Da via Marotta a piazza Mercato (5)

Sant’Eligio Maggiore

di Elio Barletta

   

Alla quinta puntata del percorso idealmente compiuto con i lettori, siamo ormai all’aggregato urbano che una volta costituiva il Borgo Sant’Eligio e che oggi – con lo stesso nome – identifica la via, la piazza e la chiesa all’interno della quale è conservata la statua qui raffigurata.

Il riferimento al Santo – vescovo francese, nato nel 588 circa a Chaptelat, nel Limousin, da famiglia gallo-romana di condizioni modeste – trae origine dall’arte dell’oreficeria e della moneteria da lui apprese a Lione ed approfondite a Parigi, avendo per maestri persone introdotte alla corte del re Clotario II che gli valsero la svolta fondamentale della vita. Fu infatti la doppia costruzione di un trono d'oro, da lui eseguita per commissione del sovrano, a fargli ottenere le felicitazioni e la fiducia del re che lo nominò successivamente suo orefice e monetiere. Alla morte di questi, il nuovo re Dagoberto I lo confermò monetiere regale, gli affidò inoltre missioni speciali – fondazione di un monastero femminile dedicato a San Marziale di Limoges ed incessante opera contro la corruzione dilagante nel regno – per elevarlo, nel 641, a vescovo di Noyon-Tournai, consacrato il 13 maggio dello stesso anno. Fondò molti monasteri nella sua diocesi ed intraprese numerosi viaggi apostolici fin nelle Fiandre per convertire i pagani. Morì nel 660 e le sue reliquie furono poi solennemente riportate dall'Olanda a Noyon. Il suo culto si diffuse rapidamente dal nord della Francia in Germania ed in Italia, particolarmente a Roma, Napoli e Bologna. È patrono di orefici,  maniscalchi, fabbri, mercanti di cavalli ed, attualmente, di meccanici e metallurgici. Considerato anche patrono dei cavalli, la cerimonia della benedizione di questi animali si fa ancora il giorno della sua festa – il 1° dicembre – in molte province francesi.   

Arrivando dalla zona degli Orefici percorriamo via Scialoia e Rua Toscana. Quando imbocchiamo via Sant’Eligio siamo al Borgo e subito intravvediamo di faccia la snella costruzione a due piani che – sovrastando la strada – ha la funzione statica di collegare la torre campanaria della chiesa ad un edificio vicino. Ostruirebbe il passaggio a pedoni e mezzi se non vi si inserisse un arco quattrocentesco a tutto sesto – il cosiddetto “arco dell’orologio” – restaurato ed in parte rifatto nell’Ottocento ed eternato in tutta la pittura di quel secolo: celebre, al riguardo, il dipinto di Vicenzo Migliaro. 

Le due facciate opposte della costruzione prospicienti ai due versi della strada sono perfettamente simmetriche: presentano al primo piano, in stile gotico, i due quadranti dell’orologio che caratterizza l’arco ed al secondo piano, anch’esse gotiche, due snelle finestrine dai battenti ermeticamente chiusi. La prospettiva che si rivela secondo il verso del nostro percorso è felicemente rappresentata in una foto storica del 1890. La piccola piazza ai piedi della torre è detta di “Marianna 'a capa 'e Napule” per quel busto di epoca romana (di cui discutemmo due puntate fa) che prima si affacciava al primo piano della costruzione e che poi è stato rimosso per trasferirlo in Palazzo San Giacomo. L’aspetto degli edifici fortunatamente risparmiati dall’a-vanzata inesorabile del cemento armato resta quello di vari secoli fa, ma sfortunatamente peggiorato dal degrado di una manutenzione inesistente e di sistemazioni urbane arbitrarie, prive di gusto.

Passando sotto l’arco e voltandosi per sostare ed ammirare le immagini della facciata retrostante – che qui preferiamo riportare in tre riquadri secondo altrettanti diversi punti di osservazione delle strutture – l’arco dell’orologio si va ad inserire nel fitto ed ineguagliabile gioco di superfici e di linee imposto dall’intima connessione alle mura della chiesa.

