Da via Marotta a piazza Mercato (9)

La repubblica Napoletana

Alla fine di quella mattina del “maggio dei monumenti 2008” – si erano fatte quasi le quattordici – dopo alcuni convenevoli con gli organizzatori e tra noi intervenuti, filammo via tutti a casa per il solito pranzo domenicale. Non avemmo pertanto il tempo di affrontare l’ultimo tema – il più suggestivo – che lega la storia della Basilica del Carmine Maggiore e della piazza del Mercato ad avvenimenti importanti della storia della città. Ma come si può qui trascurare di ricordare che sotto il pavimento dell’ampio atrio antistante alla chiesa sono stati sepolti alla rinfusa e lasciati lì, inumati, per un certo tempo, molti martiri della Repubblica Napoletana (o Repubblica Partenopea) fra i quali, più noti, Eleonora Pimentel Fonseca, Luisa Sanfelice, Mario Pagano, Domenico Cirillo, Ignazio Ciaia, Luigi Bozzaotra? E come si può qui trascurare di spendere qualche pagina su quella che fu un’aurora boreale rinnovatrice apparsa a diradare per pochi mesi le tenebre del regime borbonico e poi svanita nel buio fitto della feroce repressione conservatrice?

La Rivoluzione Francese del 1789 non aveva provocato immediate ripercussioni nel Sud Italia. Dovette cadere la monarchia transalpina ed essere ghigliottinata la coppia reale –  Luigi XVI e Maria Antonietta – per indurre Ferdinando IV e la sua consorte Maria Carolina d'Asburgo-Lo-rena (sorella di Maria Antonietta) ad assumere un atteggiamento ostile, con l’adesione alla prima coalizione antifrancese e con l’inizio delle prime blande repressioni nei riguardi di personalità interne sospettate di nutrire "simpatie" giacobine.

A quel punto entrò in scena un certo Carlo Lauberg,  figlio di un ufficiale di quell'esercito spagnolo alla guida del quale Carlo Sebastiano di Borbone – il futuro Carlo III re di Spagna – conquistò il Regno di Napoli e di Sicilia nel 1734. Nato, durante la permanenza in Italia del padre, a Teano, l’8 settembre 1752, il suddetto signore – personaggio molto vivace ed eclettico, dalle attività più disparate come l’essere stato in gioventù chierico scolopio ed in seguito professore di matematica e scienze nelle regie scuole di Chieti ed alla Nunziatella – aveva aderito alle ragioni politiche che portarono la Francia a diventare repubblica e si era proposto di tentare di trapiantarle nella realtà napoletana. Nel 1792, con un altro matematico italiano naturalizzato francese – Annibale Giordano di Ottaiano – aprì a Napoli un'accademia di chimica che in sostanza era un circolo di propaganda a favore della Rivoluzione francese e fece parte del gruppo di napoletani che incontrarono l'ammiraglio francese Latouche-Tréville. Per sua ispirazione nacquero due diverse società segrete rivoluzionarie: una fautrice di una monarchia costituzionale (LOMO - Libertà o morte) ed un'altra fautrice di una Repubblica democratica (ROMO - Repubblica o morte). Furono tali sue iniziative a procurargli l’avversione e quindi la persecuzione del re di Napoli Ferdinando IV.  Con i primi arresti – se ne contarono 53 – e le prime condanne a morte – precisamente 3 – si vide costretto, nel 1794, a fuggire da Napoli per riparare in Francia dove si arruolò come farmacista nel corpo della Sanità militare.

