Napoletani di nascita o d’adozione

Giovanni Pontano

 

Giovanni Pontano nacque a Cerreto di Spoleto (7 maggio 1429), da famiglia nobiliare umbra con membri illustri quali Lodovico Pontano protonotario apostolico per Eugenio IV e Ottavio Pontano giureconsulto e nunzio di Pio II a Basilea. Suo padre, Giacomo, rimase ucciso, durante una sommossa cittadina. Rimasta sola, la madre Cristiana decise coraggiosamente di trasferirsi a Perugia dove suo figlio potè compiere gli studi superiori alla scuola del grammatico Guido Vannucci, diventato poi professore di retorica nello studio di Firenze.

Fattosi notare con una raccolta di poesie latine di argomento erotico e di stile catulliano, a soli diciotto anni (1447), si presentò ad Alfonso di Trastámara, il Magnanimo, principe  della casa reale di Castiglia – presente in Toscana per una delle sue tante guerre – al quale chiese di entrare al suo servizio. Diventato rocambolescamente sovrano – con il titolo Alfonso seguito da differenti numeri romani – di tanti troni europei (Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca, Sicilia, Corsica, Gerusalemme, Ungheria, Barcellona, Rossiglione, Cerdagna, Atene, Neopatria), il principe era diventato anche Alfonso I re di Napoli (1442).

Il giovane gli piacque, perciò acconsentì ad averlo a corte nella città partenopea. Il Pontano vi giunse, poverissimo (ottobre 1448) e, salvo interruzioni anche frequenti e non brevi per impegni bellici o incarichi diplomatici, vi si stabilì definitivamente facendola la sua seconda patria. L’impatto però non fu felice: ben presto si ammalò con forte febbre, forse di peste, rischiando di morire, come scrisse in una poesia del suo Parthenopeus. Ma per l’intelligenza, la comunicativa e la vena poetica eccezionali trovò subito potenti protettori: Gili Forte da Messina – tesoriere di Alfonso – che lo accolse in casa sua, lo fece assistere, curare, guarire; Antonio Beccadelli, storico e letterato aristocratico bolognese, il Panormita perché nato a Palermo – fondatore dell’Accademia detta in suo onore Porticus Antoniana, influente consigliere del re e riferimento dell’elite aragonese – che lo volle con sé in un itinerario diplomatico (1450–1451) presso le più importanti corti d’Italia: Roma, Firenze, Bologna, Ferrara, Venezia. Per le sue doti di ottimo calligrafo ed il suo progetto di adozione di una scrittura umanistica di tipo meridionale che recuperasse i caratteri dell’antica scuola beneventana, fu nominato scrivano della cancelleria aragonese (1452) da Giovanni Olfina, segretario del re. Aprì poi una scuola per i giovani rampolli della nobiltà cittadina ai quali leggeva e commentava i classici latini con tale bravura da guadagnarsi presto quella fama di sapiente che gli fruttò l’accesso a corte.

Divenne precettore (1456) di due principini: Carlo Navarra ed Alfonso, figlio dell’unico figlio maschio, illegittimo, di Alfonso, che – alla morte di questi (1458) – divenne re Ferdinando I o Ferrante I d’Aragona (1486–1494). Intanto il Pontano completò gli studi, perfezionando la conoscenza del greco con docenti come Gregorio da Tiferno e Giorgio Trapezunzio. Fu attirato anche dallo studio dell’astrologia sotto il magistero dello stesso Trapezunzio e di Tolomeo Gallina da Catania, esperienza condivisa con l’umanista ed amico Lorenzo Bonincontri da San Miniato. Sposò Adriana Sassone (1461). Alla morte di Beccadelli (1471), successe alla presidenza dell'Accademia, mutando il nome Giovanni in Gioviano ed ebbe la cittadinanza napoletana. Fu consigliere e primo segretario (14681486) dell’Alfonso di cui era stato precettore – ormai principe ereditario, duca di Calabria, che alla morte di Ferrante (1494) diventò, soltanto per un anno, re Alfonso II d'Aragona – e segretario della moglie Ippolita Sforza (1475–1482). Nel marzo 1490 morì la moglie Adriana (1442), a ricordo perenne della quale fece costruire l’apposita cappella in via Tribunali.