Sotto la cornice dell’orologio sono rappresentate due testine, una di maschio adulto barbuto e l'altra di giovane femmina, che – secondo quanto tramandatosi da epoca cinquecentesca e reso celebre dal racconto giovanile di  Benedetto Croce L'arco di S. Eligio ed una leggenda ad esso relativa, inserito nel 1° volume della già citata raccolta storica Napoli Nobilissima del 1892 – sarebbero stati i protagonisti di una tragica storia d’amore. Lui è il Caracciolo, un nobiluomo senza scrupoli che, invaghitosi di una giovane vergine, è impossibilitato a possederla per le resistenze che lei stessa gli oppone. Allora fa sì che il padre dell’amata sia condannato ingiustamente per un reato non commesso, in modo da poterne ottenere, in cambio di una ipocritamente generosa liberazione, la resa della fanciulla ai suoi desideri. Il padre della sventurata viene effettivamente liberato, ma la sua famiglia non si piega e chiede giustizia ad Isabella, figlia del sovrano Ferdinando II d'Aragona, ottenendo, come condanna, che il Caracciolo sposi forzatamente la giovane, in modo da renderla esclusiva ereditiera dei suoi beni, e successivamente venga giustiziato mediante decapitazione.  

Una nota particolare merita l'orologio, che un riferimento storico piuttosto vago fa risalire ad inizio '500 ed uno fondato a fine '500. È rimasto fermo e gravemente danneggiato dal 28 marzo 1943, il giorno in cui nel vicino porto saltò tragicamente in aria la nave mercantile "Caterina Costa", carica di 6000 tonnellate di esplosivo, provocando, da sola, oltre 600 morti e 3000 feriti. Dopo cinquant'anni di inattività, l'8 maggio 1993 ha ripreso a segnare le ore, grazie ad una serie di iniziative – concerti di musica sacra e salvadanai nei negozi della zona per la raccolta di fondi per il restauro ed il ripristino del secondo quadrante, quello rivolto verso San Giovanni a Mare – a cura dell'associazione culturale "nea Ghenesis", della Parrocchia di Sant'Eligio Maggiore e della Circoscrizione Mercato. Gli alunni della S.M.S. “Paolo Borsellino” hanno completato tanta solidarietà adottando il monumento.

Quanto concerne la chiesa – Sant’Eligio Maggiore – occorre precisare che della sua storia, dei suoi tesori andati in buona parte perduti, degli avvenimenti più o meno prevedibili e più o meno opportuni che l’hanno coinvolta, è ricca la letteratura locale e nazionale. Con l’ausilio di qualche esperto che ci accompagna ricorderemo qui quel tanto che serva a valorizzare ciò che scopriamo con gli occhi. Quante volte siamo passati accanto a queste mura senza soffermarci? Eppure si tratta di uno dei cimeli più belli del centro storico – inserito nel primo dei tredici Decanati in cui è stato recentemente suddiviso il territorio dell’Arcidiocesi – il più antico esempio cittadino risalente all’epoca angioina di perfetto stile gotico–provenzale.   

