Napoletani di nascita o d’adozione

Ferdinando Palasciano

 

di Elio Barletta

 

A chi scruta Napoli avvicinandosi dalla periferia orientale, gli appare, prioritaria, la collina di Capodimonte sul cui profilo superiore si staglia nettamente una torre – la cosiddetta Torre di Palasciano – che prende nome da colui che la fece costruire e l’abitò fino alla fine dei suoi giorni.

Si tratta di Ferdinando Palasciano, nato a Capua il 13 giugno 1815. Suo padre, Pietro, originario di Monopoli – il comune pugliese in provincia di Bari – si trasferì per lavoro a Capua dove divenne segretario comunale e dove conobbe e sposò sua madre, Raffaella Di Cecio, originaria del luogo. Ferdinando fu un eccellente studente universitario, laureandosi giovanissimo in Belle Lettere e Filosofia, quindi in Veterinaria, e infine – nel 1840, all’Ateneo di Messina – in Medicina e Chirurgia, sull’onda dei continui progressi scientifici dell’epoca. 

Con tre lauree a soli 25 anni, entrò nell'esercito borbonico ottenendo il grado di alfiere medico e l’assegnazione all’Ospedale Militare.

Nel 1848 – nel sussulto rivoluzionario di quasi tutti i popoli d’Europa alla tirannia ed all'assolutismo – anche in Sicilia tumulti, ribellioni e sommosse unirono Messina a Palermo. Nell'insurrezione contro i Borboni, malgrado la strenua resistenza ai bombardamenti della flotta reale, il 7 settembre la città sullo Stretto capitolò e se ne impossessò il generale  Carlo Filangieri – principe di Satriano, duca di Cardinale e di Taormina, conosciuto anche come Satriano – peraltro figlio del noto giurista e filosofo Gaetano Filangieri. Quest’uomo stava via via diventando sempre più influente grazie ad un intenso impegno militare e politico spregiudicatamente speso al servizio dei potenti di turno che vale la pena di ricordare: con l’esercito francese aveva militato nelle guerre napoleoniche (partecipazione alla battaglia di Austerlitz ed alla campagna di Spagna); nel Regno di Napoli (dove fu trasferito per aver ucciso in duello un generale italofrancese) si era guadagnato la carica di aiutante di campo di Re Gioacchino Murat e la nomina al grado di generale (1813); nel restaurato Regno borbonico delle Due Sicilie aveva avuto vari incarichi, nonché il comando nella campagna di riconquista della Sicilia (1848–1849). E successivamente agli episodi che stiamo rievocando, ricoprì incarichi sempre più prestigiosi: luogotenente nell'isola (fino al 1855); Presidente del Consiglio e Ministro della Guerra a Napoli, prima dell’impresa dei Mille, collaborazione con il governo del Regno d'Italia dopo l'unità.

Nella repressione esercitata a Messina il Filangieri, per infierire sui ribelli vinti, diede ordine ai medici militari di non curare in nessun modo i nemici feriti in combattimento. Ferdinando Palasciano si rifiutò di obbedire e chiamato dal Generale a rapporto, replicò in questo modo: «I feriti, a qualsiasi esercito appartengano, sono per me sacri e non possono essere considerati come nemici. Il mio dovere di medico è più importante del mio dovere di soldato.»

Per tale risposta fu accusato di insubordinazione con il rischio di essere fucilato. Soltanto in base ai buoni rapporti che intratteneva con Re Ferdinando di Borbone ebbe salva la vita. Ma fu condannato ad un anno di reclusione che scontò nel carcere di Reggio Calabria. Ed anche se prigioniero, venne incaricato di soccorrere i feriti dell'esercito napoletano, che le navi trasportano da Messina.

Nel 1860 fu in prima fila a Capua, durante la battaglia del Volturno.

Nel 1861, con l’unificazione dell'Italia e la fine del dominio borbonico, si riattivò per il riconoscimento del suo principio di “neutralità dei feriti in guerra”. A Napoli, il 28 gennaio 1861, pronunciò un discorso rimasto celebre nel quale asseriva:

«Bisognerebbe che tutte le Potenze belligeranti, nella Dichiarazione di guerra, riconoscessero reciprocamente il principio di neutralità dei combattenti feriti per tutto il tempo della loro cura e che adottassero rispettivamente quello dell'aumento illimitato del personale sanitario durante tutto il tempo della guerra.»

La sua dolorosa esperienza, esposta nelle sue successive dichiarazioni al Congresso Internazionale del 1861 dell'Accademia Pontaniana – l’istituzione sorta nel XV secolo a Napoli come libera iniziativa di uomini di cultura e riconosciuta con il regio decreto n. 473 del 10/10/1825, al fine di coltivare le scienze, le lettere e le arti – ebbe una vasta risonanza in tutta Europa e gettò le basi per la Convenzione di Ginevra del 1864. Sotto il nome di Convenzioni, infatti, vanno tutti i trattati – sottoscritti per la maggior parte in Svizzera, a Ginevra e costituenti un corpo giuridico di diritto internazionale, noto anche sotto i nomi di diritto di Ginevra, diritto delle vittime di guerra e diritto internazionale umanitario – che proteggono le associazioni umanitarie che si trovino a prestare servizio in territorio di guerra e assicurino il rispetto del personale civile e di quello medico non coinvolto negli scontri.

