Napoletani di nascita o d’adozione

Luigi Settembrini 

di Elio Barletta

 

Questa settimana non è stato necessario percorrere l’arteria che, alle spalle di Foria, si sviluppa tra via Duomo e via Carbonara per ricordarmi di uno dei migliori allievi del Puoti, quel Luigi Settembrini, unanimemente presentato come scrittore risorgimentale e patriota italiano. Non c’è fonte migliore per calarsi nella sua esistenza che volgere uno sguardo alle Ricordanze della mia vita, l'opera autobiografica in due parti che lui ideò fin dal 1839, tracciò fra il 1849 ed il 1851, scrisse in carcere negli anni dell'ergastolo fermando il racconto all'aprile del 1860 e che fu pubblicata postuma dall’editore Morano,  sotto la guida di Francesco De Santis nel 1879.

Nacque a Napoli, il 17 aprile 1813, da Raffaello, avvocato figlio di un lucano originario di Bollita (odierna Nova Siri), provincia di Matera, e da Francesca Vitale, pure figlia di avvocato. Suo padre lo indirizzò alle idee liberali narrandogli le terribili giornate napoletane del 1799, quando, appartenendo alla Guardia Nazionale, fu arrestato e rinchiuso in carcere per un anno.

A sette anni la famiglia se lo portò a Caserta. Fu rinchiuso nel Collegio di Maddaloni, da lui definito una “prigione disciplinare”, nella quale, seguito da ottimi insegnanti, studiò tanto intensamente da indebolirsi per sempre la vista. In quel periodo morì sua madre e per il gran dolore fu preso da tale malinconia da farsi prendere dal misticismo e dall'idea di farsi prete. Ma tutto sfumò molto presto quando, ritornato a casa nel 1826, fu colto da un amore fugace che il padre interruppe mandandolo a Napoli a studiare legge, come da tradizione di famiglia.

Frequentò contro voglia gli studi giuridici e ben presto vi rinunciò, senza giungere alla laurea.  Nel settembre del 1833 gli morì il padre. A vent’anni, primo di sette figli, tentò di guadagnarsi da vivere facendo il maestro. Intanto, dopo un periodo di scoraggiamento e di apatia, attratto dalla letteratura, si rimise a studiare frequentando la scuola di Basilio Puoti e diventando uno tra i suoi più stimati allievi.

Nel 1835, vinta per concorso la cattedra di greco nel licei di Catanzaro, vi si trasferì e sposò Raffaella Luigia Faucitano. Entrato in contatto con i gruppi mazziniani del luogo, con l'amico Benedetto Musolino fondò la setta segreta "Figliuoli della Giovine Italia" dai propositi facinorosi.

In due anni gli nacquero due figli; un maschietto che chiamò, come il nonno, Raffaello nel 1837 ed una femminuccia nel 1939. Proprio nel maggio di quell’anno la sua attività irredentista fu interrotta perché, tradito da un prete, fu arrestato, accusato di cospirazione,  imprigionato nel carcere di Santa Maria Apparente, recluso per tre anni durante i quali, nel 1841, venne trasferito alla Vicaria. Dopo essere stato processato ed assolto grazie ad un’abile difesa, fu arbitrariamente trattenuto perché il comandante della gendarmeria delle Due Sicilie, il feroce colonnello borbonico Francesco Saverio Del Carretto, fece riaprire il processo e soltanto verso la fine del 1842, per l'intervento della moglie presso il re, fu liberato.

