Giuseppe Antonio Pasquale

Ricordo di uno scienziato e un patriota

di Elio Barletta

Imboccando via Foria a partire dal Museo Archeologico, lasciata alle spalle la popolosa piazza Cavour – coinvolta dalle frenetiche attività delle contigue Sanità e Via Duomo – oltrepassata la mole turrita della Caserma Garibaldi adattata a sede dei giudici popolari, fino ad intraprendere il tratto finale che porta dritto a Piazza Carlo III, si delineano perpendicolarmente sulla destra due brevi traverse, anch’esse rettilinee. La seconda è ben nota ai napoletani amanti della prosa – in particolare quella dialettale – perché è la strada che conduce al San Ferdinando, il teatro del Settecento sorto in zona Ponte Nuovo, inaugurato con l'opera Il falegname di Domenico Cimarosa, ma presto avviato ad una lenta decadenza fino ad essere distrutto dai bombardamenti angloamericani del 1943, quindi acquistato, ricostruito e riattivato da Eduardo, per poi incontrare altre vicissitudini, la chiusura dagli anni ottanta, ed infine la donazione che Luca De Filippo saggiamente ne fece, nel 1996, a favore del Comune di Napoli.

Quella strada porta il nome di Giuseppe Antonio Pasquale, mentre la parallela è intitolata a Fridiano Cavara, due nominativi che per la gran massa dei passanti risultano essere senz’altro sconosciuti. Eppure un filo comune li lega entrambi al territorio circostante, giustificando pienamente la scelta quanto mai appropriata della Commissione Toponomastica di dedicare a loro le due vie. Di fronte ad esse, infatti, sorge quel Real Orto Botanico fondato il 28 dicembre 1807 – con decreto di Giuseppe Bonaparte – su alcuni terreni precedentemente appartenuti ai Religiosi di Santa Maria della Pace e all'Ospedale della Cava. Di tale organismo i due citati personaggi furono direttori: il Pasquale due volte, ad interim, dal 1866 al 1868, e, stabilmente, dal 1883 al 1893; il Cavara dal 1906 al 1929.

Giuseppe Antonio Pasquale era un calabrese, nato ad Anoia Superiore, in provincia di Reggio, il 30 ottobre 1820. Sulle origini della sua famiglia fonti tramandate da racconti orali di generazione in generazione si rifanno alla battaglia di San Quintino, combattuta  in Piccardia, presso la roccaforte di SaintQuentin, il 10 agosto 1557 – tra l'esercito francese del maresciallo Montmorency e quello spagnolo di Emanuele Filiberto, episodio determinante delle cosiddette guerre d'Italia in cui le due nazioni si fronteggiarono per il possesso dei territori italiani. La schiacciante vittoria spagnola permise ai Savoia la ricomposizione dei loro confini precedenti ed a Carlo V la permanenza del dominio sul Regno di Napoli. In quel quadro storico sarebbe maturato il trasferimento e l’insediamento dei Pasquale in Calabria, principalmente a Reggio, ma loro diramazioni si riscontrano in altre zone del Regno, addirittura in Sicilia. Dal materiale documentario risulta che possedessero numerosi feudi, godessero di titoli nobiliari e molti loro uomini dessero lustro alla casata: Giovanni, ambasciatore di Carlo d'Angiò, giustiziere a Cosenza nel 1271, partecipe  alla battaglia di Benevento; Guglielmo, incluso fra i nominativi di familiari e scudieri del duca di Calabria; Perrotto, castellano di Siracusa nel 1463; Francesco, preside di Calabria nel 1664; Diomede, vestito dell'abito dei cavalieri di Malta.

I Pasquale di Anoia Superiore sviluppatisi fino ai giorni nostri trassero origine da Ferdinando di Sebastiano, nato il 16 novembre 1796. Nel secolo XIX si presentavano come la classica famiglia di proprietari agrari, a quel tempo agiati per le dimensioni e la produttività dei terreni, un patrimonio disgregatosi nel tempo, con il moltiplicarsi delle proli, la scomparsa dei latifondi, l’esodo dalle campagne. Com’era costume per i figli maschi di quel tipo di società, tre loro giovani rampolli  – Francesco, Ferdinando e Giuseppe Antonio – studiarono in città per intraprendere attività intellettive.

Francesco, avvocato civilista, passò alla leggenda per il numero elevatissimo dei figli, oscillante, secondo varie tesi, fra 18 e 24; per la sua tendenza professionale a cercare di riconciliare i contendenti, anziché sostenere cause, non guadagnò molto, condannandosi così a dover centellinare misuratamente il prelievo dal patrimonio ereditario per ottenere i mezzi di sussistenza necessari per un nucleo familiare tanto sproporzionato.

Di Ferdinando, medico, non si sa altro che fu amico intimo ed influente di Luigi dei Marchesi Aiossa, ministro durante il regno di Ferdinando II di Borbone.