Nella ricca antologia di memorie racchiuse fra quelle mura è vivo anche il fascino di tante vicende di re e regine che si avvicendarono sul trono di Napoli. L’edificazione del tempio – con annesso ospedale – risale al 1270. La zona era detta “Campo Moricino” (attuale Mercato) e, pur essendo già allora ritenuta depressa, aveva grande importanza perché prossima alla porta del Carmine, una delle principali vie d'uscita dalla città verso l'interno della regione. La chiesa – inizialmente dedicata ai tre santi francesi  Eligio, Dionisio e Martino e, successivamente, secondo la tradizione per sorteggio, al solo Eligio – fu voluta da Carlo I° d’Angiò proprio quando ci si accingeva a processare e giustiziare Corrado V°, più noto come Corradino di Svevia, ultimo re degli Hohenstaufen. Godette pertanto per generazioni della protezione e dei privilegi reali di Carlo e Giovanna I° d’Angiò, nonché di Alfonso I d'Aragona. Infatti l’intero complesso, oltre i periodi Angioino e Durazzesco, ebbe notevole importanza anche nei successivi periodi Aragonese e Vicereale. Nella prima metà del XVI secolo, il viceré spagnolo Don Pedro de Toledo vi fondò l'Educandato femminile, chiamato “conservatorio per le vergini, destinato a giovinette da indirizzare al servizio infermieristico del vicino ospedale. In quei locali è ancora conservata la Madonna della Misericordia dalla faccia tagliata che, secondo la leggenda, avrebbe perso sangue per uno sfregio praticatole sul volto.

L'ingresso è quello laterale destro, perché il portale principale ha perduto la sua funzione per stratificazioni strutturali varie. Varchiamo lo splendido portale del Duecento –  unico a Napoli – che nel gergo architettonico è definito come “strombato a cuspide”, cioè circondato da più cornici ad arco a sesto acuto e decrescenti che scavano la muratura fino all'apertura vera e propria. Intagliato in piperno, con stipiti costituiti da colonnine a fascio, è di tipica fattura gotica trattata da mano francese. Entriamo in un momento fortunato per assenza di funzioni religiose.

 L'interno, elegante ed austero – ormai restituito all'originaria struttura in muratura di tufo giallo e strati di piperno grigio, secondo lo schema tipico delle chiese napoletane tra il ‘200 e il ‘400 – è a quattro navate, le prime tre a sesto acuto, la quarta con archi rinascimentali a tutto sesto, aggiunta alla fine del ‘500. Lungo i lati della navata centrale corrono tre archi grandi con pilastri, sui quali emerge una nuova fila di archi più stretti a sesto acuto, il tutto completato dal transetto e dall'abside poligonale, poco profonda e con copertura ad ombrello, più due cappelle rettangolari sui fianchi.  La copertura della navata centrale e del transetto è a capriate lignee, quella delle navate laterali e dell'abside è invece a volte dotate di costoloni, gli elementi tipici che nell'architettura romanico–gotica servono a convogliare le spinte ai pilastri di sostegno.

Nell’intera esistenza del monumento sono fondamentalmente quattro i tipi di avvenimenti che l’hanno coinvolto.

È stata innanzi tutto notevole l’acquisizione di manufatti di altissimo pregio artistico dei primi secoli. Ricordiamo:

·         lo stupendo soffitto del ‘400, dell’intarsiatore, scultore e architetto toscano Giuliano da Maiano (Fiesole), fratello di Benedetto;

·         l’organo in pregiatissima fattura lignea del 1505 dell’architetto anch’esso toscano Giovanni Francesco Donadio, detto il Mormando;

·         la cappella dedicata a Sant'Angelo iniziata nel 1531 con dipinti di Giovan Paolo de Lupo e Giovanni Antonio Endece.

Il ricco patrimonio acquisito ha però comportato restauri e rifacimenti spesso dannosi per la conservazione dell’impianto originario. Non si possono ignorare infatti:

·         la cancellazione all'interno della Chiesa di tutte le tracce dell'epoca Angioina per il rifacimento e ricoprimento con stucchi operato fra il 1835 ed il 1845;

·         la scomparsa del soffitto quattrocentesco per il restauro dell'architetto Orazio Angelini del 1836.  

Del tutto negativo, poi, è stato l’uso della struttura per destinazioni abusive del tutto contrastanti  con la natura del tempio, quali:

·         l’occultamento della facciata principale all'interno di un modesto fabbricato di uso civile agli inizi del XVI secolo;

·         l’apertura di un Banco restato attivo dal 1592 al 1806, poi confluito nel  Banco dei Privati ed  in quello delle due Sicilie;

·         l'utilizzazione dell’edificio attiguo alla Chiesa nell'Ottocento e nel Novecento utilizzato da caserma, istituto scolastico, ufficio comunale o del Commissario di Governo.