 

Uscito di prigione e persa ormai la cattedra, riprese a vivere modestamente dando lezioni private. In tutt’Italia c’era fermento: moti in Romagna,  insurrezione a Cosenza, pubblicazione del Primato del Gioberti e delle Speranze d'Italia del Balbo, elezione di papa Pio IX, periodo delle riforme. Settembrini non allentò mai la sua viva passione patriottica che – non esente da influenze illuministiche – si basava su una concezione elitaria della politica, sul distacco dalla plebe, sulla necessità di educare il popolo dall'alto, sull'auspicio di un governo forte, quasi paternalistico. Con la ripresa dei moti risorgimentali del biennio 1847–1848, si riattivò scrivendo e diffondendo anonimamente Protesta del popolo delle due Sicilie, un audace libello contro il malgoverno borbonico diventato presto famoso, ispirato all’analogo Degli ultimi casi di Romagna di Massimo d'Azeglio per i moti di Rimini. Per i sospetti suscitati di esserne l’autore fu consigliato a fuggire. S'imbarcò il 3 gennaio 1848 su una fregata inglese che lo lasciò a Malta, ma,  poche settimane dopo, nel febbraio successivo, riuscì a tornare a Napoli che festeggiava la concessione dello Statuto.

Da Carlo Poerio, diventato ministro della Pubblica istruzione del Governo costituzionale  ricevette l'incarico di capo divisione, ma abbandonò l'ufficio dopo solo due mesi infastidito dai favoritismi e dal caos riscontrati. Con Silvio Spaventa, Filippo Agresti e altri patrioti, fondò nel 1848 la società segreta "Grande Società dell'Unità italiana". Ma gli avvenimenti precipitavano: Carlo Alberto sconfitto a Novara, rivoluzioni in Calabria e Sicilia, sommossa napoletana repressa, Napoli invasa dagli Austriaci, costituzione abolita da Ferdinando II, ritorno al governo assoluto. In piena restaurazione borbonica l’accusa di una spia procurò al Settembrini, il 23 giugno 1849, un nuovo arresto, la detenzione nel carcere di Montefusco – dove soggiornò con Carlo Poerio, Silvio Spaventa, Pironti, Schiavone, Castromediano, Faucitano ed altri insigni patrioti – un lungo processo, e, malgrado una sua strenua personale difesa e l’affidamento alle stampe di due suoi memoriali ampiamente diffusi in tutta Europa, la condanna a morte nel 1851, commutata in seguito in ergastolo.

 

Rivedette così moglie e figli prima di essere imbarcato sul piroscafo “Nettuno”, diretto a Santo Stefano, dove giunse il 6 febbraio per trascorrervi, tra assassini e briganti, otto tormentatissimi anni, durante i quali trovò la forza di tradurre i Dialoghi di Luciano e scrivere un breve romanzo ambientato nell'antica Grecia – I neoplatonici – su cui torneremo fra breve. Nel 1859, a lui e ad altri sessantacinque condannati politici, il governo borbonico tramutò la reclusione in deportazione negli Stati Uniti. Messi sul vapore “Stromboli”, furono rimorchiati dalla fregata di guerra “Ettore Fieramosca” fino a Cadice, nella cui rada stettero ventiquattro giorni, rigorosamente custoditi ed isolati, in attesa che fosse noleggiata e preparata una grossa nave americana, con destinazione New York. La nave arrivò, vi trasbordarono e partirono. Durante la navigazione gli si presentò un uomo in divisa. Era suo figlio Raffaele che, sospinto da amore paterno, era riuscito ad imbarcarsi sulla nave come cameriere per poi indossare, dopo Capo San Vincenzo, l'uniforme di ufficiale della marina mercantile inglese alla quale realmente apparteneva. In quella foggia, a contatto con il comandante della nave riuscì a convincerlo di invertire la rotta verso l'Inghilterra. Approdati a Queenstown (l’odierna Cobh), in Irlanda, furono tutti liberi. Settembrini si recò con il figlio in Inghilterra, a Londra, restandovi circa un anno per volere di Cavour, ritornando finalmente in Italia nella primavera del 1860, con l'avvenuta unificazione nazionale.

