Napoletani di nascita o d’adozione

Basilio Puoti

di Elio Barletta

 

La presente collana, lungi dall’essere una rassegna appositamente organizzata per successione cronologica e/o tematica dei personaggi considerati, si caratterizza nel tirarli fuori dall’armadio del passato – ovvero dell’oblìo – affidandosi esclusivamente alla casualità di un pensiero, di un colloquio, di un libro, di una targa toponomastica. Questa volta è il semplice andare per via Pignasecca da Montesanto a piazza Carità – un percorso che non facevo da tempo – a farmi scorgere quella breve e popolosa traversa sulla sinistra, avente all’angolo una fornitissima ed accorsata pescheria, che reca il nome di un autentico figlio di Napoli, qui nato il 27 luglio 1782 e morto 19 luglio 1847. Si tratta di quel nobilotto  – la sua era una famiglia di marchesi – che risponde al nominativo di Basilio Puoti, un grammatico, lessicografo e critico letterario italiano di tutto rispetto, ma, come tanti altri nostri insigni concittadini, allo scorrere inesorabile del tempo del tutto dissoltosi nel vuoto del dimenticatoio.

Si laureò in giurisprudenza nel 1809 e divenne ispettore generale della pubblica istruzione nel Regno delle Due Sicilie. Fu un buon conoscitore delle lingue classiche, tradusse dal greco e dal latino vari testi celebri, divenne membro dell'Accademia della Crusca. Ma suo studio preferito fu la lingua italiana, rispetto alla quale seguì, sebbene senza troppa rigidezza, le dottrine dei seguaci del purismo.

Con tale termine fu indicata quell’ideologia sviluppatasi nella prima metà del secolo XIX, da considerare da due punti di vista diversi, ma non contrastanti fra loro, quello del filone linguistico/letterario e quello delle arti figurative.

Nella linguistica rappresentò nient’altro che l’atteggiamento di rifiuto dei termini stranieri e dei neologismi nell’uso della lingua corrente, parlata o scritta, prefiggendosi perciò di preservarla dall’intromissione di elementi – come i vocaboli di origine straniera ed i neologismi – che l’avrebbero impoverita e minacciata nella sua integrità. Quell’atteggiamento ci fa molto riflettere constatando che oggi sentiamo e leggiamo anglicismi come performance, devolution, spending review, endorsement che si potrebbero tranquillamente sostituire con gli equivalenti italiani prestazione, passaggio di poteri, revisione della spesa, appoggio di una persona.

In letteratura il purismo divenne un vero e proprio movimento, che, sviluppatosi in Italia, proponeva la reintroduzione della lingua italiana del Trecento come modello letterario.

Nella didattica della pittura, invece, sempre come movimento sviluppatosi nella nostra Penisola, propose a modello gli antichi artisti italiani, da Cimabue al primo Raffaello, mentre, nella concezione di una pittura e di un’architettura ispirate alla modernità, si identificò con il movimento nato in Francia ad opera del pittore cubista e scrittore Amédée Ozenfant e del progettista, architetto, urbanista e scrittore – nato in Svizzera, ma naturalizzato francese –  Charles Édouard Jeanneret, meglio conosciuto come Le Corbusier, entrambi autori del testo La peinture moderne, tradotto da Irene Alessi, per l’editore C. Marinotti di Milano, nel 2004.

Avverso ai romantici da lui definiti “barbari” – dei quali risparmiava soltanto il Manzoni e  condivideva gli ideali patriottici – il Puoti si attenne ai canoni del purismo, più concessivo per quanto riguardava il lessico, assolutamente intransigente sullo stile che propugnava dovesse rigidamente rifarsi ai modelli trecenteschi e cinquecenteschi.