Fu verso la fine del Settecento, con Napoleone Bonaparte, che la Francia, grazie ad una serie di vittoriosi interventi armati, dilagò in Italia a danno delle due potenze ivi dominanti, l’impero austriaco ed il Regno borbonico. Il 5 giugno 1796, le armate napoletane, forti di circa 30.000 uomini, furono costrette all'armistizio di Brescia ed a lasciar soli gli austriaci nella resistenza ai francesi. Nei due anni successivi vennero proclamate tre repubbliche “sorelle”, filofrancesi e giacobine, la Ligure e la Cisalpina nel 1797, la Romana nel 1798. Poi seguì un’effimera ripresa del Regno di Napoli e di Sicilia che – approfittando della campagna di Napoleone in Egitto – con l'appoggio della flotta inglese dell'ammiraglio Horatio Nelson, vincitore di Abukir, ed un proprio esercito di ben 70000 uomini reclutati alla svelta e comandato dal generale austriaco Karl von Mack, il 23 ottobre del 1798 riaprì le ostilità contro i francesi insediati nella Repubblica Romana. In soli sei giorni Ferdinando IV entrò a Roma con l'intenzione dichiarata di ristabilire l'autorità papale, ma un’immediata controffensiva francese lo costrinse a ritirarsi, a ritornare a Napoli e ad imbarcarsi, il 21 dicembre, sulla nave ammiraglia Vanguard della flotta di Nelson con tutta la famiglia e John Acton. Fuggì a Palermo portandosi dietro tra l'altro, il denaro dei banchi ed i tesori della corona. L'incarico di Vicario generale venne affidato al conte Francesco Pignatelli, che,  dopo aver dato l'ordine di distruggere ed incendiare la flotta, al termine di alcuni giorni di confusione ed anarchia – mentre gli Eletti del Popolo rivendicavano il diritto di rappresentare il Re – il 12 gennaio del 1799 concluse, a Sparanise, la pesante resa col generale francese Championnet.

 

Vincenzo Cuoco, nel suo Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 scrisse: « "Il vostro Claudio è fuggito, Messalina trema…" Era obbligato il popolo a saper la storia romana per conoscere la sua felicità? »         

Alla notizia di quell'evento, il popolo di Napoli e di parte delle province insorse violentemente in funzione antifrancese: fu la rivolta con cui i cosiddetti lazzari opposero una fortissima ed eroica resistenza all'avanzata francese. Il Vicario dovette abbandonare la città il 17 gennaio. In un clima di assoluta anarchia scesero in campo anche i repubblicani, i giacobini e i filofrancesi. Scoppiò la guerra civile ed il 20 gennaio i filofrancesi riuscirono con uno stratagemma ad entrare nella fortezza di Castel Sant'Elmo da cui aprirono il fuoco sui lazzari che ancora si opponevano all'ingresso dei francesi in città. Cannoneggiati alle spalle furono costretti a disperdersi. Il pesante bilancio di morti si aggirò intorno a circa 8000 napoletani e 1000 francesi.

Il 23 gennaio   ossia il 4 del piovoso (in francese: pluviôse), quinto mese dell’istituendo calendario rivoluzionario francese corrispondente (a seconda dell'anno) al periodo compreso tra il 20/22 gennaio ed il 18/20 febbraio del calendario gregoriano – con l'approvazione e l'appoggio dei comandanti dell'esercito francese, venne proclamata la Repubblica Napoletana. Sulla scorta di quanto avvenne a Parigi e nelle altre città dove prevalsero i repubblicani, a Napoli fu piantato albero della libertà. Nacque un governo provvisorio costituente formato da un presidente e venti membri portati poi a venticinque, articolato in sei Comitati – Centrale, Militare, Legislazione, Polizia Generale, Finanza, Amministrazione Interna – formanti l'Assemblea Legislativa ed esercitanti il potere esecutivo in attesa dell'organizzazione definitiva.

Il presidente – nominato con decreto di Championnet – fu proprio Carlo Lauberg – rientrato a Napoli assieme al generale già dal 5 dicembre precedente – mentre nel governo entravano a far parte tra gli altri: l’illuminista Ignazio Ciaia, pugliese nativo di Fasano (BR); il giurista filosofo e politico Francesco Mario Pagano, lucano nativo di Brienza (PZ), appartenente ad una famiglia di notai, venuto a Napoli per gli studi classici e giuridici, divenuto allievo di Antonio Genovesi ed amico di Gaetano Filangieri; il filosofo, economista,  numismatico e politico  Melchiorre Delfico, abruzzese nativo di Montorio al Vomano (TE); il medico e botanico Domenico Cirillo, campano nativo di Grumo Nevano (NA); il grecista, bibliotecario di etnìa arbëreshë Pasquale Baffi (Pashkualli Bafa), albanese nativo di Santa Sofia d’Epiro; l’aristocratico Cesare Paribelli, lombardo nativo di Albosaggia (SO).