Sotto il Regno d'Italia fu nominato ispettore generale dell'istruzione pubblica ed eletto deputato, mandato che rifiutò per il possibile conflitto di interessi con la carica ricoperta, ma che accettò, quando fu nominato senatore nel 1873. Ebbe l’onorificenza di Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Nel 1861 fu chiamato alla cattedra di letteratura italiana all'Università di Bologna e nel 1862 di Napoli, diventandone in seguito rettore. Dalle colonne del periodico l'Italia polemizzò appassionatamente in difesa di  autonomie e tradizioni della cultura napoletana travolte dall’ordinamento unitario. A studenti dell'ateneo napoletano che si lamentarono di regolamenti che sconvolgevano istituti e costumi locali in nome dell'Unità d'Italia, rammaricato rispose: «Colpa di Ferdinando II! Se avesse fatto impiccare me e gli altri come me, non si sarebbe venuto a questo!»

Sue opere, molte postume, furono: l'Elogio del marchese Basilio Puoti (1847); i tre volumi delle Opere di Luciano voltate in italiano (18611862), editore Le Monnier; i tre volumi delle Lezioni di letteratura italiana (186672); il Novellino di Masuccio Salernitano restituito alla sua antica lezione (1874) e le Lettere dall'ergastolo (18511858), indirizzate per la massima parte alla moglie “Gigia”, le Ricordanze della mia vita (1879); Scritti vari di letteratura, politica ed arte (1879) e l’ Epistolario (1883), a cura di Francesco Fiorentino; i Dialoghi e gli Scritti inediti (1909), a cura di Francesco Torraca. Fu collaboratore dell'"Italia" e de "Il Piccolo" e nel 1866 direttore de "Lo Stivale". Morì il 4 novembre 1876.

Nell’ultimo di una serie di articoli per i 150 anni dell’Unità d’Italia del Corriere del Mezzogiorno   Sergio Lambiase strapazzava la figura di Luigi Settembrini ricordandolo come “un rivoluzionario moderato, un po’ incendiario e un po’ pompiere, che flirta con i mazziniani al punto da fondare una società segreta sul modello della Giovane Italia ma poi disprezza la plebe “fecciosa” (sic!) dei vicoli, vuole combattere i Borboni ma aborrisce le barricate” e come uno che “entra ed esce dalle borboniche galere con la disinvoltura con cui si entrerebbe e si uscirebbe da una stazione termale”. Fin qui, tutto normale. Licenze anche divertenti di un giornalista. Meno divertente, invece, quanto da lui riportato in calce.

Dal grecista e bizantinista Raffaele Cantarella sarebbe stato ritrovato tra gli scaffali della Biblioteca Nazionale di Napoli un breve racconto manoscritto – spacciato per una traduzione dal greco –  intitolato “I Neoplatonici”, anonimo, ma che da una perizia calligrafica sarebbe stato attribuito al Settembrini, trovato ed occultato a suo tempo da Benedetto Croce che lo avrebbe ritenuto lesivo dell’immagine di  un “padre della patria”. Il volume fu poi pubblicato nel 1977 per volere dello stesso Cantarella e qualche lettore di riguardo ipotizzò, malignamente, che il racconto costituisse un’esperienza vista o addirittura vissuta dall’autore, in carcere, negli anni dell’ergastolo. Senza commenti, ne riporto un brano ormai noto come Aforisma del Settembrini:

«Si guardavano l'un l'altro, si carezzavano, si palpavano in tutte le parti della persona, si baciavano negli occhi, e nella faccia, e nel petto, e nel ventre, e nelle cosce, e nei piedi che parevano d'argento: poi si stringevano forte, e si avviticchiavano, e uno metteva la lingua nella bocca dell'altro, e così suggevano il nettare degli Dei, e stavano lungo tempo a suggere quel nettare: ed ogni tanto smettevano un po' e sorridevano, e si chiamavano a nome, e poi nuovamente a stringere il petto al petto e suggere quella dolcezza. E non contenti di stringersi cosi petto a petto l'uno abbracciava l'altro a le spalle, e tentava di entrare fra le belle mele, ma l'altro aveva dolore, e quei si ritraeva per non dare dolore al suo diletto.»



 

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