L’umanista, imprenditore e filantropo svizzero Jean Henri Dunant (Ginevra, 8/05/1828 Heiden, 30/10/1910), venuto a conoscenza delle idee del Palasciano, se ne entusiasmò a tal punto da farle sue e scrivere il libro  Souvenir de Solferino che – originato dagli orrori della guerra da lui stesso osservati, da semplice spettatore, durante la battaglia di Solferino, nel 1859 – destinò all’attenzione dei sovrani di tutta Europa. 

La Convenzione del 1864, ispiratasi alla pubblicazione di Dunant, servì proprio a fondare l’as-sociazione umanitaria per eccellenza, la Croce Rossa, di cui erano già da alcuni decenni membri attivi molti paesi di tutto il mondo, tra cui anche l'Impero Ottomano. Il Premio Nobel per la pace nel 1901 – primo anno in cui venne introdotto tale riconoscimento – fu assegnato a proprio a Dunant, ufficialmente ed immeritatamente riconosciuto come fondatore dell’associa-zione che, invece, L'Enciclopedia universale Rizzoli-Larousse (vol. IV, pag. 680), alla voce "Croce Rossa internazionale" presenta con la frase: «L'origine dell'istituzione si fa risalire a Fer-dinando Palasciano».

L’attività professionale del Palasciano non si limitò a tale aspetto umanitario. Ottenuta nel 1865 la cattedra di Clinica Chirurgica presso l'Università di Napoli, fondò nel 1882, insieme ai colleghi di altre Università – Albanese (Palermo), Loreta (Bologna), Bottini (Milano) –  la Società Italiana di Chirurgia.

Malgrado la grande fama acquisita nel suo campo, sia in ambito nazionale che internazionale – venivano da tutta Europa medici e studenti per imparare la sua tecnica operatoria – si dimise, in aperto contrasto con il Rettore dell'epoca – l’esimio professore ordinario di Filosofia del Diritto Paolo Emilio Imbriani – per lo spostamento d'autorità di alcuni reparti della Facoltà di Medicina presso il Convento di Gesù e Maria, in poco tempo trasformato in struttura sanitaria, quale ancora è, e che già allora il Palasciano riteneva non rispondente a quei minimi requisiti igienici indispensabili per la nuova destinazione.

La seconda ferita da arma da fuoco riportata agli arti inferiori da Giuseppe Garibaldi – quella al malleolo mediale della gamba destra – procurò la conoscenza e l’amicizia di Ferdinando con l’Eroe dei due Mondi. Quel ferimento era avvenuto durante lo scontro sull’Aspromonte del 29 agosto 1862 tra i 2000 garibaldini ed i 3500 soldati del marchese Emilio Pallavicini di Priola, un generale genovese incaricato dal governo sabaudo di Torino di impedirne la marcia per la liberazione di Roma dal dominio del Papato. Per la brutta ferita – ricordata in una celebre ballata popolare sul ritmo di una marcia dei bersaglieri – Palasciano consigliò ai medici curanti di intervenire chirurgicamente per estrarre il proiettile ritenuto nell’osso, ma non fu ascoltato, poiché sostenevano che non vi fosse più ritenzione di proiettile. Se ne convinsero solo dopo alcuni mesi, non ottenendo l’esito migliore. Il profondo legame di stima reciproca fra Palasciano e Garibaldi è testimoniato da una corrispondenza epistolare da poco felicemente scoperta e conservata al Museo della Certosa di San Martino.

In seguito Ferdinando fu deputato in Parlamento per tre legislature – la XIV, la XV e la XVI – senatore del Regno, consigliere ed assessore al Comune di Napoli. Riscosse onorificenze italiane (Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia, Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro) e straniere   (Cavaliere dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa, Portogallo).

Nel 1886 apparvero i primi sintomi di una grave demenza mentale che, intervallata da brevi momenti di lucidità, lo accompagnò fino alla morte, avvenuta il 28 novembre 1891. Durante gli anni della malattia ebbe sempre al suo fianco la moglie Olga de Wavilow, una nobile di origine russa, e pochi amici.

Fu sepolto nel quadrato degli uomini illustri del cimitero di Poggioreale.

La singolare struttura turrita che porta il suo nome fu da lui fatta costruire sulle 28 moggia di terreno che gli aveva venduto l’altrettanto noto infettivologo Domenico Cotugno. Comprendeva vari elementi: il palazzo, in muratura di tufo riutilizzando parzialmente alcune strutture preesistenti, secondo un impianto planimetrico sostanzialmente quadrangolare e articolato su due piani, di stile eclettico fondente elementi neogotici e rinascimentali; l'imponente torre panoramica centrale, forse ispirata al Palazzo della Signoria di Firenze; un tempietto; due bei giardini di delizie; una grande zona destinata a frutteto. I lavori di costruzione del palazzo, diretti dall'architetto Antonio Cipolla, furono ultimati nel 1868.

Secondo una leggenda napoletana, il Palasciano non avrebbe mai voluto allontanarsi dalla sua magnifica casa e così il suo fantasma sarebbe stato visto affacciarsi dalla torre per ammirare il panorama di Napoli. Una leggenda che è ben concretizzata dalla presenza della statua che lo ritrae seduto sulla torre, nel monumento funebre.

L'intero complesso è stato in buona parte recuperato dopo un lungo periodo di abbandono, mentre la torre, restaurata, oggi ospita, ahinoi, un alloggio bed and breakfast.

 

  

 

 

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