NOTA

di Elio Barletta

Nell’ambito delle iniziative per celebrare il 90° anniversario del liceo Jacopo Sannazaro, domenica, 9 ottobre scorso, nella sala del cinema America Hall, in via Tito Angelini, Napoli, è stato presentato il 2° volume di memorie, edizione Guida, riservato agli anni scolastici del periodo 1950/51–1979/80. Il 1° volume, edizione Loffredo, riservato agli anni scolastici del periodo 1919/20–1949/50, con analoga cerimonia e nello stesso locale, fu presentato domenica, 14 dicembre 2009. Non informato a tempo di quella prima pubblicazione tentai di far inserire nella seconda un mio testo, ovviamente più sintetico di quello sottostante. Mi fu decisamente negato per un vero e proprio ostracismo e, del resto, di tale seconda pubblicazione, probabilmente per mancanza di fondi, se ne perse anche la traccia. Morale: non ho potuto far inserire i miei ricordi fra quelli di tanti altri ex sannazarini più o meno giovani di me. Lo faccio più ampiamente in questa sede convinto che chiunque legga il mio scritto, prescindendo dalla mia stessa persona, non potrà fare a meno di prestarvi la debita attenzione per quanto in esso raccontato con sincera ed intima commozione e senza la retorica con cui si rievoca spesso il passato.  

Le foto inserite riguardano me ed i miei compagni:

Al 1° liceo, sez. A, anno scolastico 1947/48, con la professoressa di matematica e fisica Ignazia Casarubea Zurlo.

Al 3° liceo, sez. A, anno scolastico 1949/50, con il professore di latino e greco Umberto Di Chiro e la suddetta Zurlo.

In una cena precedente al Natale 1990.

 

IL MIO SANNAZARO

Quel venerdì, 28 luglio 1950, con gli orali delle materie del 2° gruppo – filosofia, storia, scienze, matematica e fisica – ipotecavo la mia maturità classica. Gli scritti – temutissima la versione italiano–latino – erano iniziati il 3 del mese (giorno dei miei 18 anni) con la prova di italiano. La sostenni scegliendo il 3° tema, un brano del ministro liberale Quintino Sella, definito a gran voce “insulso” dal  commissario professore Ettore Gentile, fervente comunista del primo dopoguerra. Gli orali delle materie letterarie – come gli scritti, soddisfacenti – li avevo sostenuti a metà mese. Dal lontano gennaio, senza pause festive o pomeridiane, anticipavo la sveglia celata sotto il cuscino per mettermi a studiare alle 5. L’unico diversivo era andare a scuola, per poi rincasare, pranzare e riprendere fino a mezzanotte. L’intero giugno, a lezioni concluse, fu di segregazione assoluta. Il risultato, decisamente buono per quei tempi – maturità in 1a sessione, tutti 6 e un 7 in greco – mi ripagava della tensione accumulata. Si spalancava il futuro ed avrei dovuto essere felice. In fondo lo ero, ma non troppo. Lasciavo il “Sannazaro”, otto anni di vita scolastica – dal 1° ginnasio fino al 3° liceo – trascorsi in sezione A, quella che si soleva presuntuosamente considerare come la migliore.

Scrivo otto anni e non cinque, perché nell’edificio attuale – vigendo all’epoca l’ordinamento scolastico del filosofo e ministro Gentile – erano incorporate anche le prime tre classi, quelle che successivamente avrebbero costituito la scuola media unica. Il suolo su cui sarebbe stato costruito il plesso per le successive “Viale delle Acacie” e “Giulio Cesare” costituiva un terrapieno rialzato e recintato sul quale si svolgevano, clima permettendo, le nostre esercitazioni di educazione fisica all’aperto. Non si trattava di un’aggregazione alle classi superiori soltanto strutturale; il preside dell’intero complesso era unico ed unico era considerato il ginnasio costituito da cinque classi, tre per l’inferiore e due per il superiore, separate fra loro dall’esame di licenza media. Del resto, la quasi totale appartenenza alla borghesia degli studenti frequentanti dava a quei primi tre anni di ginnasio il vero e proprio significato di stadio propedeutico per il quasi scontato prosieguo degli studi classici, che al Sannazaro erano unanimemente apprezzati per la loro severità e capacità di formazione.