Il 2 febbraio fu edito il primo numero del Monitore Napoletano, giornale ufficiale del governo provvisorio, diretto dalla letterata Eleonora Anna Maria Felice de Fonseca Pimentel (in origine Leonor da Fonseca Pimentel Chaves), nota anche come Pimentel Fonseca o Pimentella, portoghese d’origine nata a Roma. Molti altri fogli apparvero, ma per breve tempo, anche a causa del diffuso analfabetismo tra gli abitanti.

La vita della neonata Repubblica fu subito difficile. Per cominciare, anche Lauberg – come altri esuli in Francia chiamati a governare – fu mal visto per la sua intransigenza, sia dai "buoni repubblicani" di Ignazio Ciaia, sia dagli ex-aristocratici. Risentì inoltre negativamente delle disavventure del generale Championnet, richiamato in Francia, tratto in arresto il 24 febbraio 1799 e sostituito dal pari grado MacDonald. Il giorno dopo Lauberg fu sostituito alla guida del governo proprio da Ciaia. Abbandonò quindi l'attività politica, tornò in Francia, si dedicò alla professione di farmacista, ottenne la cittadinanza francese, mutò le proprie generalità in Charles Jean Laubert e svolse attività di ricerca a Parig, dove morì il 3 novembre 1834.

Per suo conto, Il primo governo provvisorio varò due leggi importanti: quella del 29 gennaio per l'abolizione dei fedecommessi e le primogeniture e quella del 25 aprile di eversione della feudalità rimasta senza un principio di attuazione in conseguenza del precipitare delle sorti della Repubblica. Ma qualunque progetto legislativo si andava infrangendo di fronte alla mancanza di consensi popolare, specialmente nelle province non occupate dall'esercito francese. Tale caratteristica negativa era principalmente dovuta alla lontananza dai reali bisogni della gente da parte degli amministratori repubblicani, molti dei quali erano personalità di grande rilievo e cultura che, nella continua ricerca di soluzioni ineccepibilmente dotte, finivano con il ridursi nel più assoluto isolamento. Da aggiungere infine l’autonomia estremamente limitata sofferta dalla Repubblica per la sua dipendenza dall’autoritarismo militare e finanziario di Championnet, che a sua volta tendeva a difendere gli interessi dell'esercito francese, chiaramente provato dal lungo presidio armato di un territorio non proprio. Non si ottenne un vero clima democratico, specialmente nelle province. Anzi si commise l’errore strategico di perseguire una repressione spietata e sanguinaria contro gli oppositori del regime; le condanne a morte e le fucilazioni dopo sommari "processi politici" di moltissime persone non aiutarono certo a conquistare i favori del popolo.

