Da via Marotta a piazza Mercato (3)

Tesori nascosti ai più

di Elio Barletta

Proseguendo l’itinerario di quella domenica del maggio 2008 – che da due puntate sto idealmente ripercorrendo con i lettori – siamo arrivati a questo punto in alcuni angoli del quartiere che a parecchi napoletani sono per lo più familiari soltanto per la vasta e qualificata offerta di prodotti di oreficeria e gioielleria delle botteghe artigiane presenti, ma che invece conservano ancora tanti spunti in grado di risvegliare memorie di tutti i tipi e di tutte le dimensioni.

Dalle caratteristiche urbanistiche di un aggregato di edifici alle linee architettoniche di un monumento, dal patrimonio figurativo di una chiesa alle curiosità di vita vissuta di un antenato che ha abitato in zona, è tutto uno scorrere di immagini vive e palpitanti che potrebbero essere perennemente organizzate per una consacrazione al turismo culturale della città.

Ci limitiamo a concentrare l’attenzione di questa puntata su tre strade e due chiese meritevoli di essere menzionate.

In primis si profila davanti a noi via Loggia di Genova –  come tante altre attigue breve ed irregolare – che ci riserva però due motivi interessanti:

·         lo stupendo portone nobiliare, sulla sommità arricchito da un vistoso ma sobrio stemma nobiliare, che si fa ammirare quando si giunge all'altezza dell’edificio contrassegnato dal civico 4;

·         la palese sensazione di infossamento degli edifici rispetto al livello stradale, dovuto al sollevamento del selciato, volutamente compiuto due secoli fa per ricoprire gli strati di fango creatisi con le intemperie e non fluiti per inesistenza di impianti di smaltimento.

Zigzagando fra case, ecco ancora, più avanti, via San Giovanni in Corte  con la chiesa di Sant'Andrea Apostolo – detta dei Gattoli - risalente al XVI secolo ed edificata come cappella privata di una famiglia patrizia, appunto i Gattoli. La porta d’ingresso è chiusa perché sono assai ristretti gli orari di accesso per il pubblico.

Come quella mattina in cui ci fece compagnia la solerte Francesca, confermando quanto scrivono le guide turistiche,  si notano i vari rimaneggiamenti della struttura apportati nel corso dei  secoli e l'ultimo restauro avvenuto ad inizio 1900 durante gli interventi del Risanamento. Si riscontrano, pur sinteticamente, dall’esterno i tre ordini della facciata:

·         il portale sormontato da un timpano retto da lesene e trabeazioni ioniche;

·         il finestrone a tutto sesto con alcune decorazioni eclettiche ed il contorno delle fasce d'angolo;

·         il coro.

All'interno ci sarebbe da vedere le decorazioni rococò, poiché le decorazioni originarie, durante il Risanamento, sono state distrutte.

È poi la volta di via dei Giubbonari, il cui nome – molto probabilmente sulla scorta dell’omoni-ma arteria che a Roma  collega Campo de' Fiori a piazza Benedetto Cairoli – deriva dagli artigiani e dai mercanti di “gipponi”, chiamati appunto “gipponari”, ovvero tessitori di corpetti (dal latino “jupponarii”), termine che poi nel tempo si è trasformato in “giubbonari”.  

Qui si erge la monumentale Chiesa di San Giovanni a Mare – eretta dai Benedettini probabilmente nel XII secolo – che rappresenta una notevole testimonianza dell’architettura medioevale napoletana ed allo stesso tempo riassume parte dell'evoluzione della stessa città. Inizialmente era annessa ad un ospedale dell'Ordine dei Gerosolimitani, ossia dei Cavalieri di San Giovanni in Gerusalemme –  noti anche come “Giovanniti”, o “Ospitalieri”, o “Ospedalieri”  – sorti nel 1050, ufficializzati dal papa nel 1113, dai quali discesero altri ordini con diversi gradi di riconoscimento legale.

Per quanto concerne la struttura ospedaliera, presente già su alcuni documenti del 1186 e del 1231, non rimane più nulla a causa dei pesanti bombardamenti effettuati sulla zona dall’aviazione anglo–americana durante la seconda guerra mondiale. La sua attività sanitaria si protrasse fino al  XIX secolo, quando, a causa di un editto napoleonico, venne chiusa ed i beni passarono al Demanio dello Stato. In essa venivano accuditi e curati i feriti che giungevano a Napoli.

Il tempio costituì, dal punto di vista storico, nell'Ordine di Malta, la commenda o baliaggio dipendente dal Priorato di Capua. Nel XVII secolo fu a lungo al centro di manifestazioni religiose al limite del profano, ma il clima si andò calmando quando la chiesa venne definitivamente soppressa.

All'interno vi sono prestigiose colonne gotiche e sono presenti elementi arabici e bizantini e bizantini; inoltre, sui muri si trovano scritte, stemmi e testimonianze di varie epoche. Nelle cappelle ci sono notevoli altari barocchi e rinascimentali.

Nel 1828 la chiesa venne affidata alla Diocesi di Napoli.

L'antico luogo di culto è stato abbandonato per decenni e solo negli ultimi anni, dopo lunghi interventi di restauro, è stata riportata all'antico splendore.

Una schietta nota di colore è presente nell'atrio d'ingresso dove spicca un'erma di dimensioni piuttosto grandi di un volto femminile, dai capelli alzati e fermati attorno alla fronte in modo da gonfiarsi attorno al viso.  Rappresenta la sirena Partenope, ma è più conosciuta come "Donna Marianna 'a capa'e Napule".  Si tratta di una copia dell’originale che risiedeva qui, ma che, durante il periodo del Risanamento, fu trasferita in Palazzo San Giacomo a piazza Municipio, dove fa bella mostra sullo scalone principale dell’edificio.

 

Napoli, 1° giugno 2011

 

(3 – continua)