Malgrado i 61 anni ormai trascorsi, i frammenti di personaggi ed episodi di quel periodo mi appaiono nitidi, incastonati in quella veloce e drammatica successione di eventi cittadini e nazionali – per non dire europei o addirittura mondiali – che per noi italiani portarono alla disfatta nel conflitto voluto da Mussolini, al crollo della dittatura fascista, alla liberazione dai nazisti, allo Stato democratico, alla Costituzione repubblicana, alla Ricostruzione della Nazione. Fra le tante leve di studenti avvicendatesi, non si può negare che la mia sia stata forse l’unica che ha vissuto tutti quegli avvenimenti durante l’intero ciclo di studi al Sannazaro, acquistando di fatto la caratteristica singolare di vera e propria “generazione di transizione” fra due concezioni diverse ed opposte della società. Vi entrammo da bambocci mascherati da balilla e piccole italiane che adoravano il Duce; vi uscimmo da giovani ben consapevoli della libertà acquisita e del prezzo che era costata. 

Iniziai il 1° ginnasio nell’autunno del 1942, quando a Stalingrado e ad El Alamein le sorti delle potenze dell’Asse si mettevano al peggio, ma – con radio e giornali sotto censura – la propaganda ripeteva il fatidico “Vincere!”. Da balilla in vana attesa del moschetto, pregno dei contenuti dei libri di stato della scuola elementare – che conservo come monito per i discendenti – vedevo nel Duce il buon papà di tutti i bimbi d’Italia. I miei temi, spesso letti in classe dalla cara Antonietta Pagliano – squisita professoressa precocemente scomparsa alcuni anni dopo – grondavano patriottismo d’occasione. Furono le adunate pomeridiane del sabato ad aprirmi gli occhi, quando nel cortile suddetto di Viale delle Acacie, oggi Via Puccini, dopo un’ora di inquadramento in divisa – con frequenti e ossessivi ordini di passare dall’attenti al riposo, dall’avanti marsch al dietro front – si sfilava per le indifferenti vie del Vomero fino allo Stadio “del Littorio”, oggi Collana, dove analoga pantomima si concludeva con i soliti sproloqui dei gerarchetti di quartiere sulla bontà della guerra e sul suo esito vittorioso. In barba al titolare di educazione fisica, bardato da burbero ufficiale della GIL, cominciammo in diversi a sabotare quel cerimoniale: dopo l’appello, scavalcavamo furtivamente i cancelli posteriori e filavamo dritti a casa, inconsapevoli di compiere i primi passi verso l’antifascismo.

Si arrivò alle ore 17 di quel tremendo 4 dicembre – altro venerdì – con il primo massiccio e terrificante bombardamento aereo degli Alleati su Napoli. All’uscita dal turno pomeridiano di lezioni del 1° ginnasio, mi costrinse a riparare nel primo ricovero a portata di gambe. Le scuole furono subito chiuse, si sfollò in massa dai centri urbani verso le campagne. La mia famiglia, dopo 28 giorni di esperienza primitiva nel fango di Frignano e di odissee quotidiane dei miei genitori per recarsi al lavoro, preferì tornare fra i pericoli della città. Vennero quindi quei 9 tremendi mesi del ’43. Addio  compagni e spensieratezza. Napoli era segnata da una tragica sequenza di eventi: morti e feriti sotto i crolli degli edifici bombardati e per lo scoppio di una nave in porto, scarsezza di viveri, morsa del contrabbando, assenza di notizie dei cari dai vari fronti di guerra, critica convivenza con i tedeschi dopo la caduta del fascismo, giorni di terrore dopo l’armistizio, impegno collettivo nel sottrarre giovani uomini ed ebrei alle retate nazifasciste, case senz’acqua, luce, e gas, l’insurrezione popolare delle Quattro Giornate, la liberazione.

Quella transizione di regime per la mia famiglia significò quindici mesi di assenza di notizie di mio padre che –  distolto dalla cattedra di professore al Nautico di Napoli (l’Istituto che lo ha visto  nella triplice veste di alunno, docente e preside) in quanto richiamato in guerra quale ufficiale di complemento della Marina – al momento dell’Armistizio era responsabile della Capitaneria di Porto di Argostoli, capoluogo di Cefalonia. Dovrebbe ormai essere noto ai più che quel-l’isola, con la non lontana Corfù, restò funestamente famosa per l’olocausto a cui la Divisione Acqui ed i reparti di altre Armi ad essa aggregati andarono incontro, in quel tragico settembre 1943, per non aver voluto cedere le armi e consegnarsi all’ex alleato tedesco diventato nemico e per essersi dovuto arrendere dopo sette drammatici giorni di battaglia perché privi di qualunque appoggio aeronavale dall’Italia liberata che fronteggiasse l’azione dei tremendi Stukas.

In quei quindici mesi, in una Napoli stravolta per l’elevato numero di vittime (circa 30000 dei  bombardamenti anglo–americani e circa 500 delle Quattro Giornate) e di perdite del patrimonio urbano ed artistico, ci arrivavano notizie sempre più dettagliate sull’eccidio dei nostri connazionali perpetrato dagli uomini della Wermacht nelle due isole Ionie. Durante l’intero 2° anno di ginnasio e per un buon bimestre del 3° sono andato a scuola con grandissima angoscia perché – senza confessarlo nemmeno a mia madre –  nutrivo dentro di me con sgomento la quasi certezza di essere rimasto orfano.