La mancanza di un efficiente esercito republicano fu l’elemento decisivo per le sorti della Repubblica perché, nel frattempo, le milizie borboniche confinatesi in Sicilia non si erano affatto rassegnate. Quando Ferdinando IV riparò a Palermo non restò solo. Lo seguì, di sua iniziativa,  una figura duplice di aristocratico e di prelato di alto rango che restò famosa per aver determinato la fine dell’esperienza giacobina napoletana. Per un minimo di conoscenza del personaggio occorre un passo indietro. Si tratta di Fabrizio Dionigi Ruffo dei duchi di Baranello e Bagnara, nato il 16 settembre 1744 nel castello di San Lucido in Calabria Citeriore, oggi in provincia di Cosenza, discendente dalla famiglia principesca dei Ruffo di Calabria, mentre la madre era una Colonna. Trasferitosi da giovane a Roma ed intrapresa la carriera ecclesiastica – con l’appoggio dello zio, cardinale Tommaso Ruffo (allora Decano del Sacro Collegio) e di papa Pio VI (di cui era stato allievo) – diventò chierico di camera nel 1781 e tesoriere generale della Camera Apostolica nel 1786. Le sue notevoli capacità amministrative lo portarono a provvedimenti tanto equi da inimicarsi l'aristocrazia romana la cui ostilità influì due volte nella sua carriera. Per sottrarlo all’ambiente Pio VI lo portò a diventare cardinale di Sant'Angelo in Pescheria il 21 febbraio 1794. Successivamente, amaregiato dall’ostilità nei suoi confronti nella buona amministrazione dei terreni dell'Agro Romano, decise di lasciare Roma e tornare nel Regno di Napoli, per porsi al servizio di re Ferdinando IV di Borbone, che lo nominò subito "Soprintendente dei Reali Dominii di Caserta" e della colonia manifatturiera di San Leucio.

A difesa della religione e del sovrano legittimo chiese al Re uomini e navi per riconquistare il Regno. Nel programma che stese e consegnò alla Corona si legge:

« Si domandano tutte le carte concernenti gli affari, così politici, come militari.
Si richiede ancora relazione la più esatta dell'attuale stato di Napoli, le carte, i procami colà pubblicati ed il ragguaglio dei fatti ivi recentemente seguiti. Stima il Cardinale che debba andare seco in Calabria almeno un reggimento munito di cannoni. Sarebbe bene che allorquando si fosse formato un corpo sufficiente di truppe sua Maestà verrebbe a prendere il comando.
»

Ottenne pertanto il titolo di Vicario plenipotenziario del Re, una nave e sette uomini. Si trasferì in Calabria, sua terra natale, dove riuscì in breve a reclutare fra i contadini 25.000 uomini abili alle armi, costituendo un’armata che chiamò “Esercito della Santa Fede”. Approfittando che i francesi – a seguito delle sconfitte subite in aprile in Italia settentrionale dagli eserciti austriaci e russi – furono costretti ad anticipare il ritiro dalle province e, il 7 maggio, da Napoli, lasciando soli a difendersi i repubblicani napoletani, con i suoi uomini Ruffo risalì vittoriosamente le regioni meridionali della penisola: sbarcato il 7 febbraio in Calabria, riconquistò Crotone, successivamente la Basilicata, poi la Puglia, quindi il Principato Ultra, infine pose l’assedio a Napoli. Malgrado il tentativo di una squadra navale inglese, dopo una breve occupazione di Procida, di riconquistare la città dal mare, fallito perché costretta alla ritirata dalle navi comandate dall'ex ufficiale della marina borbonica, ammiraglio Francesco Caracciolo, malgrado l'ultima strenua resistenza del Forte di Vigliena, malgrado l'ultima battaglia al Ponte della Maddalena, la capitale partenopea fu infine raggiunta e riconquistata il 13 giugno.

Già durante la marcia di avvicinamento a Napoli il Ruffo aveva ripetutamente ricevuto ordini scritti della corte di Palermo in cui lo si diffidava dal concedere patti onorevoli di resa. Con la vittoria a portata di mano si trovava quindi a dover risolvere il problema di coscienza – oltre che pastorale – di come salvare la vita delle centinaia di persone, quasi tutte appartenenti all’aristocrazia, molte fra le quali individualità di spicco dell’epoca,  che, per l’aver fatto parte del governo della città durante l’occupazione francese, rischiavano la pena capitale per alto tradimento. Il diritto internazionale non prevedeva per loro una soluzione diversa poiché nessun governo, nemmeno quello francese, aveva riconosciuto il governo rivoluzionario ed il territorio in mano ai rivoltosi non era abitato da soli aderenti alla svolta repubblicana, ma anche da oppositori, vanificando così ogni speranza di un riconoscimento de facto. Il cardinale iniziò pertanto a intavolare trattative che, sottoscrivendo una capitolazione, anticipassero l’esecuzione di ordini repressivi, tenendo in conto anche la tacita tolleranza per fughe via mare od al seguito dei reparti francesi. Agli ultimi repubblicani trincerati in Castel Sant'Elmo, il Ruffo offrì perciò una "onorevole capitolazione".