Ma la grande notorietà il Puoti l’acquistò per aver fondato e condotto in Napoli, dal 1825 fino alla morte, avvenuta nel 1847, una scuola di lingua e letteratura italiana, per la quale rinunciò a qualsiasi altro incarico. La definiva “studio” così come definiva “esercitazioni” le lezioni. In essa i giovani erano invitati a conversare e discutere fra loro, aiutandosi l’uno con l’altro. Sotto la sua guida, studiavano brani di autori classici da loro stessi tradotti, badando soprattutto alla purezza della lingua madre. I loro saggi non erano corretti dal maestro, bensì da loro stessi, cioò dai discepoli.

Quella scuola, oltre ad avere avuto un profondo significato culturale per una città di cui si evoca, spesso e male, soltanto il nobilissimo dialetto, seppe risvegliare nell’animo dei giovani che la frequentarono autentici sentimenti di italianità. Non per caso, tra loro uscirono nel corso degli anni protagonisti del Risorgimento come  Antonio Ranieri, Giacomo Leopardi, Bruto Fabbricatore, Luigi Fornaciari, i fratelli Poerio, Paolo Imbriani, Luigi Settembrini, Francesco De Sanctis e la poetessa Giuseppina Guacci Nobile.

Raccontò il Settembrini che Puoti così spiegava l’intento del suo insegnamento: «Se io vi dico di scrivere la vera lingua d’Italia, voglio avvezzarvi a sentire italianamente e ad aver cura della vostra Patria… Io vorrei che gli Italiani parlassero come il Machiavelli ed operassero come il  Ferruccio». Il governo borbonico cominciò a sospettare dei contenuti di quell’attività didattica fino a decidersi di chiuderla e di ricercarne il fondatore, datosi in tempo alla fuga.

Nell'opera di studio della letteratura italiana all'insegna del purismo, gli fu fattivamente accanto il poeta, letterato e politico  Francesco Saverio Baldacchini Gargano, semplicemente più noto come Saverio Baldacchini, nativo di Barletta, ma trasferitosi a Napoli giovanissimo. Suo il saggio Di Puoti e della lingua italiana, inserito nei «Rendiconti dell’Accademia di archeologia, lettere e belle arti» (vol. II, 1866, pp. 89-148,  Napoli, 13 marzo 1879), nel quale . cercò di rettificare il giudizio di pedanteria diffuso sul Puoti, sorto forse per un fraintendimento dell'Ultimo dei puristi, scritto da Francesco De Sanctis. Lo rincontreremo a proposito di Ruggero Bonghi a cui Baldacchini si legò molto per averne sposato la madre vedova.

Tra le opere del Puoti – chiari documenti della sua adesione alle tesi del purismo e dell’ideale classicistico maturati nel clima della sua scuola – si ricordano Regole elementari della lingua italiana del 1833 (online l'edizione lucchese del 1850 ), Dello studio delle scienze e delle lettere del 1833, Della maniera di studiare la lingua e l'eloquenza italiana del 1837 (online l'edizione fiorentina del 1838 ), il Vocabolario domestico napoletano-toscano del 1841 (online), L'arte di scrivere in prosa per esempii e per teoriche del 1843 (online l'edizione  fiorentina del 1857 ), nonché il Dizionario dei francesismi del 1845.

Sua figlia Leonilde non gli fu da meno. Rimasta orfana di madre in tenera età, visse fino al 1850 con la nonna Colaleva, ma quando, il 15 maggio 1848, appena quindicenne, i dimostranti in rivolta le chiesero di far illuminare la facciata della sua casa in via Toledo, sfidò i soldati borbonici presentandosi sul balcone con due grandi lumi. Si mantenne in contatto con il padre perseguitato, recandosi coraggiosamente nel suo nascondiglio. Era nota, oltre che per la sua avvenenza, per l’audacia con la quale manifestava apertamente i suoi sentimenti antiborbonici nel suo rinomato salotto. Malgrado ciò, fra i tanti notabili suoi ospiti, fu il conte di Caserta, fratello del re, a corteggiarla a lungo, più degli altri. Ma Leonilde sposò invece il patriota Emilio Celano, rendendosi sua compagna preziosa nelle tessere cospirazioni, nel far giornalismo,  nella repressione del brigantaggio nel Mezzogiorno. Morì a Napoli quasi nonagenaria.

 

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