Condusse abilmente importanti missioni diplomatiche: quella che portò alla pace di Bagnolo (7 agosto 1484), a chiusura della guerra di Ferrara (1482-84), combattuta da Napoli, Firenze e papa Sisto IV contro Venezia; quella che riappacificò due volte (10 agosto 1486 e 25 gennaio 1487) re Ferrante I e papa Innocenzo VIII, dopo le ostilità fra il re ed i nobili ribelli del Regno di Napoli sorte a seguito della seconda congiura dei Baroni (1485-86) contro il progetto aragonese di modernizzazione dello Stato.

Il papa lo stimò al punto da laurearlo poeta (28 gennaio 1486). Tali affermazioni accrebbero enormemente il suo prestigio: da commissario di campo alla battaglia di Troia a promagistro camerario, a luogotenente del protonotario, a regio segretario, a consigliere del re. Fu infine “Secretario maiore” (primo ministro) di Ferrante I e consigliere dei suoi successori Alfonso II e Ferrante II (1494–95). Partecipò ad imprese militari: la citata battaglia di Troia contro gli Angioini (1464), la spedizione in Romagna contro Bartolomeo Colleoni (1476–1478), la riconquista di Otranto (1480– 1481), la già ricordata guerra di Ferrara (1482-1484).

L’immagine di artista legato al potere, ribadita dal De specum liber (1503) manuale delle virtù regie per un genere letterario riscontrabile soltanto nel De clementia scritto da Seneca per Nerone – non era destinata a durare a lungo. Con l’esilio da Napoli di Alfonso II (1494), le sue fortune si dissolsero; accusato di sostegno a re Carlo VIII di Francia, riuscì ad evitare una condanna, ma dovette abbandonare la politica. Negli anni restanti – funestati dalla perdita del figlio (24 agosto 1498) – si dedicò all’edizione di quasi tutte le sue opere. La sua esistenza si concluse a Napoli (17 settembre 1503). Alla guida dell'Accademia – ormai Pontaniana – gli successero Pietro Summonte, suo valente discepolo, e Jacopo Sannazaro (1526), che per primo lo ritenne l’artefice massimo dell’Umanesimo napoletano, uomo cardine, per quasi un quarantennio, della vita culturale e politica della città di Napoli

Studioso dell'antichità classica – ricercata in tutte le sue forme (epigrafi, statue, ruderi. letteratura) – in competizione con gli antichi si cimentò con successo in quasi tutti i generi letterari, poetici e prosastici, unendo ad una perfetta padronanza del latino, scritto e parlato correntemente, l’introduzione vivace di neologismi e volgarismi in una concreta visione della vita e della psicologia umana. Gusti, tendenze, problemi dell’epoca ricercati nei settori culturali più vari: astrologia, etica, analisi sociale, retorica, botanica. Il cuore rivolto al mondo classico rimpianto, l’anima e l’intelligenza al mondo contemporaneo.

Numerose ed eterogenee sono le sue opere, quasi tutte in latino, in versi – poesie ed egloghe (componimenti della poesia bucolica in forma dialogica, con significato allegorico e celebrazione della vita agreste) –. ed in prosa, spesso di difficile datazione:  Parthenopeus sive Amorum libri o Amorum libri (1455–1458), raccolta di egloghe e poesie che lo pongono con Poliziano e il Boiardo del Canzoniere ai vertici della produzione lirica dell'umanesimo; Lyram raccolta di 16 carmi in strofe saffiche, che sui miti classici (Orfeo ed Euridice, Polifemo e Galatea) cantano però anche divinità frutto dell’inventiva pontaniana, come le ninfe Antiniana e Patulci, personificazioni rispettivamente delle colline di Antignano e Posillipo; De amore coniugali, poema in tre libri di elegia latina – il suo capolavoro – in cui un poeta per la prima volta non canta l'amore per un'amante, ma per la propria moglie e per la vita familiare; De tumuli, due libri di epigrammi sepolcrali, con epitaffi per la moglie morta Adriana, per il figlio Lucio Francesco, più tanti personaggi storici reali ed immaginari tratti da leggende e tradizioni popolari; le dodici Neniae, sempre per Lucio; Versus jambici, per Lucio morto.