Ma i danni irreparabili a buona parte delle opere d’arte contenute nel tempio sono le sparizioni dovute a furti occasionali e più ancora ai saccheggi saraceni, nonché le distruzioni provocate da terremoti e dalla seconda guerra mondiale, con il tremendo bombardamento aereo alleato del 4 marzo 1943. Il triste bilancio annovera la perdita di:

·         un dipinto di Massimo Stanzione raffigurante i tre santi francesi già menzionati;

·         un dipinto di Cornelio Smet che rappresentava il Giudizio Universale;

·         una tela di Francesco Solimena posta nella Cappella di San Mauro;

·         una grande rappresentazione in terracotta di Domenico Napoletano sulla parete all'inizio della navata centrale, già perduta nel 1700 e citata in una famosa lettera del Summonte del 1524, di cui restano la monumentale incorniciatura marmorea del 1509, attribuibile all'officina del Malvito ed alcune teste ed ornati trovati negli ultimi lavori di restauro ed ora sono conservati nel Museo Civico di Castelnuovo;

·         affreschi del XIV e XV secolo ricoprenti completamente le pareti interne di cui restano solo pochi e danneggiatissimi frammenti pittorici sul sottarco a destra dell'altare maggiore, nei pressi dei finestroni del transetto a sinistra, su di un pilastro all'inizio della navata sinistra, in basso (tracce trecentesche di un "Santo Vescovo"), sulla parete soprastante l'ingresso (brandelli di una Crocifissione datata 1478);

·         affreschi del XIX secolo, opera di pittori napoletani di scuola giottesca di cui restano frammenti nella quarta navata.

Nel gioco surreale fra strati di penombra solcati da mistici pennelli di luce provenienti dai solenni finestroni si delinea poco a poco ciò che resta.

Sul fondo della navata centrale la cappella Rinascimentale, eretta da una confraternita di macellai, come attesta l'iscrizione datata 1509 sull'arco intagliato in marmo: "I macellai al loro patrono S. Ciriaco", che Gaetano Filangieri ritenne "opera assai pregevole sulla maniera delle sculture del maestro Tommaso Summalvito da Como".

Nella stessa cappella, la croce in marmo della prima metà del '400, sul cui retro c'è l'effigie di Sant'Eligio.  La cappella del SS.mo Sacramento, alla destra dell'altare maggiore, con l'icona della "Madonna alla Purità", molto venerata fin dai tempi di Sant'Alfonso.

Sul lato sinistro dell'altare maggiore due lastre marmoree raffiguranti, una la Vergine tra Sant'Eligio e Santa Chiara d'Alessandria, l'altra il Cristo benedicente tra S. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista, resti di un sepolcro di una certa famiglia Boletto, opere di ignoto scultore, datate 1341.

La colonna di fronte all'abside sormontata da una croce marmorea gotica sulle cui facce sono scolpiti il Crocefisso e Sant'Eligio.

Lasciamo la chiesa per inoltrarci nei bei chiostri della fine del XIV secolo, con pilastri di piperno; in uno di essi ammiriamo una grande fontana seicentesca. Ai piani superiori resterebbe da vedere un ampio salone affrescato da Angelo Mozzillo, del 1787, con scene dalla Gerusalemme Liberata, ma si è fatto tardi.

Usciamo fuori ad ammirare le forme gotiche ripristinate nuovamente dai recenti complessi restauri e la bellissima abside che volge verso Piazza Mercato. Non i murales di ignoti vandali – pardon “artisti” – che imbrattano – pardon istoriano – uno dei due lati del muraglione esterno.

 

Napoli, 29 giugno 2011

 

(5 – continua)