetti, scultori e intarsiatori Benedetto e Giuliano da Maiano, nonché dei Della Robbia – si rifanno ad analoghe costruzioni fiorentine, testimoniando l’interesse suscitato a Napoli per i fermenti artistici del Rinascimento toscano;

·         la parte che, principalmente costituita dalla navata centrale coperta da soffitto a botte più cupola – oltre il presbiterio aggiunto nel XVI secolo – si presenta nell’aspetto datole nel XVII secolo, a discapito dell'originario stile gotico ancora riscontrabile in alcune finestre tamponate visibili all'esterno, nei lati, nell'atrio, nella facciata con il famoso arco.

Perché mi soffermo su di un’esperienza sia pur particolare, ma vissuta ben tre anni fa? Non certo per illustrare il valore del monumento, ormai visibile a tutti e suffragato da un’ampia letteratura tradizionale ed informatica. Un primo mio intendimento di queste note è invece teso a sottolineare l’importanza del modo con cui si parla d’arte per riuscire a suscitare in chi ascolta il clima favorevole per eventuali approfondimenti futuri. Una specie di grimaldello atto a scardinare l’arida monotonia del quotidiano per scoprire un poco del tanto che ancora non ci è stato possibile conoscere o per richiamare, ampliandolo e riorganizzandolo, quel poco che avevamo appreso a suo tempo e che abbiamo inesorabilmente dimenticato. Fu allora infatti che – da buon ex allievo di Maria Girosi, mitica professoressa di Storia dell’Arte del liceo Sannazaro –  una volta tornato a casa, fui indotto a rinverdire quelle nozioni fattesi ahimé sempre più sbiadite nella mente ed, in verità, essendo state sempre piuttosto limitate sull’argomento perché, com'era consuetudine degli anni cinquanta, lo studio dei monumenti era prevalentemente orientato a privilegiare quelli di maggior fama internazionale ovunque dislocati, rispetto ai tanti altri, anche se di minor pregio, presenti nella propria città.

Quante volte siamo passati nei paraggi di S. Anna dei Lombardi e – o perché era chiusa, o perché avevamo altro da fare – non ci è stato possibile entrarvi? Ci attendeva invano una vera e propria raccolta antologica delle arti figurative italiane: quella scultorea del Quattrocento e del Cinquecentesca delle opere di Guido Mazzoni, Antonio Rossellino, Benedetto da Maiano, Giovanni da Nola, Pedro Rubiales; l’altare Ligorio  di Giovanni da Nola e l’altare Del Pezzo di Girolamo Santacroce; le tombe della nobiltà napoletana del XV secolo decorate da affreschi di Giuseppe Simonelli, di Baldassarre Aloisi, Nicola Malinconico, Annibale Caccavello, Francesco Solimena; la tomba di Domenico Fontana nell'atrio;  il complesso scultoreo Compianto di Cristo di Guido Mazzoni in una cappella, affreschi del Vasari nella sagrestia vecchia, e stalli lignei decorati a tarsie lignee di Fra Giovanni da Verona nel 1506-1510.

Ma il motivo principale per cui eravamo tutti in attesa nel tempio era costituito dal concerto del maestro Pareti, un musicista napoletano allievo del Conservatorio di "San Pietro a Maiella" dove conseguì con il massimo dei voti ben quattro diplomi: in Pianoforte, Clavicembalo, Musica Corale e Direzione di Coro. Perfezionatosi sotto la guida di insigni musicisti ha vinto concorsi ed affiancato colleghi già noti nella Direzione del Coro, fino a diventare per un certo periodo il titolare nella conduzione del Coro del teatro San Carlo e detentore di analoghe affermazioni ha ottenuto come pianista e come clavicembalista come il conseguimento  presso il Conservatorio di Perugia di un ulteriore diploma di specializzazione nel Pianoforte Storico, era venuto a Napoli per far conoscere al grande pubblico il fascino del forte piano. 

Dal suo intervento preliminare in sobrio completo grigio, accompagnato da un volantino da lui stesso redatto e distribuito ai presenti, apprendemmo dei circa 150 anni di caratteristiche e modifiche tecniche intercorsi fra l’invenzione dello strumento avvenuta  intorno al 1700  a Firen-ze, ad opera dell'abile cembalaro Bartolomeo Cristofori, al servizio del principe Ferdinando II de' Medici – e quello che a metà Ottocento si trasformò nell’attuale pianoforte. Molti artisti dell'epoca, specialmente a Vienna – la città che, frequentata da Mozart, Haydn, Muzio Clementi, Beethoven, tra il il 1791 ed 1815 registrò circa 150 costruttori di organi e pianoforti – accolsero il fortepiano con entusiasmo al punto da prediligerlo per la musica sette–ottocentesca. Dopo un periodo di oblio lo strumento è tornato in uso attorno alla metà del XX secolo, grazie all'attenzione di alcuni noti esecutori moderni, ed è disponibile nelle due varianti, a tavolo o a coda, come quella sistemata quel giorno in chiesa, opera del maestro Urbano Petroselli di Perugia, copia dell'originale che Anton Walter  realizzò nel 1795 appunto  Vienna.

Ci disse Pareti: «Ciò che rende particolarmente interessante lo studio di questo tipo di strumento è proprio la sua consunstanzialità al repertorio pianistico della fase aurea del periodo classico». Ed a sostegno di tale affermazione ci fornì in poche parole una splendida lezione di composizione musicale sostenendo che se il pianoforte - per qualità timbriche, volume sonoro, tempi di decadimento del suono - è lo strumento moderno più potente e completo, il fortepiano - per chiarezza del suono, vivacità di fraseggio ed articolazione, altre specificità - è lo strumento antico con il quale si espressero i Grandi oggi rievocati. Richiamarlo oggi non è frutto di una «ricerca filologica di una pretesa autenticità», ma desiderio di fornire al grande pubblico i brani classici con quella vitalità e quella drammaticità «spesso occultate dai suoni lunghi e potenti dello strumento moderno» così come, per la pittura, «le successive stratificazioni di restauri improvvidi possono occultare le linee ed i colori di un antico affresco».

Con tali premesse il maestro si avviò a riaffermare le sue doti di fine esecutore con un programma basato su: Mozart, sonata in la minore, Kv. 310 del 1778 (allegro maestoso, andante cantabile, presto); Haydn, fantasia in do maggiore, Hob. XVIII:4 del 1789; poi, dopo breve intervallo, tutto Beethoven, sonata in mi magg. Op. 14, n°1 del 1798-99 (allegro, allegretto, rondò o allegro comodo) e sonata in sol magg. Op. 12, n°2 del 1798-1799 (allegro, andante, scherzo o allegro assai). I prolungati applausi finali indussero il maestro a concedere due brevi fuori programmi, per il secondo dei quali, con celia impagabile, si scusò di dover leggere lo spartito non ricordando il pezzo a memoria.

E qui rivelo il mio secondo intendimento di queste note, finalizzato a trasmettere il fervido entusiasmo collettivo di quel pomeriggio per quel connubio di immagini e di note fuse insieme. Da Alfonso I di Aragona a Ferdinando II de’ Medici, dai Della Robbia a Mozart, da Domenico Fontana a Beethoven. Ecco un modo di vedere e sentire la città. Quel giorno nel bello; tanti altri giorni nel brutto. Non vivere a Napoli, ma vivere Napoli!    

 

Napoli, 4 maggio 2011