Napoletani di nascita o d’adozione

Salvator Rosa

 

di Elio Barletta

 

Nel 1598 il Regno di Spagna – al massimo del suo fulgore – si trovò ad affrontare il tema della successione. Morto infatti Filippo II, saliva al trono suo figlio, Filippo III, a cui spettava, per discendenza da Carlo V, anche la sovranità su Portogallo, colonie d'America, parte dei Paesi Bassi, regno di Napoli, Sicilia e Sardegna. A Napoli, dopo i tre Viceré Fernando Ruiz de Castro, Enrique de Guzmán, conte di Olivares e Juan Alonso Pimentel de Herrera, nel 1610 assumeva la carica Pedro Fernández de Castro, i cui interventi – prevalentemente concentrati sulla città – favorirono iniziative notevoli: costruzione di edifici e rinnovamento strutturale dell'università;  valorizzazione dell'Accademia degli Oziosi, con adesione di Giovan Battista Marino e Giovanni Battista Della Porta; costruzione del collegio dei gesuiti intitolato a San Francesco Saverio e di un complesso di fabbriche presso porta Nolana; inizio delle prime opere di bonifica, canalizzazione delle acque ed estinzione delle paludi nella pianura del Volturno – con affidamento a Domenico Fontana del progetto dei Regi Lagni – e risanamento del Lago Patria.

In tale cornice già esistevano due nuclei abitativi, ai quali si accedeva per erti sentieri percorsi prevalentemente a dorso d'asino – il Villaggio Arenella e le Due Porte – che, fondendosi, avrebbero costituito l’attuale popolatissimo quartiere Arenella, il cui nome deriva probabilmente dall’antica piccola arena – attuale piazzetta – all’epoca  sede di incontri, mercati e manifestazioni varie, civili e religiose, oppure dai detriti arenosi trasportati e deposti dall’acqua piovana proveniente  dalla collina dei Camaldoli.

Fu lì che il 21 luglio 1615, in una delle prime ville di notabili già dimore di villeggiatura - abbattuta nel 1938 per un riassetto urbanistico – da Antonio Vito de Rosa, un avvocato, e da Giulia Greca nacque quel Salvatore rimasto celebre nella storia della letteratura e delle arti come Salvator Rosa, figura eminente di pittore, incisore e poeta italiano dell’epoca barocca. Una doppia versione biografica lo vuole – a 6 o a 17 anni – rimasto orfano di padre con i fratelli Giuseppe e Giovanna. Di sua madre se ne perdono le tracce. Si sa solo che fu messo in convento, assieme a Giuseppe, o dal nonno Greco Vito (o dal padre, se ancora vivo) per farlo studiare ed avviarlo alla carriera ecclesiastica o alla professione forense. Anche per l’identità del convento c’è incertezza: quello dei “Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio”, ossia dei Padri “Scolopi” o “Piaristi", ordine fondato dallo spagnolo José de Calasanz, in italiano Giuseppe Calasanzio, oppure quello della “Compagnia dei servi dei poveri" diventata dei “Chierici Regolari di Somasca (località presso Vercurago, in provincia di Lecco), perciò Padri “Somaschi”, fondato dal laico Girolamo Emiliani proclamato santo. 

 

Ma il giovane manifestò subito interesse per l'arte, favorito dalla possibilità di apprendere i primi rudimenti della pittura da uno zio materno, circostanza che fu base di partenza per un’ascesa qualitativa notevole, grazie alla statura dei tre maestri pittori di cui divenne successivamente allievo: il pugliese Francesco Fracanzano, che dalla nativa Monopoli – la cittadina barese caratterizzata dalle sue “cento contrade” – si era trasferito definitivamente a Napoli nel 1656; il napoletano Aniello Falcone, la cui bottega era un’autentica fucina di giovani intenti ad apprendere i segreti di una pittura da molti nientemeno paragonata a quella del contemporaneo Velasquez; lo spagnolo Jusepe de Ribera, o José de Ribera, di pseudonimo Spagnoletto affibbiatogli per la sua bassa statura, uno dei maggiori esponenti del 600 napoletano.

La bottega di Falcone era molto frequentata da personaggi influenti del mondo artistico che riconobbero in Salvatore un grande futuro; il parmense Giovanni Lanfranco – con il bolognese Guido Reni, uno dei maggiori pittori settentrionali trasferitisi in riva al Tevere (e in fretta passati anche per Napoli) – vedendo il suo talento, gli consigliò di recarsi a Roma per frequentare gli ambienti più infuocati della pittura. I due anni 1634–1635 lo videro interessato alla Scuola pittorica del XVII secolo, quella detta dei bamboccianti, romanizzata dei bambocci ari, ruotante attorno al maestro Pieter van Laerk, soprannominato appunto il bamboccio per il suo aspetto fanciullesco. Ben presto però rinnegò quel linguaggio pittorico. In quel periodo, dedicandosi anche alla coreografia di alcuni spettacoli carnevaleschi in strada – disapprovati dal Bernini – conobbe e collaborò con i pittori barocchi Claude Lorrain e Pietro Testa.

 

Si avvicinò inoltre al gruppo dei cosiddetti “pittori della realtà”: erano fiamminghi, olandesi e italiani operanti a Roma che, su committenza della nobiltà e dell’alta borghesia, ritraevano scene di vita popolare della città papale, con soggetti ai margini della società, ruffiani, ladri, giocatori, bari, prostitute, mendicanti, aventi per contorno simbolico ruderi di epoca romana.  