Ma per estrema fortuna (o, se si vuole, per prodigio), mio padre superava ogni prova. Innanzi tutto, il 22 settembre 1943, sopravviveva illeso alle raffiche di mitra ed ai colpi di grazia di un plotone di esecuzione tedesco, per poi affrontare le peripezie della fuga, i rischi della mimetizzazione fra i civili ed infine quindici mesi di clandestinità che lo portarono – grazie ai partigiani locali – sul continente greco fin sui monti dell’Acarnania, in un primitivo villaggio di pastori: un’autentica lotta quotidiana per l’esistenza fatta di aiuti provvidenziali da generosi sconosciuti, di lavori rurali pesanti, di riposo notturno su pagliericci in capanne infestate dai topi o sulla nuda terra all’aperto, di pericoli di essere nuovamente catturato, di abbrutimento fisico e morale, malaria, abiti lerci, pidocchi, aspetto ripugnante e via via fino al sospirato sbarco delle truppe inglesi ed al conseguente, memorabile rimpatrio.

In ottobre finalmente ripresero le scuole, quindi il Sannazaro. Requisito l’edificio dalle truppe alleate, fummo per un anno ospitati alla buona nell’Istituto di Maria Ausiliatrice in via Alvino e l’anno successivo nell’edificio di via Cimarosa, sotto alle scale di via Cimarosa. Di quel ginnasio inferiore ricordo due voci di professori: la  categorica del responsabile, il calabrese Bellusci, e quella cavernosa del vice, il napoletanissimo Scognamiglio. Là facemmo conoscenza con Macario Marmo, fisico e tempra forti di insegnante, che ci torchiò fino alla licenza ginnasiale con quel suo inglese fatto di letture dalla raccolta “The Family Brown” e l’imperativo di collezionare i centinaia di bigliettini recanti su un lato vocaboli italiani e sul retro l’equivalente albionico, arricchito dai simboli della fonetica internazionale.

Del ginnasio superiore, biennio 1945–47, unico periodo trascorso in classi miste – dove la coesistenza fra le femminucce alle prime file di banchi ed i maschietti dietro si riduceva al solo vedersi a scuola – è sovrastante il ricordo di Riccardo Di Chiara, imponente professore di lettere che all’inizio ci seppellì di 1 e 2 alle versioni, per poi promuoverci anche con 7 e 8. Alla fama di ottimo grecista accoppiava il romantico passato di frate che aveva abbandonato il convento per sposare una ex ballerina ed avere un figlio che, ancora bambino – se ne vantava a lezione – portava ogni mattino al balcone a vedere il sorgere del sole “per insegnargli a leggere nel gran libro della natura”. Né posso dimenticare la pirotecnica Elena Parlato, 60 minuti di lavagna riempita di formule ed espressioni algebriche spiegate in modo eccellente, ma troppo frenetico per essere comprese dai meno bravi.

E finalmente ecco i tre anni di liceo, con professori fra loro molto diversi sui quali si staglia immensa la figura di Umberto Di Chiro, con mia somma amarezza quasi ignorato nel 1° volume di memorie dell’Istituto. Molisano di Vinchiaturo (CB) – dove gli è stata dedicata una via – magro, compassato, sornione, in doppiopetto grigio, centellinava con garbo l’immensa cultura che si portava dentro senza averci mai mostrato un suo scritto. Uno spettacolo delizioso, un tantino inquietante per noi al pensiero che, interrogandoci, potesse chiederci solo un quarto di ciò che diceva. Dallo strazio di Edipo ai papiri di Menandro, dal passeggio di Orazio nel Foro alle odi di Catullo per le amanti, da Asinio Pollione a Calpurnio Pisone, era tutto un susseguirsi di immagini puntualmente chiuso dalla frase: “Giovanotti miei, queste sono cose fondamentali della letteratura universale”. Leggendo i tragici, non gli bastavano sintassi, stile, metrica; preso da fervore interpretativo, lasciava la cattedra per avanzare in piedi verso di noi e mimare, con nostro sommo gaudio, i ritmi di corifeo e coreuti. Per non parlare della commedia dissacrante di Aristofane: odo ancora quel “Brechechechè, coà, coà” del coretto de “Le Rane”.