Di carattere astrologico sono i cinque libri del poema Urania (1476), ricchi di originali favole mitiche per motivare la genesi delle singole costellazioni, seguiti come appendice dai Meteororum libri (1490) sui fenomeni atmosferici, e una visione dei fenomeni naturali violenti che richiama Lucrezio; i due libri delle Commentationes in centum Ptolemaei sententias, i tredici libri del De rebus celestibus e l'incompiuto trattato De luna. In omaggio alle bellezze della natura circostante sono: Hendecasyllabi seu Baiarum libri (1490-1500), raccolta di sentimenti ed amicizie del poeta a margine delle galanterie della Corte nell'atmosfera festosa delle terme di Baia; Lepidina (1496), un’egloga figurata, in sette cortei, delle bellezze di Napoli e dintorni, in cui si festeggiano le nozze del fiume Sebeto con la ninfa Partenope, a cui partecipano i due sposi Lepidina e Macrone e altre suggestive figure mitiche; De hortis Hesperidum sive de cultu citriorum (1501), poemetto in due libri sulla coltivazione dei cedri, praticata personalmente dall’autore nella sua villa di Antignano.

Interamente in prosa – ritenuti la più nuova e moderna opera del Pontano – sono i cinque Dialoghi: Charon (1467-91), ambientato nelle conversazioni d’oltretomba, ispirate all'Accademia napoletana, in cui si dibattono questioni di letteratura, filosofia, satira politica, leggi della storia, ritmi metrici, voli di fantasia, giochi di parole, tra Minosse, Eaco, Caronte, Mercurio; Antonius (1487), riferito al Beccadelli che, da Hospes Siculus, partecipa al cenacolo napoletano, in un clima di affabilità e disponibilità della conversazione che accosta la dottrina farcita di citazioni greche e latine alle battute e scenette di basso profilo; Aegidius (1501), riferito al filosofo, umanista e cardinale dell'Ordine degli Agostiniani Egidio da Viterbo, con questioni filosofiche e religiose attinte da autori classici e cristiani dibattute fra due distinti saperi (Campi Elisi e Paradiso, previsioni astrologiche e provvidenza, dogmi cristiani e dottrina ermetica, fato e libero arbitrio); Actius (1499), riferito a Iacopo Sannazaro (detto Azio nell'Accademia) in cui si affronta la definizione della poesia e il suo rapporto con la storia, nella visione cara all’Umanesimo e al Pontano di una unità di ispirazione per il poeta e lo storico, entrambi tesi ad ideali di varietà, eleganza, grandezza, utilità, l'uno puntando alla meraviglia e alla magnificenza, l'altro alla verità; Asinus (1486-90), incompiuto, una rappresentazione profana densa di situazioni sapide dai significati allegorici, ambientata in una taverna in cui conversano un caupo (oste), un viator (viaggiatore), un tabellarius (messaggero) e un chorus sacerdotum (coro di sacerdoti) inneggiante alla pace tra Alfonso I e papa Innocenzo VIII, con protagonista il Pontano stesso, che, invasato da un'assurda e degradante passione per il suo asino, rinuncia comicamente alle sue prerogative di saggezza e di sapienza. Tramandati da manoscritti non autografi, apparvero a stampa a fine Quattrocento e la prima edizione completa fu Opera omnia (Venezia, Aldo Manuzio, 15181519). Per la storia Pontano dà una teoria soprattutto riguardo allo stile, indicando i modelli in Livio e Sallustio e svolgendo un'ampia trattazione sul metro eroico.

Sono vari i suoi trattati indirizzati ad esigenze sociali e filosofiche: De obedientia, De prudentia, De magnanimitate, De fortuna (1501), De immanitate; alle virtù sociali: De liberalitate (1493), De beneficentia, De magnificentia, De splendore, De conviventia; al Duca di Calabria, Alfonso d'Aragona: De principe (1493), e De fortitudine; ad interessi filologici: il giovanile De aspirazione ed il tardo De sermone, sei libri sull'uso del sermo convivialis come elemento di aggregazione, distensione e sollievo dalle fatiche quotidiane. Tale testo, caduto per secoli nell'oblio, è stato rivalutato dal saggio La conversazione. Un modello italiano del prof. Amedeo Quondam (Donzelli Editore, 2007) che considerandolo un’anticipazione dei trattati rinascimentali incentrati sulle buone maniere – Il Libro del Cortegiano di Baldassarre Castiglione (1528), il Galateo (1558) di Giovanni Della Casa e la Civil conversazione (1574) di Stefano Guazzo – specifica che l'obiettivo del Pontano è precisamente quello di dare ordine e forma alla socievolezza aristocratica, trasformando il cavaliere feudale in un gentiluomo moderno, perché «se nobili si nasce, gentiluomini si diventa per cultura».

 

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