Anche Giuseppe Antonio si laureò in medicina, ma la strada che poi intraprese fu quella della specializzazione nella botanica, scelta irreversibile che comportò – per l’insediamento della facoltà di agraria più vicina ed importante in quel di Portici – il suo trasferimento definitivo a Napoli dove conseguì grossi traguardi:

·       º nella docenza, diventando titolare della cattedra universitaria di botanica;

·       º nella dirigenza, per il doppio già citato incarico di Direttore dell’Orto Botanico;

·       º nella ricerca, per gli studi su numerose specie di licheni raccolti nei libri Flora di Capri (1840), Flora Vesuviana (1869), Viaggio Botanico al Gargano (1873);

·       º nel collezionismo, con la costituzione di un erbario di circa 10.000 campioni raccolti da lui, dai colleghi Gussone e Tenore e da botanici stranieri in fervida corrispondenza, provenienti per la maggior parte dall’Italia meridionale, catalogati in 95 fascicoli di piante vascolari, 1 fascicolo di alghe e 10 fascicoli di briofite, erbario donato dopo la sua morte all'Orto Botanico di Napoli dal figlio Fortunato, anch’esso botanico;

 

·        º nella scrittura, per numerosi trattati botanici diventati ricercatissimi dagli studiosi della materia e tradotti in numerose lingue (i cui testi sono tutt’ora visionabili in numerose biblioteche italiane, inglesi e tedesche).

L’impegno scientifico non gli impedì di seguire, da giovane, lo svolgersi degli eventi irredentisti coinvolgenti intere popolazioni d’Europa, in particolare d’Italia, che segnarono vere e proprie insurrezioni per indurre i capi di stato – tutti monarchi assoluti – a dar vita a nuovi governi basati sui principi fondamentali del dilagante pensiero liberale ed inquadrati in sistemi di regole di convivenza rappresentati dalle costituzioni. Tralasciando pertanto lo studio delle specie erboree, si arruolò nel corpo di quei volontari napoletani che – unitamente ai volontari prevalentemente toscani – si affiancarono alle truppe piemontesi nella prima guerra di indipendenza italiana dichiarata all’Austria da Carlo Alberto, re di Sardegna, all’indomani delle Cinque giornate di Milano e dell’evacuazione dalla città meneghina dei reparti del feldmaresciallo Radetzky.

L’aiuto di quei ragazzi – quasi tutti studiosi e studenti degli atenei di Pisa, Siena, Firenze, Roma, Napoli, Palermo – fu importante perché, malgrado gli esiti infausti della sfortunata guerra, andava a sostituire l’apporto degli eserciti pontificio e borbonico, inizialmente inviati a sostegno dei piemontesi e poi ritirati.

Giuseppe Antonio – già professore universitario ed alla testa dei suoi studenti – partecipò attivamente, restando anche ferito, ai due episodi bellici che caratterizzarono il comportamento eroico di quei giovani. Per quella che divenne una strenua resistenza alla pressione nemica, ricordata anche ne I Sepolcri dal Foscolo, il 29 maggio 1848 era a Curtatone tra i volontari fiorentini e napoletani, comandati dal colonnello piemontese Giovanni Campia mentre a Montanara erano dislocati i regolari napoletani, comandati dal tenente colonnello lucchese Matteo Giovanetti. Più tardi, nell’agosto dello stesso anno, eccolo a Venezia, nel corpo di spedizione  del generale Guglielmo Pepe, il vecchio combattente che, rifiutatosi di obbedire all’ordine di rientro in patria di Ferdinando II, aveva accettato l’invito di Daniele Manin di assumere la difesa della città assediata. Tra i giovani compagni d’avventura di quel contingente si aggiravano fior di patrioti come il padovano Ippolito Nievo, i campani Luigi e Carlo Mezzacapo (fratelli) nonché Enrico Cosenz,  il romano Cesare Rosaroll, i na-poletani Alessandro Poerio e Girolamo Calà Ulloa.

Fraterno amico del politico Silvio Spaventa – fratello del filosofo Beltrando e figlio di Maria Anna Croce, appartenente alla famiglia del grande Benedetto –  lo salvò dalla cattura della polizia borbonica nascondendolo negli anfratti dell’Orto Botanico di via Foria.

Giuseppe Antonio sposò Maria Annunziata Florimo, anch’essa calabrese, nipote di Francesco Florimo il compositore, musicologo e bibliotecario calabrese di San Giorgio Morgeto, grande amico di Vincenzo Bellini.

La passione per la ricerca di piante rare gli costò cara perché, in seguito ad una grave insolazione presa per un’escursione scientifica, morì il 14 febbraio 1893.

Riposa nel Cimitero di Poggioreale a Napoli nel recinto degli Uomini Illustri, accanto a Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis, racchiuso in un monumentino, appositamente   ideato ed istoriato da Francesco Jerace , il pittore e scultore calabrese di Polistena, esponente della scuola napoletana a cavallo del 1900. Sulla facciata concava del basamento ha campeggiato fino ad una ventina di anni fa un’epigrafe a firma di Silvio Spaventa che diceva:

Compiango la morte del Prof. G.A. Pasquale non solo perché io perdo un amico e compagno delle nostre cospirazioni contro i Borboni fino al 1847, ma perché l’Italia perde un figliolo che a Lei consacrò tutto se stesso.

Quell’epigrafe è ormai stata cancellata dalle intemperie. Mi riprometto di farla riapporre perché a quel monumento vado ad apporre qualche fiore ad ogni ricorrenza dei defunti. Vi domanderete il perché.

Giuseppe Antonio ebbe dalla moglie cinque figli: il citato Fortunato, gemello di Francesco, Vincenzo, Domenico e Laura. Mia madre Nerina era una figlia di Fortunato. Quello scienziato quel patriota era il suo nonno paterno.

 

Napoli, 12 aprile 2011