Chiusa pure tale esperienza, Salvatore tornò a Napoli per dedicarsi alla rappresentazione di paesaggi con scene pittoresche, in un certo senso preromantiche, per la turbolenza degli eventiti in esse raffigurati, tele vendute a prezzi irrisori in una realtà artistica dominata dai tre colossi Ribera, Battistello Caracciolo, Belisario Corenzio.

Sentendosi limitato dalla  loro egemonia, ritornò a Roma nel 1638. Chiamato  dal cardinale Francesco Maria Brancaccio, vescovo di Viterbo, fu da lui invitato a dipingere in quella città l'Incredulità di Tommaso per l'altare della Chiesa Santa Maria della Morte, suo primo lavoro d'arte sacra; in quella città conobbe il poeta Abati che svegliò la sua vena poetica. Salvatore fu infatti artista eclettico e versatile che si espresse anche nella recitazione, nella poesia, nella  musica.

Dall’autunno del 1639 si trasferì a Firenze dove rimase per otto anni, promuovendo – insieme a poeti, letterati e pittori – l'Accademia dei Percossi ed influenzando con il suo linguaggio pittorico molti artisti della zona. Conobbe così Lorenzo Lippi – come lui poeta-pittore che lo incoraggiò a comporre il poema eroicomico Il Malmantile Racquistato e Ugo e Giulio Maffei presso i quali visse per un periodo a Volterra. Da loro sollecitato, compose epigrammi e le sette Satire – il Tirreno, la Musica, la Poesia, la Pittura, la Guerra, l’Invidia, la Babilonia – che per la loro disomogeneità, una certa confusione di idee e la prolissità di stile sono rimaste opere minori poco apprezzate dalla critica. Nello stesso periodo – fra i tanti personaggi raffigurati in dimensioni naturali – fece il suo autoritratto, ora esposto agli Uffizi

 

Con la monografia “Vita di Salvator Rosa” e la prefazione, entrambe scritte di suo pugno, Giosuè Carducci fece pubblicare Satire Odi e Lettere, editore Barbera di Firenze, nel 1860.

Tra le sue opere certe a Napoli: S. Paolo eremita e S. Antonio abate (1634, S. Onofrio dei Vecchi); due episodî delle storie di s. Gregorio Armeno (1635) nella chiesa omonima; Morte di s. Giuseppe (Ss. Trinità dei Pellegrini). Anche suo fratello Cesare  fu allievo del Ribera e lavorò a Napoli e nelle Puglie.

Il vivace artista fu soprannominato "Salvator delle battaglie" per le numerose rappresentazioni pittoriche di grandiose e sceniche battaglie:  Battaglia eroica, Louvre di Parigi. Ma dipinse anche, durante il suo soggiorno fiorentino opere dal tono esoterico e magico: Streghe e incantesimi, National Gallery – Londra; o dai  temi allegorici e filosofici: La Fortuna, Paul Getty Museum –  Apparizione di Astrea – Kunsthistorisches Museum – Vienna

Nota dolente della sua vita, fu la partecipazione, a Napoli, alla “Compagnia della Morte”, un'associazione nata per “uccidere” persone di nazionalità spagnola per “vendicare” la morte di un compagno. Non si conosce però il suo ruolo nell’organizzazione. Con la dissoluzione dell’asso-ciazione e l’arrivo degli austriaci in città, Salvatore si rifugiò a Roma. In questo soggiorno – in una sorta di evoluzione dei precedenti soggetti, principalmente paesaggistici – realizzò opere con nuove tematiche, alcune dal gusto prettamente classico (La morte di Socrate), altre a sfondo mitologico (Humana Fragilitas, cm. 186 x 133, Museo Fitzwilliam – Cambridge). Durante gli ultimi anni romani dipinse due capolavori di soggetto mitologico-morale come Lo spirito di Samuele evocato davanti a Saul dalla strega di Endor, acquistato da Luigi XIV e oggi al Louvre.

 

Morì a Roma il 15 marzo 1673 e fu sepolto nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, con un monumento che lo raffigura fuoriuscente dal sarcofago sorretto da un basamento sul quale sono collocati due putti – la pittura e la poesia – costruiti da Bernardino Fioriti. Fu eretto dal figlio Augusto, come risulta dall'epitaffio:

«D.O.M. / SALVATOREM ROSAM NEAPOLITANUM / PICTORIS SUI TEMPORIS / NULLI SECUNDUM / POETARUM OMNIUM TEMPORUM / PRINCIPIBUS PAREM / AUGUSTUS FILIUS / HIC MOERENS COMPOSUIT / SEXEGENARIO MINOR OBIIT / ANNO SALUTIS MDCLXXIII / IDIBUS MARTIIS.»

La toponomastica si è ricordata di lui dedicandogli, nella sua Napoli, la storica e lunga via napoletana che dall’incrocio di vie circostanti al Museo Nazionale sale al quartiere Arenella più la  prestigiosa stazione della linea 1 della metropolitana ivi inserita.

Una ricchissima bibliografia gli è stata riservata da scrittori e critici italiani e stranieri, con ampi riferimenti alla pittura del Seicento che con lui si conclude, al fascino anche inquietante della sua figura, alla grande attenzione riservatagli dagli ambienti culturali statunitensi.

Numerose sono state inoltre le pubblicazioni riguardanti le varie mostre di sue incisioni, i cataloghi  cataloghi artistici, articoli, saggi e contributi a lui relativi.

Novembre 2012

 

 

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