Ad un accordo finalmente si giunse, ma non  appena fu sottoscritto ed accettato anche dai comandanti delle truppe regolari presenti all'assedio, delle navi inglesi e di alcuni contingenti russi e turchi, Ferdinando IV, la regina Carolina e il capo del gabinetto Giovanni Acton, forti dell'appoggio inglese assicurato da lady Emma Hamilton – amica intima della Regina ed amante dell’ammiraglio Orazio Nelson – lo esautorarono dal comando. Appena il Re giunse in rada  procedette ad annullare le clausole del trattato già stipulato.

Nei mesi successivi, sotto una giunta nominata personalmente dal Re cominciano dunque i processi contro i repubblicani il cui esito ebbe questo triste bilancio: su circa 8.000 prigionieri, 124 mandati a morte, 6 graziati, 222 condannati all'ergastolo, 322 a pene minori, 288 alla deportazione e 67 all'esilio. Tra i condannati vi erano Pasquale Baffi, Francesco Mario Pagano, Eleonora Pimentel Fonseca, Luisa Sanfelice, Ignazio Ciaia, Domenico Cirillo, Giuseppe Leonardo Albanese, Vincenzio Russo, Francesco Caracciolo, Michele Granata, Gennaro Serra di Cassano, Niccolò Carlomagno, giustiziati, e Vincenzo Cuoco, mandato in esilio, pena inflitta anche all vescovo Bernardo della Torre, vicario generale dell'Arcidiocesi di Napoli.

A tale bilancio fa seguito ciò che ci riguarda particolarmente; il bollettino ignoto ai più delle  esecuzioni effettuate in piazza del Mercato. Furono ivi giustiziati alla ghigliottina: il duca Ettore Carafa (4 settembre), il giureconsulto Giuseppe Leonardo Albanese (28 novembre); per impiccagione: Eleonora Pimentel Fonseca e l’avvocato Vincenzo Lupo (20 agosto); il politico Luigi Bozzaotra (22 ottobre); il bibliotecario dell’Accademia Ercolanese Pasquale Baffi (11 novembre);  il matematico Vincenzo De Filippis (28 novembre); Francesco Mario Pagano, Domenico Cirillo, il giurista Giorgio Pigliacelli, Ignazio Ciaia (29 ottobre); il docente e religioso Michele Granata (12 dicembre). 

Il cardinale, sotto la minaccia di essere arrestato, assistette impotente agli orrori della repressione, di cui Orazio Nelson fu talmente protagonista da attirarsi pesanti critiche anche dai suoi superiori e dal parlamento inglese. Destò particolare sdegno l'arresto e la condanna ad impiccagione dell'Ammiraglio Francesco Caracciolo, che si era rifugiato sulla sua nave, non immaginando che le clausole del Trattato di Capitolazione di Napoli non sarebbero state rispettate.

Dopo aver vinto contro la Repubblica partenopea Ruffo si recò a Roma per cambiare il proprio titolo con quello di Santa Maria in Cosmedin, l'11 agosto 1800, e cambierlo ancora, con Santa Maria in Via Lata, nel 1821. In epoca napoleonica seguì papa Pio VII prigioniero fino a Parigi, dove, mostrando esplicita ammirazione per Napoleone Buonaparte, ad allacciò presto relazioni con il governo francese e - quale consigliere del papa molto ascoltato – lo esortò a firmare il trattato di Fontainebleau.

Il Regno di Napoli restò in mano alla dinastia borbonica fino al 1806, quando le truppe Napoleoniche aprirono a Napoli una nuova "parentesi francese", questa volta monarchica, di circa 10 anni, il cosiddetto periodo "murattiano".

Napoli, 9 novembre 2011

 

(9 – fine

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