Per l’italiano avevamo Domenico Lanza, per noi “Mimmo”, un bassotto dalla mascella prospiciente che m’indusse a disegnare la mia prima vignetta. Schivo nei modi e asciutto nel linguaggio, era singolarissimo nel ripetere alcune sillabe di una singola parola come, ad esempio, “Guido Guini Guini Guinizelli” o “letteratura prove prove provenzale”. Amava i contenuti forti: il Dante dell’Inferno, il Boccaccio, il Machiavelli, il Foscolo. Nel commentare la vita dei grandi il suo tono di voce andava rattristandosi fino al consueto “E così si spense”. Come trascurare poi Maria Girosi, morta quasi centenaria alcuni anni fa, nostro vanto e tortura. L’avremmo uccisa quando ci spediva a posto con tanto di 4; ma poi, vogliosi  di riscattarci con lei – unica docente di Storia dell’Arte in Napoli che osava bocciare – correvamo a rifornirci di foto Alinari, a quel tempo le sole disponibili immagini artistiche. Di Ignazia Zurlo resta quella bonarietà di madre di famiglia non disgiunta da una grande suscettibilità, come conferma quel rimando ad ottobre di due compagni studiosi, colpevoli di essersi fatti scoprire nell’imitarla in quel suo gergo siculo–matematico ricco di  “ichisis”, “ipisilon”, “sigghima” e “segghimenti”.

Dulcis in fundo le nostre tre vittime predestinate. In primis Giuseppe De Pertis, sostituto del lungamente infermo Nicola Nicolini; i più preparati gli ponevano cavillosi dubbi di filosofia – la materia che dominava meno della storia - per indurlo a spiegare e non interrogare. Gliene facemmo di tutti i colori al punto che, nell’ultima sua lezione in 3a, ci confessò –  turbandoci molto – che aveva compreso di non essere più al passo con la Scuola. Infatti si collocò a riposo subito dopo. Un caso a parte era Renata Mazzola, una tranquilla signora  che, dopo aver fatto l’appello interrompendosi più volte per dare uno sguardo al giornale, ci approcciava alle scienze naturali facendoci aprire le finestre a qualunque temperatura per rinnovare l’aria, ma per poi essere indotta a farle chiudere a causa delle nostre fittizie e fragorose crisi di tosse e starnuti. Patetico infine Padre Gennaro Nardi – trentennale autore di testi di religione – che, appena in classe, ci faceva alzare in piedi per la recitare la “preghierina”, provocando, ovviamente, i nostri immancabili atteggiamenti di “distaccati non credenti”, malgrado fossimo in gran parte cattolici o almeno non atei. In una lezione dell’ultim’anno – il 18 dicembre 1949, giorno della ricorrenza della nascita di Stalin – lo accogliemmo con le prime due fila di banchi interamente occupate da compagni sfoggianti pullover rosso carminio ed un ritratto del dittatore bolscevico posto sul fondo della parete. Alla sua richiesta di spiegazione di quella “inqualificabile e stupida pagliacciata”, uno di noi – oggi professore emerito di Economia e Commercio – con fare riverente gli chiese “un po’ di rispetto per un capo di Stato che per altri popoli era ritenuto un dio”. Al grido strozzato di “Figliolo, tu bestemmi” il reverendo lo mise  alla porta.

 

Non posso trascurare le astensioni dalle lezioni – impropriamente detti scioperi – che fin da allora vivacizzarono il corso di ogni anno scolastico. Ovviamente le motivazioni di protesta dettate dalla politica contingente erano tutte dedite alle condizioni del trattato di pace imposto all’Italia: la perdita dei territori di Libia, Somalia, Eritrea, Fiume, Pola, Trieste e della nave–scuola Colombo. Autentici pretesti per chiedere al professore Cascetta – convinto nazionalista – la bandiera da portare in corteo (per poi andare invece a giocare a  pallone a “Santa Chiara”, com’era chiamata la spianata incolta dove attualmente sorge il mercato coperto dell’Arenella). Finché esagerammo a tal punto  che un giorno, spazientito, ci negò il vessillo ed il sostegno dicendoci: “Avevamo una flotta di centinaia di unità; se volgiamo fare un giorno di sciopero per ognuna di esse chiudiamo bottega!”. Nelle successive agitazioni, il preside Onetti – uomo d’azione differente da quel letterato puro del predecessore Ansalone – prese ad uscire in strada per affrontarci, inseguirci ed indurci ad entrare in classe; tattica però perdente perché, malgrado inviasse per vie laterali il vice preside con altri professori per tentare un accerchiamento,  determinava il nostro massiccio e veloce arretramento in piazza Fuga, destando molta ilarità e ricchi rifornimenti di crocchè e paste cresciute presso la friggitoria all’angolo di Via Kerbaker, tutt’ora esistente. Otto anni di Sannazaro, sempre più lontani, eppure, mai come adesso per me, così vicini!  

 

Napoli, 12 ottobre 2011

 

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